martedì 19 aprile 2011

ahhahahahahaha

Fukushima, tutte le verità (e le smentite)
di Governo, Tepco ed esperti nucleari
"La situazione è molto diversa da Chernobyl", diceva il premier nipponico. "La nostra preoccupazione è che possa anche superare Cernobyl", rispondevano dalla società di gestione dell'impianto. Dal Giappone ancora nessuna notizia certa su come potrà evolvere la situazione attorno alla centrale atomica
Un manifestante durante una protesta anti-nucleare a Tokyo
A più di un mese dal terremoto e dal conseguente tsunami che hanno provocato la crisi – non ancora rientrata – alla centrale nucleare di Fukushima, gli attori nipponici della gestione del disastro non riescono a mettersi d’accordo. Neanche con sé stessi e persino nello stesso giorno. Il 12 aprile, ad esempio, il governo giapponese innalzava la valutazione di gravità dell’incidente nucleare al livello 7, lo stesso del disastro ucraino di Chernobyl. Secondo il primo ministro nipponico, invece, Naoto Kan, “la situazione a Fukushima si sta stabilizzando passo dopo passo, le radiazioni stanno diminuendo”.  “La quantità complessiva di materiale radioattivo liberato nell’incidente è pari al 10% di quello rilasciato nel caso di Chernobyl”, specificava l’Associazione giapponese per la sicurezza nucleare e industriale (Nisa). Ma nello stesso giorno i timori della Tepco – azienda che gestisce la centrale – andavano in direzione opposta: ”La perdita radioattiva non si è ancora arrestata completamente e la nostra preoccupazione è che possa anche superare Chernobyl”.

Il futuro della centrale: chiuderà, forse no. Ristabilita entro 9 mesi, se solo ci si potesse entrare.Agenzia per la sicurezza atomica nipponica frena, dopo aver riscontrato livelli di radioattività ancora più alti dei precedenti. “In questa situazione è molto difficile per i tecnici della centrale poter svolgere il proprio lavoro dall’interno”, ha spiegato il portavoce dell’Agenzia, Hidehiko Nishiyama. E altrettanto incerto è il futuro dell’intero impianto nipponico, compreso quello dei reattori 5 e 6, che non hanno subito danni. Dal 20 marzo – e più volte nelle settimane successive – il premier giapponese e il capo gabinetto Yukio Edano si erano detti sicuri della chiusura di Fukushima, una volta superata la crisi. “Non ci sono altre soluzioni – ha dichiarato Kan – E’ chiaro, guardando alle circostanze, che questa è la percezione” confermava Edano. Ma pochi giorni fa, la Nisa torna sui passi del governo, dichiarando che l’eventuale smantellamento non è certo, ma sarà “da decidere dopo aver ascoltato i residenti dell’area”.

Le analisi sulle sostanze radioattive: questione di zeri e di chilometri. Impossibile vivere a Fukushima, “per il momento”. “Si potrebbe trattare di un periodo tra i 10 e i 20 anni”, ha spiegato pochi giorni fa Kenichi Matsumoto, uno dei collaboratori del premier nipponico. Eppure, dai dati diffusi dalle autorità giapponesi, è difficile capire quale sia la reale contaminazione della regione. Il 25 marzo il governo nipponico invitava alla ”evacuazione volontaria” fino a 30 km dalla centrale nucleare, ”per migliorare la qualità della vita quotidiana e non legata a motivi di sicurezza”. Qualche settimana dopo, a un mese esatto dal disastro, per la stessa zona si è invece provveduto all’evacuazione sistematica. Esclusi da questo provvedimento, gli abitanti del villaggio di Itate - distante 40 chilometri dal’impianto – nonostante l’Agenzia atomica internazionale avesse ammonito il governo: a Itale le radiazioni superano i limiti di guardia. E i dati non aiutano a fare chiarezza. Il 27 marzo scorso la Tepco annuncia livelli di radioattività al reattore n. 2 di Fukushima 10 milioni di volte maggiori alla norma. E’ allarme. Ma l’indomani la società si corregge: sarebbero ‘solo’ 100mila volte. E l’Agenzia giapponese per la sicurezza nucleare non è da meno: da un giorno all’altro, il livello di superamento della norma della radioattività in mare di fronte alla centrale nucleare aumenta di 600 volte.

Il cibo è contaminato. Ma solo un po’. Riso al curry con carote, broccoli e patate. Tutte coltivate a Fukushima. Intorno al tavolo, il ministro degli Esteri nipponico, Takeaki Matsumoto, e una decina di altri esponenti politici giapponesi. Deputati che comprano asparagi e pomodori della zona dell’impianto. Yukio Edano, portavoce del governo, che mangia una fragola in un mercato della provincia della centrale. Campagne d’immagine e accorati appelli per evitare che i cittadini giapponesi boicottino i prodotti alimentari della regione di Fukushima per timore delle radiazioni. Eppure, appena quattro giorni fa, era stato proprio il ministero della Sanità nipponico a rilanciare l’allarme: undici diversi tipi di verdure e pescato – provenienti dalla zona della centrale – superano da sei a 25 volte la soglia massima di radioattività stabilita per legge. Il richiamo non arriva inatteso. Una settimana dopo il disastro, le analisi non lasciavano dubbi: latte, broccoli, spinaci superavano i limiti legali. Tanto che lo stesso premier Kan era stato costretto a vietare la vendita di diversi alimenti. Ancora l’8 aprile, l’Unione Europea decideva di rafforzare i controlli sulle importazioni dal Giappone, dopo che numerosi paesi – tra questi, Russia, Cina e India – avevano già predisposto il blocco. Lo stesso giorno però il governo nipponico decide di invertire la rotta e allentare le restrizioni alla vendita di prodotti alimentari coltivati in alcune aree intorno alla centrale nucleare di Fukushima.
Solo ieri la Tepco presentava il suo piano per la stabilizzazione della centrale nucleare. Tre mesi per fermare del tutto la perdita di radioattività e da sei a nove mesi per il recupero totale dei detriti e la copertura degli edifici che ospitano i reattori, danneggiati dalle esplosioni. 
 
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Regole per il Cloud computing
"nuvola" sicura per l'utente

All'evento Skills 4 Cloud, si sono confrontati mondo politico, istituzionale e aziende del settore.Obiettivo: evitare il rischio far west in un mondo digitale che ci ha già cambiato e continua a cambiarci la vita. Il problema delle norme nazionali applicate a un fenomeno locale di ALESSANDRO LONGO

IL CLOUD computing ha bisogno di nuove leggi, a tutela degli utenti e a guida delle aziende. Per evitare il "far west" e per sostenere lo sviluppo di un mercato oggi stimato 16,5 miliardi di dollari nel mondo, ma con un potenziale di 55 miliardi nel 2014 (secondo l'osservatorio di ricerca Idc). E' il tema, più politico che tecnico, affrontato oggi a Roma all'evento Skills 4 Cloud, organizzato da Microsoft nella sede del Parlamento Europeo in Italia, con un confronto tra mondo politico, istituzionale e delle aziende del settore. A conferma che se ne deve parlare: probabilmente molti stanno già usando servizi "cloud" anche se non lo sanno. Con questo termine s'intendono infatti quei servizi che permettono di accedere, via internet, a risorse di vario tipo: foto, posta elettronica, persino potenza di calcolo. Tutto ciò che prima bisognava tenere sui propri pc, per poterlo usare, ora può essere spostato su internet: sulla "nuvola" (da qui il termine "cloud").

Forse il servizio cloud più noto agli utenti comuni è la web mail: usare la posta tramite sito web invece che con un programma installato sul proprio pc. Facciamo cloud computing, però, anche quando archiviamo foto o file vari su siti web, per esempio su Flickr o Facebook. Questi servizi infatti sostituiscono la funzione "non cloud" dei nostri hard disk. Considerato il successo di Facebook e della web mail, forse il numero di utenti cloud al mondo non è molto lontano da 2 miliardi, cioè il totale di quelli
che vanno su internet.

"Questo fenomeno sta cambiando il mondo e quindi non è solo tecnico ma anche culturale", dice Marco Scurria, uno degli euro parlamentari presenti al convegno. "Abbiamo quindi deciso di avviare tavoli di lavoro per giungere a un disegno di legge sul cloud. Lo scopo è duplice", continua Scurria: "Da una parte, evitare che la politica resti indietro e magari arrivi a formulare leggi che non rispecchiano il mercato. Dall'altra, scongiurare il rischio che le aziende corrano avanti da sole, facendo solo i propri interessi e non quelli degli utenti".

A questo proposito, sono due i punti caldi affrontati al convegno: privacy e sicurezza dei dati presenti sulla cloud. Il 68 per cento delle aziende spaventate dal cloud lo è per via di questi due problemi, secondo la London School of Economics. Sicurezza vuol dire che il dato dell'utente deve essere ben protetto dal rischio che cada in mani sbagliate. Deve essere inoltre trattato correttamente, nel rispetto delle norme sulla privacy.

Quali norme? E' qui il cuore del problema: le norme oggi sono nazionali, ma il fenomeno è globale. Noi italiani possiamo mettere i nostri dati su servizi cloud che funzionano tramite computer sparsi nel mondo. A nostra tutela, valgono le norme del Paese dove sono presenti fisicamente i dati. Le Autorità europee garanti della privacy sostengono quindi, per prima cosa, che l'utente ha il diritto alla trasparenza. A sapere dov'è il proprio dato (nome, cognome, foto, preferenze personali...) e com'è protetto. "Noi appoggiamo la posizione dei garanti a favore della massima trasparenza", dice Pietro Scott Jovane, amministratore delegato di Microsoft Italia. "Microsoft già dice dov'è geograficamente il dato, dov'è il suo back up e com'è protetto (ne comunica le certificazioni di sicurezza utilizzate). Sono tre aspetti che dovrebbero essere trasparenti in ogni offerta cloud", continua.

Francesco Pizzetti, presidente dell'Autorità Garante della Privacy italiana guarda oltre: "La direttiva Ue sulla privacy è ormai obsoleta, bisogna rivederla con un accordo internazionale. E, nell'attesa, sarebbe opportuno che i fornitori "notificassero" (cioè sottoponessero) i propri servizi cloud ai Garanti europei". In estate la Commissione europea presenterà appunto una proposta di modifica della normativa privacy e già annuncia una rivoluzione: di imporre alle aziende di trattare i dati dei cittadini europei secondo le regole europee. A prescindere da altre considerazioni, come la nazionalità dell'azienda o la posizione geografica del dato. Significa cambiare tutto, perché le regole europee per la privacy sono le più rigide, a tutela dell'utente.

La sfida sarà proteggerlo senza tarpare le ali a un mercato promettente, che secondo Idc crescerà anche in Italia: del 41% sul 2010 per poi arrivare a 671 milioni di euro nel 2014. Con una ricaduta benefica anche sull'ecosistema. Secondo Microsoft, il cloud computing mondiale aggiungerà almeno 800 miliardi di dollari di ricavi nelle economie locali entro il 2013. In Europa creerà oltre 100 mila nuove piccole e medie imprese e farà crescere dello 0,3 per cento il prodotto interno lordo.
(18 aprile 2011)
 
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Core i7-2600K a 5 GHz, overclock senza sacrificare l'efficienza

I nostri benchmark confermano che questo processore basato su architettura Sandy Bridge rimane efficiente anche ad alte frequenze. Il processo costruttivo a 32 nanometri diventerà il paradiso degli overclocker?

Introduzione

Vi ricordate i giorni in cui overcloccare era davvero una sfida? Bisognava cercare il processore adatto, come l'Intel Celeron "Mendocino" o l'AMD Duron "Spitfire" oppure il Pentium D 805. Queste soluzioni erano in grado di raggiungere frequenze il 50 percento superiori rispetto a quella base, ma dovevate dotarvi anche di una scheda madre flessibile, una memoria che si overcloccava bene e un po' di fortuna nel trovare le impostazioni migliori grazie a prove, errori e un po' di pazienza. Erano giorni in cui, più spesso di oggi, l'hardware defunto era il prezzo da pagare per cercare di raggiungere i limiti. Erano giorni molto divertenti, e oggi ne parliamo quasi come "i bei tempi andati".

L'approccio non è cambiato, ma l'industria offre schede progettate specificatamente per l'overclock, e moduli di memoria ad alta frequenza, che aiutano ad alleviare i colli di bottiglia sulle piattaforme che richiedono l'overclock del sistema/FSB per raggiungere frequenze più elevate.


Sfortunatamente Intel ha deciso di integrare il generatore di clock della nuova piattaforma nel chipset, il che significa che il P67 Express (Cougar Point) non è più facilmente overcloccabile con incrementi della frequenza base. Questo si ripercuote anche sulla frequenza PCI Express. Perciò chiunque abbia ambizioni di overclock sulla piattaforma LGA 1155 dovrebbe puntare dritto a un processore Core i5/i7 della serie K. Il costo aggiuntivo rispetto alle CPU regolari è accettabile, e abbiamo riscontrato che i processori Sandy Bridge Core i5/i7 di fatto introducono un cambiamento di paradigma.
Con la seconda generazione di processori Core a 32 nanometri di Intel, nome in codice Sandy Bridge, i processori orientati all'overclock iniziano a essere una scelta sensata anche nella fascia media. Grazie al Turbo Boost 2.0 e all'unità di controllo dei consumi, che monitora l'energia usata e le temperature, Sandy Bridge rende l'overclocking una pratica molto più semplice, accessibile anche ai meno esperti e meno rischiosa. Con Sandy Bridge che persino i neofiti possono overcloccare in sicurezza, lasciando che la piattaforma faccia il resto.
Per dimostrare queste affermazioni, abbiamo overcloccato un Core i7 2600K usando il dissipatore standard e una ventola. La nostra analisi include prestazioni ed efficienza, che scala in modo impressionante su un Sandy Bridge quando si mantengono frequenze elevate.

 http://www.tomshw.it/cont/articolo/core-i7-2600k-a-5-ghz-overclock-senza-sacrificare-l-efficienza/30492/1.html

sabato 16 aprile 2011

giàààààà..........

IL RAPPORTO

Se la contestazione riguarda
anche le energie "pulite"

Secondo lo studio del Nimby forum un impianto viene contestato indipendentemente dal suo potenziale di capacità di inquinamento. E' la vicinanza che fa scattare la protesta

di PAOLO CASICCI
UN PAESE contrario a tutto, alle centrali inquinanti come agli impianti "puliti". È un'Italia dei paradossi, quella fotografata nel sesto rapporto del Nimby Forum, l'osservatorio sulla sindrome not in my backyard (non nel mio cortile), che spinge le comunità locali a protestare contro opere ritenute dannose per l'ambiente.

A pagare per queste ansie, nel 2010, sono stati soprattutto gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili: dieci dei ventiquattro progetti di ogni comparto e genere ritirati per le proteste erano, infatti, progetti di green economy. "Chi alza le barricate contro gli impianti inquinanti, spesso si ritrova a manifestare anche contro centrali 'pulite', se queste sono previste nel proprio Comune" spiega Alessandro Beulcke, presidente dell'Agenzia di ricerche informazione e società (Aris), che ha curato il rapporto.

I dati parlano chiaro: delle 320 opere contestate nel 2010 (il 13,5 per cento in più dell'anno precedente), la maggior parte (il 58,1 per cento) riguarda il comparto elettrico. E, all'interno di questo, oltre sette opere su dieci (il 71,5 per cento) sono centrali a biomasse o idroelettriche e impianti eolici o fotovoltaici. Tutti progetti che potrebbero contribuire ad affrancarci dalle fonti fossili e a scongiurare il ritorno all'atomo, ma che attirano comunque le critiche di comitati spontanei e, sempre più spesso, di sindaci e giunte.  Nel dettaglio, crescono le contestazioni contro i parchi eolici (da 20 a 29 in un anno) e fotovoltaici (da 3 a 9).  Le centrali da fonti rinnovabili più avversate sono però quelle a biomasse, con 84 impianti - in costruzione o ancora sulla carta - finiti nel mirino nel 2010: il 20 per cento in più dell'anno precedente. L'accanimento contro gli impianti che trasformano in energia i residui organici, spiega Beulcke, è dovuto a una ragione in particolare: "La paura che l'impianto mascheri un inceneritore e che al posto delle biomasse possano essere bruciati rifiuti. Ma un ruolo è giocato anche dalla filiera lunga che porta le biomasse fino alla centrale per essere bruciate e aumenta l'inquinamento da trasporto".

La sindrome Nimby colpisce anche il settore dei rifiuti (32,5 per cento), quello delle infrastrutture (5,3 per cento) e l'industria (cementifici, impianti di estrazione...), che registra un raddoppio delle contestazioni, dal 2 per cento del 2009 al 4,1. Ma la protesta fa anche un salto di qualità. "L'ampiezza del fenomeno nimby" spiega ancora Beulcke "esprime una crescente insofferenza non solo di cittadini, comitati e associazioni, ma anche di amministratori e politici locali". È la variante del Nimby che gli esperti definiscono Nimto, not in my term of office, e ha come protagonisti quei sindaci che lottano per impedire che l'impianto veda la luce durante il proprio mandato. "Siamo di fronte a una forte politicizzazione del fenomeno, che in molte occasioni viene strumentalizzato per puri fini elettorali". E la strumentalizzazione è bipartisan: nel 60 per cento dei casi, i primi cittadini sul piede di guerra sono stati eletti con liste civiche; nell'altro 40, per metà con il centrodestra e per metà con il centrosinistra. Curiosamente, a protestare di più sono i Comuni vicini a quelli in cui è prevista l'opera: questi ultimi si oppongono nel 54,4 per cento dei casi, quelli confinanti nel 90 per cento. E questo perché spesso i Comuni vicini prevedono di essere danneggiati senza ottenere in cambio le compensazioni (le royalties degli impianti, per esempio) previste per la città ospite.

L'impatto sull'ambiente rimane la prima causa delle proteste (24,6 per cento), seguita dagli effetti sulla qualità della vita (19,4) e dalla carenza di coinvolgimento politico nelle scelte (18 per cento) e dai rischi per la salute (12,9). In ogni caso, secondo Aris, "comprendere le motivazioni degli oppositori" sarebbe "un passo importante per riuscire a gestire e, potenzialmente, a risolvere i casi di contestazione. "Ma il modello della cosiddetta inchiesta pubblica, cioé una comparazione di costi e benefici sul modello della legge francese, da noi è ancora lontano".
(14 aprile 2011)

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Sarkozy annuncia un G8
sulla governance di Internet

Il presidente francese convoca i responsabili dei più grandi gruppi mondiali per il 24 e 25 maggio a Parigi. Nell'agenda, il diritto d'autore e il finanziamento del settore culturale, la protezione della privacy, il cloud computing, la sicurezza della rete dal nostro inviato ANAIS GINORI

PARIGI - I suoi rapporti con Internet non sono stati sempre facili. Eppure Nicolas Sarkozy ha deciso di consacrare un G8 speciale a Internet, per discutere di molti dei temi che riguardano la Rete e che
ormai occupano l'agenda politica dei governi. Il vertice si terrà il 24 e 25 maggio a Parigi. Sono stati invitati i responsabili più grandi gruppi mondiali. Tra gli ospiti, ci saranno Eric Schmidt (Google), Jimmy Wales (Wikipedia), Jack Ma (Alibaba), Bill Gates, Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Facebook).  Parteciperanno ovviamente anche i rappresentati delle società francesi, come Xavier Niel (Iliad Free),
Jacques-Antoine Granjon (Vente-privée), Marc Simoncini (Meetic). Sarkozy, che quest'anno ha la presidenza di turno del G8 e del G20, vuole discutere temi come il diritto d'autore e il finanziamento del settore culturale, la protezione della privacy, il cloud computing, la sicurezza del web.

Il leader francese aveva annunciato l'idea di un G8 dedicato a Internet nel dicembre scorso, poco dopo la diffusione dei cablogrammi di Wikileaks. Il presidente francese è stato spesso oggetto di dure critiche nel mondo del web, soprattutto dopo l'approvazione della legge Hadopi, che sanziona il download illegale di musica e film. L'Eliseo ha una squadra che si occupa soltanto di nuove tecnologie e due mesi fa, Sarkozy aveva invitato a pranzo con alcuni blogger per spiegare che Internet non può continuare a essere una terra di nessuno e ha bisogno di una nuova "governance mondiale". Proprio
in questi giorni il ministro Eric Besson è andato a illustrare gli obiettivi del vertice di Parigi nella Silicon Valley, con visite alle sedi di Twitter,  Facebook, Google et Intel. Besson, titolare dell'Industria, s'incontrerà anche con Aneesh Chopra, il consigliere di Barack Obama per le nuove tecnologie. Qualsiasi siano le intenzioni, il summit di Parigi voluto dal presidente francese rischia di sollevare nuove ironie e critiche dal popolo della Rete.
(13 aprile 2011)
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Veltroni-Pisanu: “L’Italia ha bisogno di unità”
Alleanza bipartisan per ribaltare Berlusconi
Dalle colonne del 'Corriere della Sera', la proposta di un nuovo governo "per rasserenare il Paese". E intanto preparare un'alternativa all'attuale maggioranza. Consensi da Fli e Pd, Casini non commenta. Gelida la risposta del Pdl
“Un governo di decantazione”, che porti a termine una riforma elettorale. Tutti insieme, da destra a sinistra, non ‘contro’ Berlusconi. Ma ‘per’ far fuori Berlusconi. Con stile. Il senatore Pdl Beppe Pisanu si stacca dal gruppo e tenta la volata. Sperando che lo seguano. Il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta antimafia è un esponente, seppur con un passato forzista, un po’ fuori dalla linea aziendalista. Forse anche per la sua attesa, ma mai arrivata, nomina a presidente dei senatori Pdl, presso i quali ha però un modesto seguito. Oggi, per una proposta lanciata dalle colonne del ‘Corriere della Sera‘, ha rispolverato il suo passato democristiano e scelto come partner l’ex segretario del Pd, Walter Veltroni. Una proposta neanche troppo inaspettata, se Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera e deputato di Fli, risponde dalle pagine dello stesso giornale: “So che l’ipotesi di un accordo con il Pd getta nel panico parecchi. Personalmente, reputo superate le categorie destra e sinistra e quindi per me i no pregiudiziali sono incomprensibili”. Forse la Bongiorno guarda all’esperimento di Latina dove la lista Fli di Antonio Pennacchi potrebbe appoggiare il Pd, pur di silurare il Pdl. I ‘fasciocomunisti‘, li hanno chiamati. E i democratici non disdegnano. L’idea comune è quella di sfruttare il momento, in cui la maggioranza è più divisa che mai. Un Pdl in cui Claudio Scajola – vicino a Pisanu – ha già radunato attorno a sé una cinquantina di parlamentari e Altero Matteoli è pronto a dare battaglia nel caso in cui il premier dovesse confermare il guardasigilli Angelino Alfano come suo pupillo. Ma intanto la maggioranza fa finta di non cogliere la provocazione, tutta interna, di Pisanu. E non reagisce [Leggi: Pdl verso il baratro, ma la linea dei colonnelli è negare l’evidenza]. Il governo ha i voti e tiene, ricordano. “Ci si espone, ancora una volta, a favore di quel governo tecnico, che sta nel cuore ad un certo mandarinato e che nella realtà non può esistere”, è il commento della deputata Pdl Margherita Boniver. Più lapidario il ministro della Lega, Roberto Calderoli: “E’ una proposta da zombie”.

Più una santa alleanza destra-sinistra, “uniti sulle regole del gioco, il rispetto degli avversari e la difesa delle forme”. Quello che manca negli ultimi tempi. Ma pur sempre “distinti sui programmi per governare la società”. Un patto a tempo determinato, dunque, è quello che propone la strana coppia. E pronta è arrivata la risposta del leader di Fli, terzo interlocutore naturale dei due. “Ho letto l’articolo di Pisanu e Veltroni e lo trovo condivisibile dalla prima all’ultima parola”, Gianfranco Fini mette così il suo suggello di cera lacca. “E’ una proposta molto interessante, condivisibile e intelligente”, e il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, infiocchetta il tutto. Aggiungendo un passaggio: aspettare le elezioni amministrative, in cui è attesa “una nuova tendenza che dovrebbe invitare tutta la politica a sedersi attorno a un tavolo”. Una paziente attesa del “si salvi chi può” da parte della maggioranza, insomma.

Apertura verso “proposte non ‘contro’ qualcuno ma ‘per’ l’Italia”, sottolineano Pisanu e Veltroni. Un “periodo di rasserenamento del Paese” che non è però “tornare a formule pur meritorie del passato”. I governi affatto bipolari da Prima Repubblica, di cui pure Pisanu ha memoria da ex esponente della Dc. L’idea non è quella di rovesciare Silvio Berlusconi con la forza delle votazioni in Parlamento – piano che peraltro non ha mai funzionato – ma di avere pronta un’alternativa. Un nome che non riduca le elezioni anticipate “in uno scontro frontale dagli esiti imprevedibili e tra schieramenti costruiti più sulla contrapposizione che sulla proposta”. Una figura da rodare in un governo con un “ampio ed esauriente confronto parlamentare”, per riformare la legge elettorale. E poi ognuno per sé.

Ma all’entusiasmo di Fli, ha corrisposto una non proprio in tema risposta del segretario del Pd. “Tutte le soluzioni che comportano un passo indietro di Berlusconi e una fase di transizione, sono le benvenute”, ha dichiarato Pierluigi Bersani, “Ma nel frattempo non dimentichiamoci di combattere, perché Berlusconi non sembra avere intenzione di fare un passo indietro”. Ecco, ancora una volta una voce di contrapposizione. E dire che Pisanu e Veltroni l’hanno scritto più volte nel loro testo: bisogna essere ‘per’, non ‘contro’. Almeno per ora. Meno bellicoso e più scafato, è arrivato il commento del vicesegretario del Pd, Enrico Letta “Un contributo utile e costruttivo, la cui valenza politica, indicativa dello stato di scollamento in cui versa la compagine che sostiene il governo, è amplificata dal fatto che la lettera sia stata firmata da un autorevole esponente della maggioranza”. Pisanu non sarà dotato di lunghi coltelli, ma ha pur sempre il seguito di un gruppetto di senatori Pdl che potrebbe fare la differenza. Non abbastanza, però, per arrivare alle orecchie di Nichi Vendola, che ha definito un eventuale governo di ‘decantazione’ una “manifestazione di bon ton”. Il leader di Sel dall’orecchio del compromesso non ci sente. Veltroni e Pisanu? “Due persone stimabili, ma non so bene di cosa stiano parlando”.

Dalla maggioranza non si scompongono. E continuano a incipriarsi il naso per nascondere il pallore. “Una maggioranza c’è e sta funzionando”, fanno sapere dal Pdl. “Ho una visione bipolare della politica, ritengo che formule che vedono insieme forze diverse con obiettivi diversi non sia utile al paese”, è la gelida risposta di Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato. “Abbiamo forse un nuovo partito? Veltroni si stacca dalla sinistra e Pisanu se ne va dal centrodestra?”, si chiede Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati della maggioranza. Che non deve aver sentito Bersani & co. Nemmeno il ministro della Lega, Roberto Calderoli regala emozioni forti. ”E’ una proposta da zombie, da morti viventi, da decotti” è stato il suo unico commento. Figurativo, ma meno colorito del solito.

All’appello manca ancora il gruppo di Pierferdinando Casini e gli attori non protagonisti. Quel centro che forse sta studiando bene il piano, per non venirne travolto. Il tempo sembra esserci tutto, perché la bufera che poteva scoppiare oggi, soprattutto da parte della maggioranza nei confronti del loro, all’orizzonte non s’è vista. Niente cerbottane né veleno contro Pisanu, che apparentemente avrebbe quindi sparigliato meno di Fini. O forse no.
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Cina, la pole è di Vettel
Alonso 5°, disastro Webber

Nelle qualifiche a Shanghai miglior tempo del tedesco della Red Bull davanti a Button e Hamilton. Lo spagnolo della Ferrari dietro a Rosberg, Massa 6°. Clamorosa uscita di scena dell'australiano nella prima eliminatoria: non ha montato le gomme morbide e partirà 18°

Sebastian Vettel in azione. Ap
Sebastian Vettel in azione. Ap
SHANGHAI (Cina), 16 aprile 2011 - Sebastian Vettel impone la legge del tre: terza pole in tre anni a Shanghai, dove nel 2009 aveva regalato il primo successo iridato alla Red Bull, e terza pole position stagionale. La superiorità del campione del mondo è stata tale che gli è bastato un giro lanciato, il primo, per piegare ogni resistenza. Al punto da rientrare ai box con il secondo treno di pneumatici morbidi prima ancora di completare il giro. Jenson Button e Lewis Hamilton che gli sono finiti alle spalle sono stati infatti staccati di sette decimi. Tra i due piloti McLaren il divario è di appena 26 millesimi.
terza fila rossa — In terza fila nella gara di domani (ore 9 italiane) partiranno le due Ferrari, precedute anche dalla Mercedes di Nico Rosberg (4°): Alonso, tornato alla configurazione originale dopo aver scartato l’ala nuova per precauzione (in caso di incidente sarebbe dovuto partire in fondo allo schieramento) ha preceduto Massa, i due sono staccati di 1"4. Ottime le Toro Rosso per la prima volta con due vetture nei primi 10 quest’anno: Alguersuari si è classificato settimo, nono Buemi dietro Di Resta. Decimo Petrov che non ha girato per un guasto che lo ha bloccato nella Q2.
schumi delude — Continua a deludere Michael Schumacher in qualifica: per la terza volta consecutiva fallisce l’ingresso nei dieci che si giocano la pole position. Ma fuori resta anche Nick Heidfeld con la Renault, terzo solo una settimana fa in Malesia che è solo 16°. Da segnalare che la sessione è stata interrotta per nove minuti in quanto Vitaly Petrov, dopo aver fatto segnare il tempo di 1’35"149 che gli ha garantito il quinto tempo, è rimasto bloccato in pista per un guaio al cambio. Il russo ha così dovuto rinunciare alla battaglia per la pole.
clamoroso webber — La prima sorpresa della giornata era però arrivata dalla frazione iniziale: già attardato nelle libere per un problema elettrico che gli aveva impedito di usare il kers e di percorrere più di cinque giri, Mark Webber è uscito subito di scena: solo 18°. Incomprensibile pare la scelta di averlo fatto girare con le gomme di mescola più dura quando tutti gli altri, a partire dalla Ferrari, hanno usato le gomme di mescola più tenera. Fuori con Webber, che ha sfogato la propria rabbia in una accesa discussione con il delegato della Fia Jo Bauer, anche le Lotus di Hovalainen (19°) e Trulli (20°) , le Virgin di D’Ambrosio (21°) e Glock (22°) e le Hrt di Luzzi (23°) e Karthikeyan (24°). Soddisfatto Vitantonio che è riuscito a chiudere a soli tre decimi dalla Virgin più vicina.
dal nostro inviato
Andrea Cremonesi© RIPRODUZIONE RISERVATA

giovedì 14 aprile 2011

però.............

Processo breve, Napolitano gela Berlusconi
E il premier promette: “Chiariremo tutto” 

Più che un avvertimento, una promessa. Da Praga, Giorgio Napolitano mette cappello sul processo breve e toglie il sorriso dalla bocca del Cavaliere che pensava di essere ad un passo dalla vittoria. “Valuterò i termini di questa questione – ha detto il Capo dello Stato – quando saremo vicini all’approvazione definitiva in Parlamento”. Dunque, prima che il Senato dia il via libera definitivo. E’ il preludio di uno scontro, non ci sono dubbi. Anche perché Napolitano ha esplicitamente parlato di “prima” dell’approvazione del processo breve, non subito dopo, quando cioè l’unica freccia al suo arco potrebbe essere solo la decisione di non firmare la legge. S’immagina, dunque, che nella mente del Presidente della Repubblica si stiano agitando molti pensieri, primo fra tutti – probabilmente – quello di impedire che la legge diventi tale senza modifiche sostanziali, in modo da non spazzare via un numero impressionante di processi, compresi quelli più dolorosi (dalla Thyssen Krupp a Viareggio, passando per il Crac Parmalat e per la Eternit) dove le persone attendono fiduciose di avere giustizia.

Non appena le parole di Napolitano sono rimbalzate in Italia, nel quartier generale berlusconiano di Palazzo Grazioli si è scatenato il finimondo. Il ddl sul processo breve ieri è approdato a Palazzo Madama e mercoledi prossimo la conferenza dei capigruppo lo calendarizzzerà in commissione giustizia; relatore sarà il pidiellino Giuseppe Valentino. Quel che gli avvocati del Caimano temono, e un po’ anche il ministro Alfano, è che Napolitano chieda di vedere la legge e sollevi alcuni rilievi che non potranno essere in alcun modo disattesi, pena la negazione della firma finale. Nell’aria si agita una parola che fa paura ai tanti avvocati del presidente del Consiglio: amnistia mascherata. Napolitano, proprio su questo “fraintendimento” potrebbe picchiare duramente. Scardinando la legge.

Berlusconi, accigliato, ne ha parlato anche con i capigruppo, riuniti a Palazzo Grazioli per fare il punto sulle amministrative, ma anche sulla tenuta della maggioranza dopo la battaglia parlamentare di ieri. Il Cavaliere sarebbe più convinto che mai di “andare avanti come un treno”. Sulla riforma della giustizia, perché “la battaglia contro i magistrati va vinta una volta per tutte”, e sulle intercettazioni, come ha annunciato lui stesso oggi. Anche se l’uscita di Napolitano lo ha preoccupato parecchio. Per quanto abbia garantito che riuscirà a convincere il Capo dello Stato, annunciando che “con il Colle chiariremo tutto”, il timore è forte.

Molto più dell’ennesimo sommovimento creato dalle sue chiacchiere in libertà davanti ai corrispondenti esteri in Italia (poi ovviamente ritrattate) e da quell’investitura, un po’ estemporanea, un po’ no, di Alfano come suo delfino. Anche questa, ovviamente, smentita dopo 24 ore. Persino uno lontano più di altri dai più feroci giochi di potere che si stanno intrecciando in questi giorni, persino – insomma – uno come Altero Matteoli si è fatto saltare la mosca al naso sul nome del Guardasigilli: “Alfano delfino? Lo deciderà un congresso”.

Ma ad un congresso bisogna arrivarci e questa non sembra una priorità per Berlusconi. Che, invece, ne ha altre due sul tappeto; prima la vittoria alle amministrative, poi la “ristrutturazione” del Pdl, ormai oltre la semplice balcanizzazione. E’ probabile, però, che uno sguardo alle amministrative lo stia anche tenendo il Capo dello Stato. Qualcuno dei più attenti osservatori del Quirinale ha infatti ipotizzato che l’avvertimento di Napolitano sul processo breve possa anche materializzarsi una volta noti i risultati delle urne di maggio. Se, come appare probabile, il Pdl e la Lega non porteranno a casa i numeri sperati e qualche scricchiolio comincerà a sentirsi più forte anche in quelle che sono da sempre le roccaforti più pesanti come Milano, ebbene a quel punto uno stop più severo del Capo dello Stato al processo breve potrebbe avere ripercussioni pesanti sulla tenuta della maggioranza. E sulla sorte politica del Caimano.

In serata il Quirinale sottolinea di non interpretare le parole di Napolitano come un “annuncio di un intervento preventivo”. In ambienti del Colle si osserva che l’espressione “vicini al momento” significa che il Capo dello Stato comincerà a esaminare il testo alla vigilia della decisione che dovrà prendere a proposito della promulgazione”, si fa notare. Pertanto, “interpretare le sue parole come l’annuncio di un intervento preventivo è del tutto arbitrario”.


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RAPPORTO ONU

L'ecosistema del mare italiano
un tesoro da 9 miliardi di euro

Uno studio realizzato dalle Nazioni Unite certifica l'immenso valore dei servizi ambientali offerti dalle nostre acque. Un patrimonio che nel Mediterraneo nessun altro possiede ma che va difeso con profondi cambiamenti nell'economia

GAETA - C'è un tesoro nascosto sotto il mare italiano. Non si tratta di dobloni o antichi gioielli trafugati da qualche vascello pirata. Il patrimonio, che vale la bellezza di 9 miliardi di euro, è rappresentato dai servizi ambientali. A certificarlo è il rapporto "Ecosistemi marini mediterranei: il valore economico dei benefici ambientali" elaborato dal Plan Bleu, organismo del Programma ambiente mediterraneo delle Nazioni Unite (UNEP/MAP), presentato oggi nel corso del convegno "Una BlueEconomy per il Mediterraneo: una nuova alleanza tra natura e tecnologie low carbon" nello Yacht Med Festival organizzato a Gaeta dalla Camera di Commercio di Latina.

L'Italia, stando allo studio, non è prima solo nella lista dei beni culturali dell'umanità: le Nazioni Unite ci riconoscono un nuovo primato assoluto, quello di paese mediterraneo con la maggiore quantità di servizi ambientali offerti dal mare. Praterie marine e ricchezza di biodiversità ma anche qualità del paesaggio, depurazione naturale dell'acqua e mantenimento delle coste. Tutti elementi legati agli ecosistemi del mare ai quali volendo è possibile assegnare anche un valore economico.

Il nostro paese, sottolinea ancora il rapporto, vanta oltre un terzo della ricchezza prodotta dai servizi ambientali forniti dal mare, il 35% del totale, più del doppio della Grecia o della Spagna. In termini economici, 9 miliardi di euro contro i complessivi 26 miliardi di beni ecologici prodotti ogni anno dal
Mediterraneo nel suo complesso.

Secondo i dati riportati nel convegno, le 26 aree marine protette già istituite nel nostro paese tutelano una parte importante del valore anche economico attribuibile ai servizi ambientali: nei loro 360mila ettari di mare, una piccola parte delle migliaia di chilometri quadrati che costituiscono la nostra fascia costiera, si concentra una parte importante di questo patrimonio, capace di produrre beni per almeno 36 milioni di euro l'anno, secondo il calcolo elaborato dal Plan Bleu. Ma la tutela della natura, anche intesa come valore economico dei servizi ambientali forniti dagli ecosistemi, da sola non basta a garantire il concetto di sostenibilità.

"La BluEconomy si basa su una nuova possibile alleanza tra conservazione dell'ambiente marino e costiero e sviluppo di tecniche innovative, ad alto contenuto tecnologico e a basso impatto ambientale, in tutti i campi della vita quotidiana", ha spiegato in apertura il presidente della Camera di Commercio di Latina Vincenzo Zottola. "Il contributo dell'imprenditoria non solo attenta alle ragioni dell'ambiente ma pronta a fornire soluzioni avanzate e pulite è centrale nella definizione di uno sviluppo sostenibile applicato ai territori, soprattutto nella fascia costiera che è il luogo di maggiore pressione antropica nei paesi mediterranei", ha aggiunto. 

Il convegno di Gaeta ha puntato quindi i riflettori sullo sviluppo delle rinnovabili, sull'abitare sostenibile, sulla crescita di imprese ad alta innovazione, sulle metodologie innovative di assorbimento dei gas serra prodotti. La popolazione litoranea del Mediterraneo ammontava a 148 milioni già nel 2005, su un totale di abitanti dei paesi rivieraschi di 420 milioni. A queste cifre va aggiunto il numero crescente di turisti internazionali: si è passati, nelle regioni del Mediterraneo, dai 58 milioni del 1970 agli oltre 228 milioni del 2002. E, secondo le proiezioni, si arriverà a 346 milioni nel 2020. Una presenza che è concentrata per circa l'80% nel periodo compreso tra maggio e settembre.

Un'enorme quantità di persone che va a gravare sulle risorse ambientali e sulle strutture abitative rivierasche e che può essere gestita solo rivedendo il paradigma delle economie mediterranee. Per questo è stata ribadita la necessità di sviluppare le fonti rinnovabili, limitandone però al massimo l'impatto paesaggistico e di diffondere strutture turistiche e residenziali sostenibile.
(14 aprile 2011)
 
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Alonso, la speranza nelle Pirelli
Massa: "Ma i detriti sono pericolosi"

I due ferraristi alla vigilia del Gp della Cina si concentrano sul degrado delle gomme. Lo spagnolo: "Ci aspettiamo che qui l'usura sia notevole, e la Ferrari ha dimostrato di sapere essere estremamente competitiva anche sull’intera durata di una corsa, oltre che di trattare bene gli pneumatici". Il brasiliano: "I 'riccioli' di gomma si depositano sulla pista e creano una vera e propria spiaggia. Finirci sopra può essere pericoloso"

SHANGHAI (Cina), 14 aprile 2011 - Non chiede poi molto, almeno dal suo punto di vista: “Per il GP di domenica spero di arrivare su quel podio che ci è scappato davvero per poco sia in Australia sia in Malesia”, spiega Fernando Alonso, che poi ribadisce come la Ferrari qui in Cina non abbia potuto portare (al pari degli altri team) novità importanti a livello di elettronica, complice il pochissimo tempo a disposizione dall’ultima gara”.
Cauto ottimismo — Non ci sono, insomma, le condizioni per un radicale stravolgimento dei rapporti di forza nei confronti di Red Bull (soprattutto) e McLaren, però “una buona occasione per migliorare potrebbe arrivare, per noi, proprio dal degrado delle gomme. Ci aspettiamo che qui a Shangai l’usura sia notevole, visto il tipo di asfalto e quello delle curve, e la Ferrari ha dimostrato di sapere essere estremamente competitiva anche sull’intera durata di una corsa, oltre che di trattare bene gli pneumatici”.
Si lavora a Shanghai. LaPresse
Si lavora a Shanghai. LaPresse
Allerta “marbles” — L’altro ferrarista, Felipe Massa, mette invece l’accento su quei “riccioli” di gomma che si depositano sulla pista durante la corsa, a causa dell’usura delle stesse. “Secondo me sono sicuramente tanto pericolosi. Più giri fai, più si depositano sull’asfalto, e da metà gara sino al termine non è facile fare qualunque cosa. Se, ad esempio, commetti uno sbaglio, oppure una macchina ti fa passare in una zona sporca, tu puoi rischiare di rimanere lì…”. Addirittura, secondo il ferrarista, “abbiamo visto a Sepang che pure l’errore commesso da Petrov è nato dopochè lui ha toccato i “marbles”. Per causa loro lui è uscito di pista. La situazione, in tal senso, è molto peggiore rispetto all’anno scorso, perché questa gomma rimane molto sulla pista, il degrado aumenta ed a fine gara c’è una vera e propria spiaggia intorno alla linea che delimita il tracciato. Guidare così non è affatto semplice…”.
dal nostro inviato
Flippo Grimaldi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 12 aprile 2011

già...................

Ferrari, novità già in Cina
La qualifica è la chiave

Domenicali, Costa e Fry sono volati a Maranello per non tralasciare il minimo dettaglio: l'obiettivo è avere subito sviluppi da utilizzare a Shanghai per essere più vicini alle Red Bull già il sabato e attaccare in gara domenica

MARANELLO (Modena), 12 aprile 2011 - Recuperare velocità in qualifica e poi fare ancora meglio in gara. La Ferrari non intende certo rinunciare a essere competitiva nel GP che si corre domenica in Cina. Le prestazioni in Malesia non sono piaciute, lo ha ribadito anche ieri il presidente Luca Montezemolo, intervenuto alla Gazzetta dello Sport. Ma non tutto è da buttare, traspare la convinzione di non essere lontani dai migliori, soprattutto sul passo gara. Malgrado la trasferta ravvicinata, non è casuale che Stefano Domenicali, Aldo Costa e Pat Fry siano volati a Maranello per 48 ore di approfondimenti prima di ripartire per Shanghai. Nell'era delle comunicazioni globali, evidentemente, lo stato maggiore del Cavallino non ha voluto trascurare il minimo dettaglio. Rivoluzionare la 150 Italia non si può, ma già in Cina la rossa potrebbe avere novità per ridurre il gap dalle Red Bull.
Ferrari, lavoro febbrile per recuperare. Ansa
Ferrari, lavoro febbrile per recuperare. Ansa
anticipare — Lo ha detto lo stesso Domenicali sul sito Ferrari: "Dobbiamo lavorare tanto per anticipare gli sviluppi, in particolare sull'aerodinamica, che resta il fattore chiave - continua Domenicali - cercheremo di avere qualcosa già in Cina ma siamo consapevoli che dobbiamo capire perché i dati della galleria del vento non corrispondono a quelli che abbiamo visto in pista. Se non avremo un'idea chiara, allora dovremo dare una sterzata allo sviluppo della macchina".
scelte positive — Quello che ha colpito è stato il divario da Sebastian Vettel soprattutto in qualifica: "Dobbiamo capire perché in qualifica la nostra prestazione non è all'altezza dei migliori - ha detto ancora Domenicali - è vitale reagire immediatamente perché sappiamo come le cose possano mutare velocemente in Formula 1. Da un punto di vista strategico, la nostra gara a Sepang è stata positiva: le scelte fatte si sono dimostrate corrette e il bottino di punti inferiore al potenziale è stato determinato da altri problemi. Strategia e ritmo di gara sono in questo momento due voci in attivo". E, in effetti, pensando al fatale errore di Abu Dhabi, un cambiamento in positivo nella gestione dell'intero GP si è visto.
mercato — Sono stati piccoli ma importanti dettagli a decidere in negativo il GP: la poca velocità in qualifica, costata un inizio intruppato, l'errore al pit stop di Massa, costato a Felipe una paio di posizioni, il tamponamento di Alonso a Hamilton, costato il podio. Visto che gli ultimi due sono facilmente risolvibili con un po' di attenzione, la Ferrari è molto più concentrata sul come intervenire per acquisire velocità. Di qui il viaggio di Domenicali, Costa e Fry a Maranello. In Cina, del resto, vista l'importanza del mercato, la Ferrari tiene da sempre a far bella figura. Dal 2004 le rosse hanno vinto tre volte e i due piloti, Alonso e Massa, hanno un curriculum di una vittoria (Fernando) e di un secondo e un terzo posto (Felipe).
g.fer.© RIPRODUZIONE RISERVATA
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ENERGIA NUCLEARE

"Sicurezza da migliorare
ma rimane indispensabile"

Intervista con Matthew Bunn, docente di Harvard e tra i massimi esperti mondiali di politiche dell'atomo. "Per vincere la sfida climatica non possiamo farne a meno, ma non sottovalutiamo le minacce terroristiche" di VALERIO GUALERZI

ROMA - "Da un lato abbiamo una popolazione mondiale che continua a crescere e pretende di avere elettricità a basso costo. Dall'altro la minaccia dei cambiamenti climatici ci impone di ridurre drasticamente le emissioni. Per vincere questa sfida dobbiamo assolutamente sfruttare tutte le opzioni a disposizione, compresa quella nucleare, rendendo le centrali sicure". Nel muro contro muro tra nuclearisti e ambientalisti il professor Matthew Bunn 1, docente a Harvard, ex consulente della Casa Bianca per le politiche nucleari ed editorialista del Washington Post 2, si pone in una "insolita" posizione intermedia. Se non si nasconde certo dietro atti di fede cieca nell'affidabilità del nucleare, allo stesso tempo è scettico sulla possibilità di farne a meno.

Ritiene che il nucleare sia sicuro, malgrado l'incidente di Fukushima, o una minaccia come sostengono gli oppositori?
"La tragedia giapponese è lì a ricordarci che la sicurezza assoluta non c'è, ma a mio avviso bisogna prima chiedersi: sicurezza rispetto a cosa? Non dimentichiamo che tsunami e terremoto hanno fatto quasi 30 mila vittime, mentre per l'incidente alla centrale non è morto nessuno. Di contro negli Stati Uniti ogni anno migliaia di persone
muoiono per patologie legate alle polveri sottili emesse dalle centrali a carbone, senza contare gli effetti delle attività estrattive. Credo quindi che bisogna valutare attentamente potenziali rischi e benefici, tenendo conto del problema demografico e di quello climatico".

Sembra di capire che lei ritiene il nucleare una scelta obbligata, malgrado il disastro di Fukushima.

"Se guardiamo cosa serve per fermare il riscaldamento globale vediamo che occorrerebbero ogni anno nel mondo 25 o 30 nuove centrali. La tragedia giapponese ci dimostra anche però che serve una rete imponente di back up in caso di mancanza di corrente e che questo in alcune circostanze può non bastare. Dobbiamo quanto prima far partire una revisione di tutti i sistemi di sicurezza, garantendo in particolare che i sistemi di raffreddamento funzionino anche in caso di black out. Altri aspetti da approfondire sono la gestione delle barre di combustibile esausto e le piscine di raffreddamento. A occuparsi di queste verifiche dovrebbero essere commissioni indipendenti di esperti. In questo senso le recenti scelte fatte dall'Ue sugli stress test mi sembrano molto positive, ma non del tutto sufficienti. C'è bisogno di molta più collaborazione internazionale, anche per scongiurare la minaccia terroristica".

Lei è uno dei pochi a ricordare che il nucleare non pone solo una questione ambientale e di costi, ma anche di sicurezza rispetto alla minaccia terroristica. Su questo tema lei è stato ascoltato anche dal Senato di Washington.
"Abbiamo le prove che Al Qaeda già da diversi anni sta pensando sia a un attacco a una centrale nucleare sia a trafugare materiale per realizzare in proprio ordigni atomici. Purtroppo gli standard internazionali di sicurezza non sono uniformi e molti Paesi sottovalutano questo rischio, lasciando indifese le loro strutture. Bisogna assolutamente alzare la guardia, su questo aspetto c'è molto da fare per avviare una fondamentale collaborazione internazionale, ma dal punto di vista dei costi si tratterebbe di un aggravio sopportabile".

Il premio Nobel Carlo Rubbia propone come alternativa l'utilizzo del torio. La convince?
"E' un'opportunità importante, ma a mio avviso non risolverebbe tutte le problematiche di sicurezza. Inoltre per arrivare ad avere i reattori immaginati da Rubbia occorrerà molto tempo e non sono certo che quando li avremo saranno economicamente sostenibili".

Per il momento l'opinione pubblica comunque è molto più preoccupata dalla possibilità di nuove Chernobyl o nuove Fukushima. Davvero i futuri reattori di quarta generazione sono in grado di annullare questi rischi?
"I reattori di quarta generazione possono migliorare molto la sicurezza, ma già oggi ci sono impianti molto più sicuri di quello giapponese. Va anche detto però che nessuna tecnologia esistente oggi avrebbe saputo evitare una tragedia come quella avvenuta a Fukushima. Bisogna assolutamente ridurre i rischi di collasso del nocciolo investendo massicciamente in ricerca, ma senza sottrarre fondi alle rinnovabili e tanto meno all'efficienza energetica, senza dimenticare il CCS, la tecnologia per la cattura e lo stoccaggio sotterraneo della CO2. Ci serve tutto, dobbiamo usare tutte le opzioni a disposizione. Fukushima rende tutto più difficile, ma credo che paesi come Cina, India e Russia non si fermeranno".
(09 aprile 2011)
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Processo breve, lavori notturni per l’Aula
Alla Camera ostruzionismo da Pd e IdV
L'opposizione prende tempo leggendo uno a uno gli articoli della Costituzione e citando i casi che rischiano l'interruzione a causa della norma. "Auspico che Napolitano sciolga le Camere", ha commentato D'Alema. La votazione finale è prevista per domani alle 20, dopo un'altra giornata di lavori
Contro il processo breve, l’opposizione punta sull’originalità per fare ostruzionismo. Il Pd ha schierato i suoi big per leggere in Aula gli articoli della Costituzione. Dario Franceschini ha iniziato con la lettura dell’articolo 1, seguito da Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi e Massimo D’Alema che ha recitato l’articolo 87 su poteri e doveri del Capo dello Stato. “Meno male che c’è, dal momento che in questo momento rappresenta l’unico punto di riferimento per i cittadini”. Dopo di lui sono intervenuti Beppe FioroniPiero Fassino.

I deputati dell’IdV hanno invece deciso di ricordare i casi più noti che rischiano di essere interrotti se dovesse passare la legge sul processo breve. Frodi economiche come i casi Parmalat e Cirio, morti bianche come quelle della Thyssen Krupp e Fincantieri di Palermo, o ancora le responsabilità sulle vittime del terremoto de L’Aquila e dei pazienti deceduti alla clinica Santa Rita di Milano.

Ma nel suo intervento l’onorevole D’Alema non si è limitato a leggere l’articolo 87 della Costituzione. Ha proseguito commentando la prima riga del successivo: “Il presidente della Repubblica ha il potere di sciogliere le Camere, ma questo più che una lettura del comma è un mio auspicio personale”.

La dichiarazione di D’Alema è accompagnata da un lungo e caloroso applauso di tutti i deputati dell’opposizione. Anche qualcuno dai banchi della maggioranza applaude, ma lo fa in modo polemico e spesso gridando frasi di scherno. Dai banchi della maggioranza si sono levate grida e qualche applauso ironico. “Recitatele a memoria…”, ha urlato qualcuno. Mentre parlava D’Alema, dagli scranni della Lega qualcuno ripeteva l’articolo 11 in cui si legge che “L’Italia ripudia la guerra”, in evidente riferimento alla missione in Kosovo decisa dall’allora premier.

Durante il suo intervento, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha sottolineato come i processi a rischio con la legge siano solo lo 0,2 per cento. Ogni anno, ha riportato il ministro, per la lentezza della giustizia a cadere in prescrizione è invece lo 0,5 per cento dei provvedimenti. ”Se l’impatto è così modesto”, ha subito risposto il leader dell’Udc Per Ferdinando Casini, ”Ci vuole spiegare perché state bloccando il Parlamento da settimane? Non serve a nessuno o, come dicono le opposizioni, serve solo a qualcuno?”. ”Se non si arriva a una sentenza non è colpa dei giudici”, gli fa eco Antonio Di Pietro, “Ma della mancanza di risorse, personale, strumenti che agevolino il processo ad arrivare a destinazione”.
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Una legge “onestamente ad personam” è quanto avrebbe invece preferito Pino Pisicchio, capogruppo dell’Api. Rivolgendosi ai deputati-avvocati della maggioranza, Pisicchio ha chiesto come mai non si sia agito accorciando di un anno la pena massima prevista per il reato di cui il presidente del consiglio Silvio Berlusconi è imputato nel processo Mills. Sarebbe bastato, ha spiegato Pisicchio, per agire sulla prescrizione (che si calcola proprio sugli anni massimi di pena). “Così Berlusconi sarebbe uscito dall’odiato processo e la maggioranza avrebbe votato una legge senza produrre gli effetti devastanti di questo provvedimento sul sistema processuale. Noi dell’opposizione avremmo naturalmente votato contro, ma – vivaddio – i danni del provvedimento sarebbero stati più limitati”, ha concluso.

Intanto per domani è stato convocato il Consiglio dei ministri alle ore 14. Il Cdm si svolgerà in concomitanza con la pausa dei lavori parlamentari alla Camera dove sono in corso le votazioni sul processo breve che domani, salvo sorprese, dovrebbe ottenere il via libera intorno alle 20. Su richiesta della maggioranza, i lavori dell’Aula continueranno oggi in seduta notturna, fino alle 23,30, per votare gli emendamenti. “Ci hanno detto che il testo va votato entro domani”, ha commentato il presidente dei deputatio del Pd, Dario Franceschini, “Ma perche’ non giovedi’? La notturna si dovrebbe fare per provvedimenti utili al paese, alle imprese. Questa è una priorità vergognosa”. Il Pd aveva invece chiesto il voto segreto sull’art. 3 – che riguarda la prescrizione breve -, ma la richiesta è stata bocciata dal presidente della Camera Gianfranco Fini durante la conferenza dei capigruppo.

lunedì 11 aprile 2011

hahahahahahahahah

 Rai, i tre ultrà di Berlusconi

ci costano venticinque milioni di euro 

Ferrara, Sgarbi e il direttorissimo del Tg1 servono il conto del servizio pubblico ad personam: 15 milioni per pagare tre anni di Qui Radio Londra, otto per il programma senza nome del critico d'arte e due milioni per lo stipendio di Minzolini più le sue spese con la carta di credito aziendale
Silvio Berlusconi non ha un rapporto tra cliente e cameriere con la Rai: riceve le portate che ordina, certo, ma il conto arriva agli italiani: 25 milioni di euro per pagare tre anni di Qui Radio Londra con Giuliano Ferrara (oltre 15), il programma senza nome di Vittorio Sgarbi (8) e lo stipendio di Augusto Minzolini al Tg1 più le sue spese con la carta di credito aziendale (quasi 2). Aspettando l’esordio di Sgarbi, Minzolini e Ferrara – oltre i soldi che prendono – sfasciano i conti di viale Mazzini perché sia il Tg1 che Qui Radio Londra vanno male in termini di ascolti e share favorendo la concorrenza, ovviamente le televisioni del Cavaliere. La politica nel servizio pubblico di B. è un saccheggio di risorse e pezzi di palinsesto: non importa quanti telespettatori guardano il telegiornale di Rai1 o ascoltano l’editoriale dell’Elefantino, al governo interessa controllare l’informazione (con Minzolini), l’interpretazione dei fatti (con Ferrara) e persino lo svago in prima serata (con Sgarbi). Tutto al sole del conflitto d’interessi.

Per tutta risposta il Giornale s’indigna perché per i programmi e i giornalisti “rossi”, cioè diversi dai megafoni di Silvio Berlusconi, la Rai spende 35 milioni di euro l’anno. La notizia è vera e parziale. Il Giornale dimentica che Michele Santoro, Giovanni Floris e Fabio Fazio, Milena Gabanelli, soltanto per fare un po’ di esempi, fanno incassare milioni di euro a viale Mazzini. La pubblicità copre ampiamente le spese, e il resto va dritto nelle casse del servizio: Ballarò fa guadagnare 4,5 milioni di euro, Annozero 6 milioni, Che tempo che fa 7,2 milioni, Report 1,9 milioni. Il successo dei programmi dipende dal pubblico che li guarda, e per i megafoni del Cavaliere è un problema. Giuliano Ferrara è riuscito a strappare, anzi, gentilmente ha ricevuto un contratto triennale da viale Mazzini che impone a Raiuno di mandare in onda Qui Radio Londra, tutti i giorni, sino al marzo 2014. L’editoriale quotidiano va maluccio: l’azienda aveva previsto il 20 per cento di share, ma a fatica si regge intorno al 18 – dunque la pubblicità perde il 10% del suo valore – e penalizza il varietà che segue: Affari tuoi puntualmente perde il confronto con Striscia la Notiziasabato, quando Ferrara riposa). Qui Radio Londra è soltanto un costo per la Rai, peggio: un mutuo triennale da 15 milioni di euro, 32 mila euro al giorno per almeno 160 puntate l’anno. E presto su Raiuno arriverà Vittorio Sgarbi con una trasmissione ancora senza nome e senza temi, ma con un investimento da grande evento: 1,4 milioni di euro a puntata, più un milioni per il critico d’arte, sindaco di Salemi, nonché consulente ed ex sovraintendente del ministero dei Beni culturali. I dirigenti Rai hanno un indice, il costo-contatto, per capire se la trasmissione è una risorsa oppure un peso per l’azienda. Il costo-contatto di Annozero è di 30 centesimi di euro ogni mille telespettatori (27 centesimi per Ballarò, 40 per Report). Sgarbi ha un’unica possibilità per eguagliare Annozero o Ballarò, sperare che lo guardino 40 milioni di italiani.

Elefantino: un flop da 106 euro al secondo

Anche per Giuliano Ferrara la quarta settimana è un problema. Non per le sue tasche, ogni sera incassa 3 mila euro. La crisi colpisce Qui Radio Londra, in molti cambiano canale appena inizia la sigla e il direttore del Foglio fa un lento giro di scenografia immobile sul seggiolone. Il monologo di venerdì sera ha registrato il record negativo di telespettatori: 4,3 milioni, mancano all’appello 1,6 milioni di italiani rispetto all’esordio del 14 marzo. La Rai, disperata, cerca di tamponare la crisi di ascolti con annunci solenni in coda al Tg1 oppure assottigliando la pubblicità tra il telegiornale e Qui Radio Londra, giocando sui riflessi dei telespettatori. Tentativi vani. Non è preoccupato Ferrara, tanto chi lo schioda? In senso metaforico, sia chiaro. L’Elefantino ha firmato un contratto biennale con opzione per il terzo, e quindi il servizio pubblico è obbligato a sorbirsi Qui Radio Londra sino al marzo 2014, qualunque sia il direttore generale, qualunque sia il governo in carica. È come se la Rai avesse acceso un mutuo per ingaggiare Ferrara e, giorno per giorno, l’abbonato paga un pezzo di cambiale. L’editoriale quotidiano di 5 minuti costa all’azienda 32 mila euro tra risorse di rete e di produzione, compreso lo stipendio dell’ex ministro berlusconiano (106 euro al secondo). Qui Radio LondraEnzo Biagi, oggi c’è Ferrara. E particolare non da poco, ci sono gli italiani in fuga

Ligabue, Baggio… Tutti i no al critico

L’avvocato Giampaolo Cicconi ha spiegato che il suo assistito, Vittorio Sgarbi, dal 1 aprile 2003 al 18 marzo 2011 si è sempre “esibito gratis” in Rai. Chissà perché per la sua esibizione in un programma di Rai1, forse tra due settimane o forse tra un mese, il direttore generale Masi offra un contratto di 1 milioni di euro e – aggiunge l’avvocato – una sessantina di apparizioni sui canali del servizio pubblico. La Rai è terrorizzata dal debutto di Sgarbi conduttore-autore, lui indica la partenza il 2 maggio, loro la rinviano al 18, o meglio a giugno: perché il critico d’arte, versione sindaco di Salemi, viola la par condicio durante la campagna elettorale e i successivi ballottaggi nei comuni e nelle province italiane. Nessuno tra i dirigenti di Rai1 conosce i temi che riempiranno le cinque puntate, gli ospiti d’onore che faranno di Sgarbi un Fabio Fazio più di governo che di lotta. L’ex sottosegretario ha incaricato i suoi collaboratori di invitare tante celebrità, calciatori, cantanti, attori, scrittori. Ma tutti rifiutano: Roberto Baggio, Zinedine Zidane, Patty Pravo, Luciano Ligabue, Sabrina Ferilli, Alessandro Baricco. C’è il serio pericolo che Sgarbi possa ritrovarsi a meditare da solo su arte e dintorni, a intonare senza cori Il mio canto libero (il titolo per il momento più accreditato, tanto Lucio Battisti non può protestare). L’unica certezza sono i soldi che la Rai spenderà per una trasmissione X di un giorno X: 7 milioni di euro, più il milione per Sgarbi. Soltanto l’appalto esterno a Bibi Ballandi è di 2,35 milioni di euro e l’azienda ha previsto 3,15 milioni di euro per i costi di rete e 1,5 per la produzione. Quando Il mio canto libero andrà in onda, fuori dal periodo che decide la pubblicità, la concorrenza risponderà con repliche senza cacciare un euro. A Mediaset non interessa contendere a viale Mazzini gli ascolti a giugno, un fuori stagione utile per spolverare il meglio o il peggio conservato nelle teche. È come se la Rai, sborsando 8 milioni di euro per Sgarbi, si preparasse, con mezzi di avanguardia, a gareggiare a un Gran premio di lusso. Soltanto che i concorrenti sono già in vacanza e nessuno li aspetta al traguardo.

Minzo, 550mila euro (più credit card)

L’ultimo scoop del telegiornale di Augusto Minzolini, per la rabbia dei concorrenti, incluse le multinazionali come Al Jazeera, Cnn e Fox, è del 28 marzo. Il Tg1 ha rassicurato le mamme italiane: non preoccupatevi se a volte, avvicinandovi ai vostri bebè, annusate un odore sinistro. Ecco la risposta giusta: “Sono coliche gassose”. Ma niente paura, il primo tg del servizio pubblico ha pure consigliato il rimedio: “Fate qualche leggero massaggio sulla superficie addominale per favorire l’emissione del gas in eccesso”. Risolto. Intanto è in corso l’indagine della Procura di Roma sulle spese del direttorissimo con la carta di credito Rai, almeno 68 mila euro (su 86 mila) in 14 mesi senza autorizzazioni: pranzi e cene all’estero tra Dubai e Barcellona, Marrakesch e Istanbul. Il fascicolo è contro ignoti, secondo il cosiddetto “modello 45”, e quindi Minzolini non è indagato. La Procura aspetta l’informativa dei finanzieri e, qualora venisse individuato un illecito, potrebbe ipotizzare i reati di truffa, peculato e una violazione delle norme tributarie. Già prima dei magistrati romani era intervenuta la Corta dei conti che ha avviato un’inchiesta per danno erariale. Il direttore globe trotter (129 giorni in trasferta) strisciava la carta aziendale anche per importi minimi, di pochi euro, per un aperitivo o un caffè, nonostante dal giugno 2009, quando fu nominato dal Cda per il Tg1, percepisca uno stipendio di 550 mila euro. Il mezzo milione di euro è garantito almeno sino all’anno prossimo, quando finirà il mandato triennale del Consiglio di amministrazione in carica. Il conto: tre anni, 1,65 milioni di euro, più 68 mila che non tornano. Ora Minzolini promette di restituire il maltolto per scappare dai guai. Certo, anche nel primo editoriale disse: “Mi occuperò della vita reale della gente”. Quelli che vanno in crociera nel Mediterraneo, in piena estate, ma risultano presenti in ufficio.
(tranne il andrà sempre in onda, tranne un paio di mesi estivi e forse una pausa natalizia, dunque monopolizza il palinsesto di Rai1 per almeno otto mesi e circa 160 puntate l’anno. Il mini programma, nei prossimi tre anni, farà spendere al servizio pubblico oltre 15 milioni di euro. E quanti milioni di pubblicità farà perdere? Il varietà Affari tuoi, da quando c’è Ferrara, colleziona sconfitte nel confronto con Striscia la notizia perché ricevere la linea dal 15 o al massimo il 16% di share e non riesce a recuperare. E poi vince il sabato con l’Elenfantino a casa. Qui Radio Londra è una valanga che fa sbriciolare il duopolio Rai-Mediaset (Raiset), dalle 20.30 in poi trionfa il Biscione. Nella fascia più delicata per il servizio pubblico, tra il telegiornale e la prima serata, un tempo c’era

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Montezemolo: "Reagiremo
Ma questa F.1 non va bene"

Il presidente del Cavallino in Gazzetta per presentare i dvd sulla Casa di Maranello: "Siamo partiti male, ma ho grande fiducia in tutto lo staff". Sulle nuove regole: "C'è troppa aerodinamica, è arrivato il momento di cambiare le cose. Anche introducendo la terza macchina"

Luca Montezemolo in Sala Montanelli. Bozzani
Luca Montezemolo in Sala Montanelli. Bozzani
MILANO, 11 aprile 2011 - Un parterre d'eccezione per un'opera da non perdere. Si è svolta proprio in Gazzetta, nella sala Montanelli, la presentazione della collana dei dvd dedicati alla storia della Ferrari.
L'OPERA — È la storia più lunga e di successo nella straordinaria avventura della F.1, iniziata nel lontano 1950. Se si parla di vittorie, dunque, guardare in casa Ferrari diventa da un lato un esercizio piuttosto facile, vista l’abbondanza, e dall’altro invece mette particolarmente in difficoltà. Perché per creare una selezione e piazzarle una in fila all’altra si possono adottare criteri razionali ed emotivi, storici e statistici, originali e divertenti. Da 62 stagioni fa alle vittorie recenti di Fernando Alonso.
tanto da fare — "Con la speranza nemmeno nascosta di aggiornarla subito con nuove vittorie" ha detto il presidente Ferrari Luca Cordero di Montezemolo, intervenuto come ospite d'onore nella nostra sede di via Solferino. Certo non sarà facile nell'immediato. Il GP della Malesia ha dimostrato che gli avversari sono forti e di lavoro ce n'è ancora tanto da fare: "Spero di vedere dei miglioramenti soprattutto in qualifica e di vederla competitiva come ieri in gara - ha aggiunto Montezemolo - certo, questa settimana non credo che la Ferrari in questa settimana possa fare la rivoluzione". "Io sono ottimista - ha aggiunto - devo esserlo. Non sono certo molto soddisfatto di questo inizio di stagione però sto già vedendo una forte reazione e ho fiducia nelle persone della Ferrari. So da Domenicali con cui ho appena parlato che sono a lavorare a testa bassa, ho visto ieri una Ferrari che in gara è a livello dei migliori e senza quello che è successo sarebbe andata a pieno titolo su podio".
troppa aerodinamica — Il presidente della Ferrari ha poi lanciato precise accuse all'attuale F.1. Le nuove regole introdotte non gli sono piaciute granché e, sia pure senza diktat o imposizioni, ha parlato di una svolta da dare al regolamento tecnico e non solo: "Attualmente l'80% del valore delle macchine dipende dall'aerodinamica, non si può continuare così. Le gallerie del vento funzionano 24 ore su 24 ma la F.1 è anche motori, meccanica. Questa F.1 così com'è non mi sta bene. Assurdo poi che siamo l'unico sport professionistico al mondo in cui non ci si può allenare. I test vanno reintrodotti, naturalmente facendo attenzione ai costi. Mai come in questo momento c'è il bisogno di condividere nuovi regolamenti che restino nel tempo". Infine anche la rinnovata richiesta di introdurre la terza macchina: "Se potessimo dare una terza Ferrari a team che invece si devono fare in casa macchine che in pista prendono 4-5 secondi al giro sarebbe molto più divertente per il pubblico".
Giusto Ferronato© RIPRODUZIONE RISERVATA
 
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GIOCHI

Un videogame al Tribeca
l'interattivo sbarca al cinema

"L. A. Noire" è un videogame da 100 milioni di dollari, con 400 attori. E probabilmente passerà alla storia. Perché è il primo a essere ammesso a un festival dedicato al grande schermo. Tutto merito di una nuova tecnologia rivoluzionaria, messa a punto apposta per lui di JAIME D'ALESSANDRO

ROMA - Oltre 400 attori coinvolti, sei anni di lavoro e un budget astronomico che supera i 100 milioni di dollari. Ecco i numeri di L. A. Noire, il nuovo videogame dei ragazzi terribili della Rockstar, gli stessi di Grand Theft Auto, in uscita il 20 maggio. Ambientato nella Los Angeles del dopoguerra, quella della Dalia Nera, è un gioco che con ogni probabilità passerà alla storia. Non tanto e non solo perché è uno dei più costosi mai prodotti, ma anche perché è il primo ad essere stato ammesso in un festival di cinema, il Tribeca Film Festival di Robert De Niro, in scena a New York dal 20 aprile al primo maggio. Tutto merito di una nuova tecnologia rivoluzionaria, il Motion Scan, messa a punto per L. A. Noire e usata per trasferire in digitale le espressioni del volto degli attori, rendendolo un vero e proprio film.

"E' stato un incubo", racconta ridendo Aaron Staton, l'attore protagonista del videogame. "Per circa sei mesi ho recitato le mie 220 pagine di dialoghi circondato da 32 telecamere". Staton, noto soprattutto per essere uno degli interpreti principali del serial tv Mad Men, veste i panni di Cole Phelps. Un poliziotto che tenta di porre un freno alla violenza che nel 1947 stava insanguinando le strade di Los Angeles. Piccoli e grandi casi, che molto devono ai romanzi di James Ellroy o a film come Chinatown di Polanski, parte di un unico mosaico che prenderà forma attraverso le 25 ore di gioco.

"Recitare in un progetto come questo non è
come recitare in un videogame del passato", continua Staton. "Sono esperienze sempre più simili a quelle del cinema più avanzato dal punto di vista di un attore. L. A. Noire è la prima vera dimostrazione di come, nel giro di pochi anni, sarà sempre più difficile distinguere fra film, giochi elettronici, animazione. Gli spazi digitali saranno probabilmente comuni, condivisi, così come le tecnologie. I progetti nasceranno già in origine fortemente multimediali ma interconnessi".

Di qui l'attenzione di Hollywood per il Motion Scan - pare che diverse major lo vogliano utilizzare a breve - che nasce dalla sua capacità di leggere ogni più piccolo movimento del volto di chi recita. Il risultato, nel videogame, è uno spessore psicologico dei personaggi prima difficile da rendere adeguatamente. L'esito degli interrogatori di Cole Phelps, passano ad esempio per l'interpretazione delle emozioni che affiorano sul volto dei sospettati o dei testimoni. Ed è tutto così accurato che alla fine sono i movimenti del corpo quelli che, per contrasto, appaiono artificiosi. Al Team Bondi, la software house che ha lavorato al progetto con la Rockstar, si sono talmente innamorati delle possibilità offerte da questa tecnologia da farne il centro del gioco. Con l'aggiunta degli immancabili inseguimenti, delle sparatorie, della raccolta di indizi.

"E' stato importante per la mia carriera", spiega Staton. "E non solo perché, essendo del 1978, sono cresciuto con i videogame. Credo che d'ora in avanti si reciterà sempre più spesso in questa maniera. Lavorando in L. A. Noire ho fatto pratica con il futuro dell'intrattenimento". 
(11 aprile 2011)