venerdì 17 giugno 2011

dai dai.....

Caso Bisignani, vertice a palazzo Grazioli
Letta, Alfano e Ghedini da Berlusconi

Casini difende il sottosegretario: "Ha sempre rifiutato di essere in Parlamento, che gode dell'immunità, perchè vuole che il suo servizio sia del tutto gratuito e svolto senza onori di nessun tipo". Cicchitto: "La magistratura attacca la maggioranza in difficoltà". Di Pietro: "Il virus del '92 ha infettato le istituzioni". Su Papa indagine disciplinare della Cassazione. L'Anm: "Fatti gravi e inquietanti"

ROMA - Nel pieno dello scandalo che vede coinvolto l'imprenditore Luigi Bisignani 1 ("spiavo i pm e riferivo a Gianni Letta"), Silvio Berlusconi si ritrova a palazzo Grazioli con lo stesso Letta, il ministro della Giustizia e segretario del Pdl, Angelino Alfano e il deputato e legale Niccolò Ghedini. Un vertice che sembra direttamente collegato all'inchiesta e alla contromisure da prendere. D'altronde l'inchiesta scuote i palazzi e c'è già chi teme una nuova Tangentopoli. Dalle carte dei pm napoletani emergono i nomi di Gianni Letta, Italo Bocchino, Denis Verdini.

Casini difende Letta.  "Letta è un uomo che parla con tutto il mondo e tutto il mondo parla con lui. Se c'è una persona su cui metterei la mano sul fuoco per onestà e correttezza quella è Gianni Letta". Così Pier Ferdinando Casini risponde ai cronisti sull'inchiesta che ha portato all'arresto di Bisignani e alla richiesta di autorizzazione a procedere per il pidiellino Alfonso Papa. Letta, ha continuato Casini, "di questo ho testimonianza diretta, ha sempre rifiutato di essere in Parlamento, che gode dell'immunità, perchè vuole che il suo servizio sia del tutto gratuito e svolto senza onori di nessun tipo. Io non metterei la mano sul fuoco per nessuno, ma su di lui mi sentirei di mettere due mani sul fuoco".

Il Pdl contro i pm. L'ex ministro della Cultura Sandro Bondi parla di "clima vendicativo". "Sono profondamente turbato, allo stesso modo - dice Bondi - di milioni di italiani, rispetto a nuove inchieste giudiziarie che rischiano di apparire come una ulteriore grave distorsione nel rapporto tra politica e giustizia". Ancor più diretto Frabrizo Cicchitto: "La magistratura sta approfittando delle difficoltà della maggioranza per rilanciare l'attacco della cavalleria giudiziaria" dichiara il pidiellino a Libero.

Di Pietro e Mani pulite. Per Antonio Di Pietro, invece, "la questione morale da quel lontano febbraio 1992 non si è mai chiusa perché ci sono sempre gli stessi personaggi che si propongono e ripropongono per fare il bello e il cattivo tempo".  L'ex pm ha voluto usare una metafora medica osservando che "mani pulite è stato un importante centro diagnostico, ha individuato il tumore e l'ha rimosso ma la chemioterapia spettava alla politica: ha fallito il paziente che invece di curarsi ha preferito restare malato".

L'Anm: "Fatti gravi e inquietanti". La procura generale della Cassazione ha aperto un'indagine disciplinare sul parlamentare del Pdl e magistrato in aspettativa. Lo ha confermto, a margine del plenum del Csm, il pg della Cassazione, Vitaliano Esposito: "Le notizie le abbiamo apprese dalla stampa - ha detto - se c'è un provvedimento penale c'è sempre una pratica di accertamenti da parte della procura generale della Cassazione". Di fatti "oggettivamente gravi e inquietanti" parla l'Associazione nazionale magistrati, che chiederà al collegio dei probiviri "di valutare con urgenza la compatibilità di alcuni comportamenti con l'appartenenza all'Anm".
(16 giugno 2011)
 
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Italia dei valori, un fuoriuscito dal partito
accusa due parlamentari di ricatti sessuali
Nell'esposto alla procura di Bari, le presunte avances di Zazzera e Pedica a una militante. C. M., 31 anni, sarebbe stata aggirata con la promessa non mantenuta di un'assunzione all'ufficio legislativo di Montecitorio
Un altro esule dall’Italia dei Valori che spara ad alzo zero contro il suo ex partito. Tanto da accusare due parlamentari dell’Idv, Pierfelice Zazzera e Stefano Pedica, del più classico dei ricatti sessuali: prestazioni erotiche in cambio di un posto di lavoro. Questa almeno la denuncia di Michele Cagnazzo, ex responsabile dell’Osservatorio sulla legalità dell’Idv pugliese, racchiusa in un esposto presentato tre giorni fa alla procura di Bari, di cui ieri ha dato notizia il sito de L’Espresso. “Immondizia” secondo Zazzera (ex coordinatore dell’Idv Puglia) e Pedica, che annunciano “nuove querele” contro Cagnazzo, il quale li avrebbe attaccati per mesi già sul suo blog. Un lungo atto d’accusa, quello dell’ex Idv, che sulla sua pagina web si definisce “esperto di criminalità organizzata”, ex investigatore e autore di un recente libro sulla mafia. Nell’esposto Cagnazzo racconta di una 31enne, C.M., che avrebbe incontrato nell’aprile 2010 negli uffici dell’Idv di Bari. “Dopo alcune frequentazioni – scrive nella denuncia – la donna mi confidava di essere stata vittima di insistenti avances e ricatti da parte di Pedica e Zazzera. Mi riferiva inoltre che aveva conosciuto entrambi gli esponenti avendo partecipato a diversi dibattiti e conferenze, in qualità di simpatizzante (dell’Idv, ndr)”.

I due parlamentari avrebbero quindi iniziato “a compulsarla con insistenti inviti e richieste di appuntamenti”, avendo capito che la donna “inoccupata” aveva bisogno di lavorare. Cagnazzo aggiunge: “Zazzera, avendone carpito lo stato di necessità (…) continuò a tempestarla di telefonate e sms con ripetuti inviti a incontri clandestini”. Incontri che si sarebbe svolti tutti in un hotel di Massafra (Taranto) tra il maggio e l’ottobre del 2009, e a cui la donna sarebbe andata in cambio della promessa del deputato di un posto di lavoro presso l’ufficio legislativo del Parlamento. “In cambio – si legge ancora nell’esposto – l’onorevole chiedeva favori sessuali e M., proprio perché versava in gravi difficoltà (…) accettò di accondiscendere”. Successivamente Zazzera le avrebbe chiesto di dare le stesse prestazioni sessuali a Pedica, come condizione per “il proprio definitivo interessamento per la stipula di un contratto”. La donna avrebbe quindi incontrato anche il senatore, in un hotel di Brindisi. Pedica le avrebbe ripetuto il solito mantra: prestazioni in cambio di un lavoro. E C.M. avrebbe accettato, concedendogli due rapporti sessuali, nel dicembre 2009 e nel gennaio 2010. Ma gli impegni dei parlamentari rimasero lettera morta. E allora la donna avrebbe interrotto i rapporti. Cagnazzo conclude: “Scoprì poi di risultare alle elezioni regionali 2010 per la Puglia nella lista Idv, pur non avendo mai proposto o accettato la candidatura”.

Questa la verità del “criminalista”, autosospesosi dall’Idv nel settembre del 2010 con un durissimo comunicato contro l’allora coordinatore regionale Zazzera. Che al Fatto dice: “Le accuse di Cagnazzo sono immondizia pura, non ho idea di chi sia la donna di cui parla. L’avevo già querelato per diffamazione nel febbraio scorso, e lo farò una seconda volta. L’anno scorso avevo avviato contro di lui un provvedimento di espulsione dal partito. Perché l’esposto? Cerca visibilità”. Sulla stessa linea Pedica: “Avevo querelato Cagnazzo nell’agosto 2010, perché sul suo blog mi dava testualmente del porco. Ma io non sapevo neppure chi fosse. Ora presenterò una nuova querela. Mi pare significativo che riferisca le accuse di un’altra persona”.

da Il Fatto Quotidiano del 17 giugno 2011
 
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Il compleanno di Big Blue
cento anni e guarda avanti

In un secolo ha saputo cambiare pelle, e tiene testa ai grandi della Silicon Valley. La parola d'ordine: bisogna vivere come Mao in una rivoluzione permanente

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK - Il regista Stanley Kubrick aveva visto giusto, nel futuro - e ben oltre l'anno 2001 della sua "Odissea nello spazio" - ci sarà sempre un Ibm a rappresentare il progresso tecnologico. Le mode vanno e vengono: guardate Pandora, la radio online che ha fatto scalpore mercoledì alla sua prima quotazione in Borsa. Dopo un balzo iniziale del 62%, già al secondo giorno il titolo era sceso sotto il prezzo di collocamento. Forse un segnale che l'ultima "bolla di Internet" trainata da Facebook, Twitter, Linkedin volge già al termine? Dall'alto del suo centesimo compleanno, celebrato proprio ieri, l'Ibm può guardare con distacco alle febbri speculative della Silicon Valley, osservare con ironia il "capitalismo dei ragazzini" che domina l'attenzione dei media e più volte ha decretato il declino dei dinosauri come Big Blue.

L'Ibm si situa al polo opposto di quel modello: anche geograficamente, ostinandosi a rimanere ad Armonk, nello Stato di New York, ben lontano dalla Silicon Valley dove germinano tutte le rivoluzioni tecnologiche da mezzo secolo in qua. Simbolo per antonomasia di un establishment capitalistico, il nome di Ibm non evoca il "glamour" di aziende fondate da ventenni o trentenni che promettono di trasformare il mondo (e a volte ci riescono). Però, però: chi l'avrebbe mai detto, oggi Ibm con i suoi 197 miliardi di dollari di capitalizzazione tallona Microsoft (200 miliardi) in Borsa, e stacca
nettamente Google (162 miliardi). E' la quinta azienda americana per il suo valore azionario. Ed è l'unica, nel ristretto club delle "centenarie" ad appartenere al settore hi-tech dell'informatica.

Un risultato simile non si ottiene per caso: del capitalismo schumpeteriano - quel motore della distruzione creatrice che ha nella Silicon Valley il suo epicentro culturale - Ibm ha imparato almeno una lezione: bisogna vivere come Mao Zedong in uno stato di "rivoluzione permanente". E in effetti la capacità di Ibm di cambiare pelle, trasformarsi, reinventarsi, adottare nuovi mestieri e nuove vocazioni, è il segreto della sua stupefacente longevità. A ripercorrere le sue mutazioni genetiche, si mette insieme un "documentario storico" sul capitalismo industriale degli Stati Uniti, e sulle trasfomazioni sociali che lo hanno accompagnato. Nel 1911 l'embrione dell'Ibm nasce con il nome di Computer Tabulating and Recording Company, produce orologi-sveglia, orologerie per usi industriali, bilance, e le prime "schede perforate" per calcolatrici meccaniche: una premonizione. E' grazie a queste "schede perforate" che Ibm nel 1923 viene associata a un'impresa colossale, il primo vero censimento demografico su scala federale. Nel 1924 ribattezza se stessa International Business Machines e otto anni dopo è pronta all'appuntamento col New Deal di Franklin Delano Roosevelt: le calcolatrici Ibm sono indispensabili per gestire la Social Security, il primo sistema previdenziale moderno che viene lanciato come uno degli strumenti anti-depressione.

Nel dopoguerra, il 1956 è l'anno del primo hard-disk, Ibm si lancia alla conquista del futuro creando il supporto magnetico per immagazzinare dati. E' il momento aureo che apre il suo predominio nell'industria dei calcolatori, i padri dei computer. Ibm è leader anche in quel settore intermedio che fa da ponte verso il pc, le macchine da scrivere elettriche nel 1961. Esattamente dieci anni dopo, lancia il floppy disk. Altri dieci anni, siamo nel 1981 ed ecco inaugurata con l'Ibm Personal Computer la rivoluzione dell'èra digitale. Fin qui tutto conferma la visione profetica di Kubrick, che vede in un supercomputer Ibm ("Hal", le tre lettere dell'alfabeto precedenti l'acronimo di Big Blue) il protagonista di una rivolta delle macchine contro la società umana. Ma proprio in quella fase si situa uno dei più gravi errori strategici del gruppo, una miopìa che verrà rinfacciata a lungo all'Ibm: è quando l'azienda troppo sicura di sé lascia che un certo Bill Gates s'impadronisca del mestiere del software, considerato "subalterno". In realtà il software domina tutta la fase successiva dell'èra digitale, mentre la produzione delle "macchine" diventa roba da paesi emergenti. L'appendice finale di quell'errore è la vendita ai cinesi di Lenovo di tutta la divisione personal computer dell'Ibm, una resa che avviene alla fine del 2004.

Ma gli epitaffi sono prematuri. Lo slogan "Think" che l'Ibm adottò fin dai tempi del suo patriarca storico Thomas Watson, pungola successive generazioni di top manager a ringiovanire continuamente il gruppo: che si trasforma in una società di servizi, leader mondiale nel fornire "chiavi in mano" le soluzioni integrate per tutta la gestione informatica delle imprese. Quasi a far dimenticare l'errore fatto con Bill Gates, in altri campi l'Ibm è visionaria: è una delle prime a saltare sul carro di Internet, o a scommettere sul "software aperto" e libertario di Linux, l'open source anti-Microsoft. A cent'anni, l'Ibm si è offerta il lusso di vendicare la sconfitta di Hal in "Odissea nello spazio": il suo supercomputer battezzato Watson come il fondatore, ha stracciato i concorrenti umani nel quiz televisivo "Jeopardy". Watson, assicurano gli ingegneri che l'hanno creato, non ha più nulla da invidiare all'uomo: finalmente padroneggia anche l'ironia.
(17 giugno 2011)
 

giovedì 16 giugno 2011

hahahahahahha

Brunetta al Fatto.it
“Non chiedo scusa, era un agguato”
No, questa non è una normale intervista sulla precarietà a un ministro del governo Berlusconi. E’ un corpo a corpo. E visto che il contendente è Renato Brunetta, nessuno potrebbe dire di esserne uscito completamente incolume, men che meno io.

Le regole di ingaggio erano fissate. Ti chiama il ministro e ti dice: “Mi avete massacrato sul Fatto”. Chiedi: “Vi riferite al sito o la giornale?”. Sorriso: “Su tutti e due”. Così quella che salta fuori non è una replica ma un vero e proprio duello, con precise regole di ingaggio, concordate con Vittorio Pezzuto, giornalista serafico, che svolge le funzioni di portavoce di Brunetta con il piglio simpatico di un Doberman: “Primo. Registriamo pure noi. Secondo: se volete decidiamo il tempo, e poi non si fa nessun taglio. Terzo: appuntamento al ministero: prendere o lasciare”. Prendere, e ci andiamo. Parliamo, registriamo. Fuochi di artificio.



La sintesi di un dialogo non sintetizzabile è questa: Brunetta dice “Non chiedo scusa”, Brunetta resta convinto che si trattasse di “un agguato”, Brunetta spiega che “il governo ha salvato l’Italia”. E poi mi bacchetta con la penna rossa e blu: 1) I dati che gli cito sui giovani non sono mai veri (“Sono prodotti dalla Cgil quindi non sono veri per definizione”). 2) Il problema della precarietà nella pubblica amministrazione di fatto non esiste (“1.200 persone le sembrano un gran problema di precarietà?”). 3) Non è vero che il governo abbia abolito l’articolo che impediva le cosiddette dimissioni in bianco (“E’ falso è falso, è falso!”). 5) Non è vero che il governo italiano abbia prodotto il massimo indice di disoccupazione giovanile europea, come dice Bankitalia (“Non è questo il dato, la disoccupazione giovanile è un prodotto della crisi, il governo ha speso 37 miliardi per la cassa integrazione”).

Il tutto viene condito di fendenti acuminati: io ovviamente sono fazioso (“Anche io”, aggiunge per fortuna); il direttore de Il Fatto è un condannato (mai stato, a dire il vero), non si pente di aver definito le ragazze “l’Italia peggiore” (“Mi avevano predisposto un agguato”. Però accetta di incontrare le due ragazze che ha mandato a quel paese (ed è già un progresso).

A me Brunetta fa impazzire, e quindi consiglio alle complottatrici Katia e Maurizia di andare. Un consiglio: si muniscano di giubbotto antiproiettile e di elmetto.

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IL PROTAGONISTA

Fonti riservate, ville di lusso e Rolex
così si muoveva la "talpa" di Bisignani

Raccomandazioni, regali costosi e soffiate: dalle carte dell'inchiesta napoletana emerge in maniera sempre più inquietante il ruolo di Alfonso Papa, il deputato Pdl che i pm chiedono di poter arrestare 

ROMA - E' stato magistrato alla procura di Napoli, ma a un certo punto della sua carriera all'attività investigativa Alfonso Papa ha preferito anteporre quella sindacale e politica. Dopo essere stato eletto nella giunta dell'Associazione nazionale magistrati, l'attuale deputato del Pdl al centro dell'inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari il faccendiere Luigi Bisignani, con l'arrivo a via Arenula nel 2001 del leghista Roberto Castelli è stato nominato vicecapo di gabinetto del Guardasigilli. Venne sfiorato da un'inchiesta su alcune consulenze che coinvolse lo stesso ministro: ma Papa con il cambio di governo e l'arrivo di Clemente Mastella anziché essere sostituito in nome dello spoil system fu nominato alla direzione generale degli Affari civili.

Ed è proprio questa lunga frequentazione e confidenza con i magistrati di mezza Italia - ma soprattutto con quelli della procura di Napoli - acquisita attraverso l'esperienza associativa prima e quella politica poi (è stato anche membro della Commissione Antimafia) ad averlo trasformato in un protagonista dell'inchiesta che sta facendo tremare il governo. Il suo ruolo, secondo quanto ha riferito Bisignani ai pm napoletani, era quello di "talpa". Spiega il manager durante un interrogatorio: "Mi chiedete se io informassi Letta delle notizie e delle informazioni riservate di matrice giudiziaria comunicatemi da Papa. A tal riguardo vi dico - dichiara Bisignani - che sicuramente parlavo e informavo il dottor Letta delle informazioni comunicatemi e partecipatemi dal Papa e in particolare di tutte le vicende che potevano riguardarlo direttamente o indirettamente, come la vicenda riguardante il Verdini (Denis Verdini), come la vicenda inerente al procedimento che riguardava lui stesso (e cioè il Letta) e il Chiorazzo e come, da ultimo, la vicenda inerente al presente procedimento". 

Ma se questo, stando alle dichiarazioni di Bisignani, era il suo compito principale, dagli atti dell'indagine napoletana emorgono anche una serie di altri inquietanti particolari di "contorno". Dettagli emersi nel corso dell'attività investigativa che secondo la procura di Napoli sono estremamente utili a tracciare i rapporti, le capacità di azione, le ambizioni e la spregiudicatezza di Papa.

Auto e orologi di lusso, appartamenti, crociere e posti di lavoro: il deputato del Pdl di cui è stato chiesto l'arresto era molto generoso con compagne, amiche e conoscenti varie. Nell'ordinanza di custodia cautelare a suo carico, vengono riportate le testimonianze di diverse donne che Papa avrebbe, in un modo o nell'altro, 'aiutato'. Tra queste Maria Roberta Darsena, che mette a verbale di aver conosciuto Papa "nel 1999 all'Università di Napoli quando io dovevo sostenere l'esame di diritto commerciale e lui era assistente... Il Papa per il mio compleanno del 2010 mi ha regalato la sua Jaguar XKR argento metallizzato", auto la cui manutenzione era però troppo onerosa. Per questo la Darsena l'ha consegnata al concessionario di fiducia di Papa in conto vendita, ma il parlamentare se l'è ripresa: "...mi disse di non preoccuparmi e che aveva falsificato la mia firma reintestandosi la macchina".

La donna lavora presso l'ufficio legale delle Poste, dove sarebbe stata inserita proprio da Papa. Sempre ai titolari dell'inchiesta napoletana riferisce: "Mi disse di mandare...un mio curriculum (peraltro il curriculum era praticamente inesistente dal momento che mi ero appena laureata) alle Poste perché lui avrebbe potuto farmi entrare essendo amico dell'ex presidente, e cioè di Cardi... sono stata assunta, dopo un colloquio, prima a tempo determinato, con uno stage di 6 mesi, e poi, automaticamente, a tempo indeterminato". Tra i regali ricevuti, un rolex, "un braccialetto tennis di oro bianco e diamanti", un anello, un altro orologio, "diverse borse": tutti oggetti che non erano contenuti nelle loro confezioni originali. A questo riguardo il giudice annota che "un orologio Rolex in genere non circola in modo 'nudo', cioè senza garanzie e certificazioni di provenienza".

Gli inquirenti hanno anche indagato su quella che viene definita una "anomala" disponibilità da parte dell'onorevole Papa di alcuni immobili che non sono di sua proprietà e il cui affitto viene pagato da altri: o "noti imprenditori" o parenti, come il suocero. "Non so chi e come pagasse tutte queste case", dice ai pm l'ex assistente del parlamentare, Maria Elena Valanzano, che parla in particolare di una "villa all'Olgiata" dove Papa viveva "con tale Luda", una ragazza dell'est che "tramite il Bisignani, ha fatto assumere in Eni".

Nelle varie testimonianze vengono citati un appartamento in in via Giulia, nel centro di Roma, una casa a Talenti, un altro "prestigioso appartamento" in via Capo Le Case.
I pm hanno ascoltato anche 'Luda', vale a dire Ludmyla Spornyk, che non parla solo di case, ma dei soggiorni pagati per lei da Papa in alberghi prestigiosi - dal De Russy a Roma al Mareblu di Ischia, al Principe di Savoia di Milano - oltre a crociere e regali vari (ancora una volta un Rolex: sul punto Luigi Bisignani, anche lui destinatario di due orologi, spiega agli inquirenti che "lo stesso Papa mi ha più volte detto che a Napoli c'è un buon mercato di orologi ed ottimi prezzi...").

Gli inquirenti hanno sentito anche un'altra donna, "legata in qualche modo a Papa" e destinataria sia di somme di denaro, sia di altre utilità, secondo gli inquirenti corrisposte, anche in questo caso, da imprenditori vicini al parlamentare. La giovane - Gianna Sperandio - ammette di aver "attaccato bottone" con Papa nell'agosto scorso in spiaggia, vicino a Latina, dove si era trasferita dopo essere stata prima un periodo a Milano, poi a Roma. Dopo averla conosciuta il deputato ha cominciato ad "aiutarla": "Papa mi riconosce 700 euro al mese", ha detto ai pm, aggiungendo di avere avuto in regalo anche una Jaguar, ma "bollo e assicurazione sono molto cari perciò ugualmente se la vede Papa". "L'onorevole Papa - ha detto ancora la Sperandio - mi ha fornito una tessera di riconoscimento emessa dalla Camera dei deputati per poter accedere a Montecitorio". Tessera che però non aveva con sé quando, in una occasione, è stata fermata dalla polizia. "Non facevo una bella figura - ha ammesso - che una persona che poteva accedere a Montecitorio si facesse le canne...".

Un "ritratto" a dir poco pesante che portato oggi l'Associazione nazionale magistrati a dichiarare che "i fatti che emergono dall'inchiesta di Napoli, nei confronti del magistrato in aspettativa per mandato parlamentare Alfonso Papa, appaiono oggettivamente gravi e inquietanti". Per questo, spiega ancora una nota, "l'Anm chiederà al collegio dei probiviri di valutare con urgenza la compatibilità di alcuni comportamenti con l'appartenenza all'Anm". Ben peggiori per Papa potrebbero essere però le conseguenza dell'inchiesta disciplinare avviata presso il Csm dalla procura generale della Cassazione.
(16 giugno 2011)
 
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Domenicali: "Andiamo a Lourdes"
Montezemolo: "Tutto storto"

Il team principal della Rossa commenta così il momento sfortunato di Alonso e Massa: "Button ha vinto con 6 pit stop, noi non abbiamo raccolto ciò che avremmo meritato. Dopo Silverstone avremo un'idea più chiara del nostro valore". Il presidente: "Nel contatto Alonso è uscito, Button ha vinto la corsa..."

Stefano Domenicali infreddolito a Montreal. Ansa
Stefano Domenicali infreddolito a Montreal. Ansa
MONTREAL (Can), 13 giugno 2011 - La Ferrari, è davvero il caso di dirlo, in questa stagione non sa più a che santo votarsi. "Organizzeremo un viaggio a Lourdes per vedere se possiamo ribaltare la situazione". Stefano Domenicali, team principal della Ferrari, archivia con delusione il GP del Canada. Il Cavallino lascia Montreal con il sesto posto di Felipe Massa e con il ritiro di Fernando Alonso: decisamente troppo poco per puntare al top. Le classifiche iridate non regalano sorrisi agli uomini in rosso. Alonso e Massa hanno rispettivamente 69 e 32 punti nella graduatoria piloti che Sebastian Vettel domina con 161. Tra i team, la Red Bull comanda con 255 punti e la Ferrari è terza con 101.
verso valencia — "Nell'ultima gara avevo detto che avremmo aspettato i prossimi 2 GP e che avremmo dovuto fare punti - dice Domenicali al magazine Autosport -. Sono deluso per l'esito della corsa, non abbiamo raccolto il bottino che avremmo meritato, viste le nostre prestazioni. Adesso dobbiamo ottenere il massimo a Valencia il 26 giugno". Per avere un quadro più chiaro, bisognerà aspettare il Gp di Gran Bretagna in programma a Silverstone il 10 luglio: lì, su un tracciato che richiede molto carico aerodinamico, si vedrà anche l'effetto del veto agli scarichi "soffiati" delle monoposto. "Direi che dopo Silverstone potremo farci un'idea", assicura Domenicali.
lucky button — A Montreal, la sorte non ha aiutato le rosse. Alonso, che ha scelto di montare gomme intermedie nel primo pitstop, è scivolato dalla seconda all'ottava posizione mentre sul circuito si abbatteva un diluvio. Massa, quando la pioggia ha dato finalmente tregua, ha danneggiato il muso dopo aver superato un doppiato. "Purtroppo - dice Domenicali - in quel momento c'era solo una traiettoria asciutta. Quando ha accelerato, si è trovato in mezzo al 'ghiaccio'. Che si può dire? È stato un peccato". Un pizzico di fortuna invece ha assistito lo strepitoso Jenson Button, capace di risalire dall'ultima situazione e di portare la sua McLaren al trionfo. "Ha vinto la gara con 6 pitstop. Non posso dire cosa sto pensando, ma dobbiamo fare qualcosa. Come una gita a Lourdes, o qualcosa del genere...".
il presidente — Anche il presidente Luca Montezemolo se la prende con la cattiva sorte: "È andato tutto storto - ha detto in un'intervista a Sky Sport 24 - a me non piace parlare di sfortuna. Quando si è verificato l'incidente tra Alonso e Button, ognuno aveva il 50% di possibilità. Ebbene, Alonso è uscito e Button ha vinto la corsa. Martedì sarò a Maranello, mi aspetto il massimo sforzo per arrivare a vincere. Bisogna continuare a spingere. In Canada c'era una Ferrari molto competitiva, credo che lo sarà anche a Valencia. Poi arriveranno alcuni circuiti molto impegnativi, ma stiamo lavorando. Preferisco vedere una Ferrari competitiva anche se si ferma, piuttosto che una non competitiva al sesto o al settimo posto. Il bilancio finora non è certo positivo: la monoposto di quest'anno non è nata bene, ma conosco le qualità e la determinazione dei miei uomini. A qualcuno, sinora, tutto è andato bene. A noi, invece, no. Dobbiamo reagire con la consapevolezza che questa stagione non è cominciata come avremmo voluto. Ma la speranza è l'ultima a morire".
Gasport© RIPRODUZIONE RISERVATA

yes......

Stoner: "Problemi? Il freddo"
Vale: "6°? Credevo uno sbaglio"

L'australiano nuovo leader del mondiale dopo il successo di Silverstone: "Risultato importante in condizioni difficili per temperatura e condensa, ma non volevo forzare". Dovi: "In gara ci siamo sempre". Vale: "Stiamo limitando bene i danni: quando ho visto il numero sulla tabella pensavo che fossero i giri, non la posizione". Lorenzo: "Ho avuto troppa fretta"

SILVERSTONE (Gran Bretagna), 12 giugno 2011 - Stoner si gode la conquistata leadership del mondiale e appera molto rilassato. Al suo fianco, sul podio, un concreto Dovizioso e l'inossidabile Edwards, dolorante per la clavicola fratturata e operata solo una settimana fa. Rossi limita i danni e aspetta momenti migliori.
stoner infreddolito — Per Stoner, pare che l'unico problema sia stato il freddo, visto che lui non utilizza la mantellina antipioggia come i suoi colleghi. "Da metà gara - dice Casey - ho avuto tanto freddo e anche dei problemi per la condensa all’interno del casco che non mi faceva vedere bene la pista. La cosa mi innervosiva. Da metà gara in poi, le cose sono poi migliorate, la visuale è andata meglio e mi sono calmato. So che in tanti hanno fatto degli errori, ma era facile farli. Io volevo stare tranquillo, con Dovi dietro e pericoloso, e non volevo forzare molto. Sono rimasto concentrato giro dopo giro e sono felice per un risultato importante, centrato in condizioni difficili. Come nell'anno 2007 del mondiale? No, la situazione è differente. Noi abbiamo lavorato molto su questa moto per avere un'ottima performance in ogni sessione. Adesso so dove spingere, dove migliorare, dove contenermi. Sono soddisfatto".
dovi si da' un 8 — Contento Dovizioso per il suo secondo posto: "In prova ci danno del gran gas, ma non è il mio stile; in gara invece abbiamo fatto una prestazione bellissima. Le condizioni erano difficili, era molto facile perdere il posteriore o l’anteriore, ma è stato un risultato importante in un Mondiale che è ancora lungo. È stato fondamentale l'essere rimasti davanti in condizioni diffilicili e difendere la posizione per non far scappare Stoner. Un voto? Considerando che non sono veloce come Sic in prova, né come Stoner o Lorenzo in gara, mi darei comunque un 8 perché nei momenti importanti ci sono sempre".
stoico edwards — Edwards è felice, per un podio insperato, colto in condizioni difficilissime: "Ho avuto un incredibile dolore, ma quando sei sulla moto non fa così male. Ringrazio il team e chi ha lavorato con me per garantirmi questa grandissima giornata".
Valentino Rossi, 31 anni, quarto nel mondiale. Reuters
Valentino Rossi, 31 anni, quarto nel mondiale. Reuters
vale incredulo — Valentino Rossi, 6°, alla fine si accontenta: "Essere sesto dopo il week end che abbiamo avuto è molto positivo, alla fine siamo al 4° posto nel mondiale: fin qui siamo stati bravi a limitare bene i danni. Sapevo che avrei faticato su questa pista e adesso da Assen spero di andare almeno come in Francia o a Barcellona". Però restano tanti problemi da risolvere sulla Ducati. "Il primo problema è che sull'asciutto non andiamo come la Honda, ma è anche vero che qui Hayden è stato più veloce in prova e in gara: la loro moto era a posto e andava bene. Io ho fatto quello che ho potuto, quando ho visto '6' sulla tabella dai box pensavo che avessero sbagliato, che fossero i giri, non la posizione. Alla fine resta il fatto che si deve fare meglio perché non si possono avere la domenica pomeriggio gli stassi problemi del venerdì mattina".
autocritica lorenzo — Lorenzo perde la testa del Mondiale, accusa una brutta botta per classifica e morale, ma ha l'onestà intelletuale di ammetterlo: "Sì, è una grande delusione, non ho avuto la pazienza sufficiente per stare dietro a Dovizioso e aspettare il momento giusto per superarlo e andare a prendere Casey. Adesso siamo noi a inseguire e Casey è la lepre, ma da adesso possiamo rischiare un po' di più e provare ad andare a vincere le prossime gare".
Gasport© RIPRODUZIONE RISERVATA
 
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IL FORUM

Sostenibile e umana
l'architettura del futuro

Al Forum di GreenAccord a Pistoia professionisti del settore e aziende si sono confrontati per tre giorni sul modo per mettere in relazione essere umano e ambiente, su come riqualificare i centri urbani in modo che siano anche "memoria del passato" di ANNA MARIA DE LUCA

PISTOIA - Investire in sostenibilità fa aumentare i profitti. Questo il filo conduttore dell'VIII Forum di GreenAccord sull'ambiente, una tre giorni che ha visto alternarsi architetti di fama internazionale e aziende che hanno scommesso sull'innovazione e sulla riduzione della propria impronta ecologica. Abitazioni, prodotti elettronici, rifiuti ingombranti, pavimentazioni tessili. Settori molto diversi ma realtà accomunate da una stessa convinzione: il valore di un progetto deve misurarsi non più solo sulla sua forma ma sulla sua capacità di mettere in relazione, in modo sostenibile, l'uomo e l'ambiente.

"Lo spazio pubblico urbano - dice Roland Günter, architetto, storico dell'arte e presidente del Deutscher Werkbund - deve essere memoria del passato proiettato nel futuro. Dal passato possiamo imparare cose con senso e cose senza senso. Il presente é la scelta tra senso e nonsenso". Ed ecco quindi la necessità di recuperare lo spazio per l'uomo riqualificando i centri urbani, risparmiando le aree ancora non antropizzate ed esaltando i luoghi che possano incrementare gli spazi sociali ad uso collettivo. Ma in che modo?  "E' molto importante - rilancia il grande architetto tedesco - che le nostre città siano da stimolo per creare spazi di aggregazione. Dobbiamo, ad esempio, capire e valorizzare la funzione pubblica delle piazze che troppo spesso non possiedono nulla del luogo di incontro che avevano in passato. Sono ridotte a meri parcheggi che le sviliscono e ne tolgono i valori".

Per esemplificare, Günter mostra le foto di alcune piazze che potrebbero essere tra le più belle d'Italia e che invece sono degenerate in parcheggi: "Dice la gente: non vogliamo camminare. Dico: é come se avessero perso le gambe. Un luogo strano: con persone senza gambe".

"Per fare vera riqualificazione - sottolinea il presidente dell'Ance Toscana (Associazione costruttori edili), Alberto Ricci - non si deve intervenire su edifici singoli, ma su interi quartieri, come da tempo si fa negli altri Paesi europei". Ma per farlo, serve la presenza di due categorie di soggetti: committenze informate e maestranze qualificate. "Senza di loro, un cambio di rotta è difficilmente avviabile".   


Dal mondo accademico, le esigenze di riduzione degli impatti umani sul territorio iniziano a trasferirsi a livello di istituzioni. In Emilia Romagna, da tempo si sta sviluppando un programma di gestione sostenibile del territorio. Ma le sfide non sono poche: "Entro dieci anni, la nostra popolazione regionale crescerà di oltre 400mila unità, pari al 12-15% del totale. Aumenteranno le classi d'età e le presenze straniere. La sfida è rendere compatibile questa dinamica con le politiche di tutela ambientale", spiega Enrico Cocchi, direttore generale della Regione Emilia Romagna. "Il nostro compito è evitare infrastrutture inutili, ristrutturare invece l'esistente e riconoscere il valore delle produzioni agricole, per impedire la conversione dei terreni". Ma, per essere efficace, la strategia richiede il coinvolgimento della popolazione: "Qualsiasi progetto, anche di riqualificazione architettonica, deve essere sviluppato attraverso un processo di partecipazione pubblica. Servono scelte condivise, per concordare piani che siano richiesti e accettati dai cittadini".

Ma per arrivare alle scelte condivise è necessario informare i cittadini, aspetto in cui il nostro Paese ha ancora da imparare. Un esempio concreto? Lo offre l'architetto Günter: dal mercato grande di Firenze alla sua casa all'angolo sinistro, il farmacista Luca Landucci ha scritto un diario che copre un periodo lungo più di 50 anni dal 1450 al 1500. "Lo ringraziamo, perché ci ha regalato una delle fonti più importanti per la vita quotidiana della città. Ma sulla facciata della casa non si trova nessun richiamo su questo. Nessuna possibilità di saperlo.  Dobbiamo spiegarlo, altrimenti non si capisce". Un modello alternativo? "Nell'insediamento Eisenheim della Ruhr, dove abito, abbiamo applicato 70 tavole con sempre due pagine di testo. Spiegano: personaggi, case, storie, avvenimenti, rapporti proprio perché la dimensione dell'aspetto pubblico si intensifica tramite le tante e ricche spiegazioni". Sono "strade parlanti". Strade che sanno raccontare se stesse a chi le vive, piazze che sanno parlare a tutti. Perché, come dice il presidente del Deutscher Werkbund, "il respiro crea uno spazio che respira".
(14 giugno 2011)
 
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Brunetta recidivo: «Precari, manganellate col web»

Non contento degli insulti lanciati ieri nei confronti di alcuni precari che volevano rivolgergli una domanda durante il convegno “I giovani innovatori”, Renato Brunetta è tornato sull'incidente, ma non per sanare gli animi, piuttosto per rincarare la dose. «L'Italia peggiore è quella di quanti – ha dichiarato – non avendo di meglio da fare irrompono sistematicamente in convegni e dibattiti per interromperne i lavori, insultare i presenti e riprendere la loro bravata con una telecamerina portatile per poi passare subito il video ai giornali amici (che notoriamente pullulano di precari)».

Non è piaciuto, al ministro per la Pubblica amministrazione e l'Innovazione, il video della sua fuga che i precari hanno subito diffuso in rete. «L'Italia peggiore – prosegue – è di quanti si nascondono compiacenti dietro questi signori (come Pierluigi Bersani e Leoluca Orlando Cascio), sostenendoli in maniera strumentale pur senza conoscere argomenti e fatti. L'Italia peggiore è quella che usa la Rete come un manganello per agguati squadristici, senza aver nulla da dire. Che pena». E siccome le immagini non sono abbastanza chiare, fornisce la sua lettura dei fatti: «Al termine del mio intervento, una signora tra il pubblico ha chiesto di poter prendere la parola – racconta –, le ho chiesto di salire sul palco, nonostante dovessi recarmi entro pochi minuti al Quirinale».


E fin qui, la magnanimità. Poi, l'irritazione: «Ho però preferito lasciare la sala quando – continua - ho capito che la signora intendeva sollevare il problema dei precari nella Pubblica Amministrazione: un argomento non solo estraneo al tema del convegno, ma che avrebbe richiesto bel altro tempo e ben altra attenzione». Infine, l'indignazione: «Poi sono iniziati a volare insulti (Buffone!, Vai a lavorare!) accompagnati dall'esposizione di un grande striscione di protesta, a riprova di quanto la loro azione fosse stata premeditata con cura a fini mediatici. Da qui il mio duro giudizio su lorsignori (non certo sui precari tout court), che ribadisco con forza: Siete l'Italia peggiore».
15 giugno 2011

sabato 11 giugno 2011

dai dai.....

Con l'oro blu in mano ai privati
tariffe più alte e stessa efficienza

Due riforme in quindici anni ci hanno lasciato in eredità un sistema idrico pieno di falle. Per farlo funzionare servono 64 miliardi di investimenti, ma il mercato non è sinonimo di sviluppo di ETTORE LIVINI

Due italiani su dieci non hanno le fogne. Dai rubinetti del sud, in un caso su due, esce acqua non depurata. E i 300mila chilometri di tubi che trasportano l'oro blu alle case tricolori perdono per strada (dice il Censis) il 47% del prezioso liquido che raccolgono alle sorgenti. Si può votare sì o no. Sostenere che l'acqua è bene comune inalienabile o che per farla funzionare bene - vista l'inefficienza del pubblico - è meglio affidarla ai privati. Una cosa però è certa: due riforme (incompiute) in 15 anni, prima la legge Galli e poi il decreto Ronchi, ci hanno lasciato in eredità un sistema idrico pieno di falle. Per farlo funzionare servono (stima Utilitatis) 64 miliardi di investimenti nei prossimi 30 anni. Che qualcuno - Stato o mercato - dovrà mettere sul tavolo.

Cosa succederà consegnando nelle mani dei privati - ancorché sorvegliati da un'authority fresca di nomina - la gestione (proprietà e reti rimarranno pubbliche) di questa montagna d'oro e del ricco business delle bollette? Qualche parziale risposta ce la dà la storia dei primi 15 anni di semi-liberalizzazione degli acquedotti tricolori. Un esercizio che consente di far piazza pulita di qualche luogo comune e spiegare, cifre alla mano, cosa potrebbe capitare al servizio idrico e alle nostre bollette una volta traghettati del tutto nel mondo del profitto.

Il pubblico non funziona. Falso (almeno in parte). L'acqua italiana è ancora in buona parte in mano agli enti locali - 54 Ambiti territoriali ottimali (Ato) su 92, più altri 13 affidati a multiutility a forte presenza pubblica - e nel mazzo c'è di tutto. Enti inefficienti trasformati in poltronifici e macchine da voti sul territorio. Ma anche aziende che funzionano come orologi: Milano ha l'acqua (pubblica) meno cara d'Italia e perde dai tubi 11 litri su 100, livelli quasi tedeschi. L'Acquedotto pugliese, una volta simbolo della malagestio degli enti locali, è diventato oggi un'azienda sana che investe, promossa a più riprese persino dalle arcigne agenzie di rating. La Smat di Torino è uscita alla grande da uno studio comparativo sull'efficienza pubblico-privato dell'Istituto Bruno Leoni, think tank iper-liberista. Tra i privati (basta chiedere ai cittadini di Agrigento) ci sono gestioni che faticano ancora a portare l'acqua ai rubinetti tutti i giorni della settimana. E in fondo persino Parigi e Berlino, dopo aver provato sulla loro pelle gioie e dolori dell'acqua privata, hanno deciso di fare marcia indietro rimettendo le mani sulla gestione dei loro acquedotti.

Tariffe più alte con i privati. Vero. Ma con una parziale spiegazione. Dal 2002 al 2010, con lo sbarco del mercato negli acquedotti, le bollette degli italiani sono cresciute del 65%. Nove anni fa ogni italiano pagava in media 182 euro l'anno, oggi siamo a 301. Colpa della privatizzazione? A guardare la classifica delle città più costose, verrebbe da dire di sì: 21 dei 25 Ato più cari d'Italia sono in mano a privati o in gestione mista. I cittadini di Latina lamentano aumenti fino al 3000% dopo il parziale ritiro del pubblico, rialzi a tre cifre si sono registrati anche in Liguria e Toscana. Un'enormità.
La ragione, sostengono i diretti interessati, è semplice: le bollette più alte sono quelle che scontano i maggiori investimenti. I privati ne mandano in porto in media l'87% di quelli previsti (che però faticano a tradursi in reali recuperi d'efficienza, dice il Forum dei movimenti per l'acqua). Il pubblico molto meno del 50%. Un po' perché mancano i fondi, ma pure per evitare impopolari aumenti delle bollette. Il saldo dare/avere dei primi 15 anni di liberalizzazione idrica è però sconfortante: negli anni '90 l'Italia dell'acqua pubblica - all'epoca pagava Pantalone, alias lo Stato, attraverso la fiscalità - investiva ogni anno 2 miliardi sui suoi acquedotti. Oggi siamo scesi a 700 milioni.

Il nodo di investimenti e controlli. Da dove arriveranno allora i 64 miliardi necessari per rimettere in sesto i tubi d'Italia? Pubblico o privato, meglio rassegnarsi: lo Stato, calcola il Censis, sarà in grado di mettere sul piatto circa il 14% di questa cifra. Il resto, se si vorrà spenderlo, dovrà arrivare dalle tasche della collettività. Solo i lavori previsti tra il 2011 e il 2020, calcola Utilitatis, le faranno salire del 18% portandole comunque, assicura l'organizzazione delle utility nazionali, ben al di sotto della media dei prezzi pagati nel resto d'Europa. I privati scaricheranno i costi sull'utente finale. Comuni o enti locali - già oggi in condizioni finanziarie da incubo - potranno al limite tagliare investimenti altrove o finanziarsi su altre voci del bilancio pubblico. Alla fine però il conto lo salderanno sempre i cittadini.
Chi controllerà il mercato dell'acqua che uscirà dal referendum? Per vegliare sul settore è stata appena creata - con colpevole ritardo - un'authority. I cui poteri però sono ancora in buona parte da definire. Il problema - vista la stretta correlazione tra quantità e bontà degli investimenti e aumenti delle bollette - sarà di dotarla degli strumenti necessari per una reale attività di supervisione. La torta in ballo vale 64 miliardi e ha scatenato l'appetito di molti profeti (non proprio disinteressati) del libero mercato. E visti i risultati, anche tariffari, delle privatizzazioni degli altri monopoli naturali italiani, non c'è da essere troppo ottimisti.
(10 giugno 2011)
 
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Nucleare, problema globale
Ma ogni stato risponde a modo suo 

Le singole amministrazioni mancano di una strategia condivisa per fronteggiare i rischi di incidenti atomici. Molti, a cominciare dalla Russia, chiedono che vengano delimitati dei criteri comuni a livello globale, ma i pochi sono disposti ad accettare ingerenze esterne
Quando si verifica un incidente in una centrale nucleare i confini servono a ben poco. Le particelle radioattive si liberano nell’aria, inquinano la terra e le acque. I venti le spingono a migliaia di chilometri di distanza dal luogo in cui si sono liberate. La fuga radioattiva diventa un problema globale: delle città, dei villaggi, delle nazioni confinanti, dell’intero pianeta. Al contrario, le procedure di monitoraggio per evitare nuovi incidenti sono in larga parte un affare nazionale. E continueranno ad esserlo per lungo tempo. E’ quello che sostiene un lungo approfondimento pubblicato martedì dal Financial Times. “L’industria del nucleare deve riassicurare le persone che gli errori di Fukushima non si ripeteranno”, scrive Ft, “ma anche che i sistemi e le procedure di controllo minimizzeranno il rischio di un’altra catastrofe, causata da altri fattori in un’altra parte del mondo”. Ed è proprio su questo secondo aspetto che iniziano i problemi. “Analisi recenti sulla sicurezza nucleare hanno messo in evidenza le debolezze di una serie di impianti in tutto il mondo”, continua Ft. Negli Stati Uniti, la Nuclear Regulatory Commission (NRC, commissione governativa per la regolamentazione del nucleare) ha condotto una “rapida valutazione” dei 65 reattori attualmente funzionanti negli USA e ha scoperto che almeno dodici siti avrebbero degli “issues”, dei problemi nei sistemi di sicurezza.

“Storicamente l’industria nucleare è sempre stata brava ad individuare i problemi, ipotizzando le possibili soluzioni, ma è stata molto meno preparata a mettere in atto le procedure necessarie per risolvere gli stessi problemi”, ha dichiarato a Ft Dave Lochbaum, ex funzionario della NRC e oggi attivista del gruppo ambientalista “Union of Concerned Scientists” (unione degli scienziati preoccupati), un comitato indipendente di circa 100 scienziati, tra cui 20 premi Nobel. Le cose si complicano poi a livello nazionale, dove ogni paese segue la sua strada. Pierre Gadonneix, ex amministratore delegato della francese Edf e presidente dell’associazione imprenditoriale World Energy Council, non usa mezzi termini: la situazione attuale, in cui la IAEA – Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – invia raccomandazioni ai diversi paesi, che rimangono però i responsabili finali delle politiche di sicurezza, genererebbe “troppe differenze tra i diversi paesi”. E quindi, nel lungo periodo, sarebbe necessario promuovere “un livello di governance sovranazionale”. La Russia ha recentemente chiesto che gli standard della IAEA siano resi obbligatori. Ma i diversi paesi sono divisi. Molti esperti sono scettici sul fatto che la IAEA, la cui mission principale è il controllo della proliferazione nucleare, possa essere riconosciuta a tutti gli effetti come regolatore del settore. “La risposta – spiega il Financial Times – si potrebbe trovare in un sistema più rigoroso di autoregolamentazione, a livello nazionale”.

Come quello degli Stati Uniti dove, dopo l’incidente di Three Mile Island del 1979, si è introdotto un livello di supervisione straordinaria da parte dell’Inpo (Institute of Nuclear Power Operations, associazione di categoria dell’industria nucleare USA), che va oltre i controlli previsti dalla Nuclear Regulatory Commission (NRC). “Gli ispettori di Inpo controllano e danno un rating a tutte le centrali negli Stati Uniti”, spiega Ft. “I rating non sono pubblicati, ma sono trasmessi all’NRC e le compagnie assicurative li usano per calcolare i rischi della politica di gestione degli impianti. Le centrali che ottengono rating inferiori alla media possono incorrere in richiami e sanzioni”. Ma la sanzione più dura è l’incontro annuale dell’Inpo ad Atlanta, dove “i gestori degli impianti con un rating basso sono obbligati a spiegare davanti a tutti i rappresentanti dell’industria nucleare americana le strategie che intendono adottare per porre rimedio ai loro errori”. Una ammissione pubblica di colpa, che però funziona solo negli Stati Uniti. “E’ un modello che dovrebbe essere globalizzato attraverso la World Association of Nuclear Operators (Wano, associazione mondiale degli operatori nel nucleare, con sede a Londra), l’equivalente dell’Inpo a livello internazionale”, spiega Craven Crowell di Oliver Wyman, una società di consulenza specializzata nel risk management. La Wano è già impegnata nel monitoraggio degli impianti, ma non attribuisce rating e non ha alcuna possibilità di intervenire con azioni correttive o sanzioni se rileva problemi nei sistemi di sicurezza.

“Il sistema americano non è perfetto”, ha dichiarato a Ft Dave Lochbaum, della Union of Concerned Scientists, “ma la Inpo sta facendo un buon lavoro. Le chiusure degli impianti per motivi di sicurezza negli Stati Uniti sono calate da 2,5 volte all’anno per ogni reattore (in media) nel 1985 a 0,1 nel 2007, mentre a livello internazionale le chiusure non pianificate sono scese da 1,8 all’anno nel 1990 a 0,5 nel 2008”. Ma adottare a livello globale il modello di supervisione americano sarà molto difficile, se non impossibile. “Molti paesi si dimostreranno riluttanti ad aprire le porte ai controlli internazionali”, spiega Seth Grae, amministratore delegato di Lightbridge, una società americana che sviluppa tecnologie per il combustibile nucleare. “In molti paesi il settore energetico è controllato dai governi e molti di questi governi non sono propensi ad avere ispettori in casa che gli dicano come dovrebbero fare le cose”. E anche se ormai quasi tutti gli operatori dell’industria nucleare sono d’accordo sulla necessità di rafforzare i poteri della World Association of Nuclear Operators, la strada verso un sistema di monitoraggio comune a livello mondiale sarà lunga e tutta in salita.

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Silverstone, fenomeno Stoner
Sic 2°, Vale non pervenuto: 13°

L'australiano della Honda in pole davanti a Simoncelli e Lorenzo. 4° Spies, 5° Dovizioso. Rossi è molto indietro: accusa 3,7" di ritardo dalla vetta. Crutchlow cade e si rompe la clavicola: è out. In 125 prima pole in carriera per Vinales; in Moto2 svetta Marquez


Casey Stoner, 25 anni, un titolo mondiale in MotoGP. LaPresse
Casey Stoner, 25 anni, un titolo mondiale in MotoGP. LaPresse
SILVERSTONE (Gran Bretagna), 11 giugno 2011 - È di Casey Stoner, con la Honda la pole nel GP di Gran Bretagna sul circuito di Silverstone dopo una sessione soleggiata - che potrebbe non riproporsi per la gara visto il forte rischio pioggia -, ricca di emozioni e cambiamenti al vertice. L’australiano conferma la sua superiorità e con il tempo di 2'02"020 precede Marco Simoncelli (Honda Gresini), come successo nelle precedenti sessioni di prove libere. Il pilota di Coriano, però, ha dato parecchio filo da torcere al funambolo della Honda, pagando soli 188/1000 di ritardo; terzo Lorenzo (Yamaha) a 258/1000, anche lui con un buon passo, poi Spies, sempre su Yamaha e Dovizioso. Vale Rossi con la Ducati affonda: è solo 13° a 3,7" di ritardo dalla vetta, con enormi problemi di affiatamento con la moto.
frattura crutchlow — A inizio sessione, caduta di Cal Crutchlow, che dopo una sbacchettata picchia duro per terra e si procura la frattura della clavicola sinistra più una lieve commozione cerebrale: la gara perde così un possibile protagonista, che in mattinata era stato 5° nelle libere. Dopo quella di Pedrosa a Le Mans ed Edwards a Barcellona, è la terza clavicola che salta in tre GP di fila: è sempre più allarme rosso per l'esiguo numero di partenti! Infortunio a parte, la sessione è stata emozionante, con Simoncelli che è il primo ad abbattere il tempo della pole dell'anno scorso di Lorenzo e ci prova fino all'ultimo a sopravanzare il fumambolo della Honda Hrc. Anche Lorenzo viaggia bene, e a tratti guida pure il gruppo, ma deve inchinarsi, sia all'italiano del team Gresini, sia alle traiettorie da urlo di Stoner, che nel T4 fa la differenza, tagliando addirittura il cordolo dell'ultima curva con grande audacia. Il premio è il tempo di 2'02"020 che gli vale la quarta pole in sei gare.

Valentino Rossi, 31 anni, ha vinto 9 titoli mondiali. Epa
Valentino Rossi, 31 anni, ha vinto 9 titoli mondiali. Epa
valentino non perveuto — Imbarazzante prestazione di Valentino Rossi, che continua ad accusare distacchi abissali con la Ducati, finendo solo 13°. I 3"761 di ritardo, però, non si possono spiegare solo con la mancata conoscenza della pista, visto che il compagno Hayden con la stessa Ducati è 7°, e di ben un secondo e mezzo più veloce del pesarese. Per la gara è prevista pioggia e l'unica speranza per Rossi è che la Ducati, come intravisto a Jerez, con il bagnato possa soffrire di meno, ma la sensazione è che Vale non veda l'ora di mettersi alle spalle uno dei week end più difficili e frustranti della sua carriera.

Vinales precede in pista Terol: partono primo e secondo. Reuters
Vinales precede in pista Terol: partono primo e secondo. Reuters
prima pole vinales — Nella 125 la pole, la prima in carriera, va al giovane spagnolo Maverick Vinales (Aprilia Team Paris Hilton), che con il tempo di 2'14"684 precede Nico Terol, leader del mondiale e dominatore, fin qui della qualifiche con 4 partenze al palo su 5 gare. Alle spalle della coppia spagnola, c'è il francese Johann Zarco (Derbi), staccato di 582/1000, in terza posizione, poi Marc Vazquez a 6 decimi. Quinto l'italo tedesco Cortese, a 905/1000, 13. il primo degli italiani, Simone Grotzkyj con il tempo di 2'17"298.
marquez in moto2 — In Moto2 la pole va a Marc Marquez (Suter) con il tempo di 2'08"101. Lo spagnolo ha preceduto l'inglese Redding (Suter), staccato di 497/1000 e il tedesco Bradl (Kalex), il leader del mondiale, terzo a 517/1000. Il primo degli italiani è Simone Corsi (Ftr), 5° a 875/1000, 6° Pirro, 11° Corti e 15° De Rosa, che con la nuova scuderia Sag, e la moto Ftr, pare trovarsi meglio della Moriwaki del Team G22 da cui è stato scaricato.
Massimo Brizzi© RIPRODUZIONE RISERVATA

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FISICA

Cern, atomi di antimateria
"intrappolati" per 16 minuti

Dopo i risultati ottenuti a novembre sempre a Ginevra e ad aprile negli Usa, un altro passo avanti: anti-idrogeno catturato per il tempo record di mille secondi

ROMA - Si sta "stringendo il cerchio" intorno all'antimateria. Nel novembre scorso l'esperimento Alpha del Cern 1 di Ginevra aveva creato e catturato atomi di anti-idrogeno per 172 millesecondi; in aprile i laboratori statunitensi di Brookhaven hanno creato l'altro anti-elemento 2 prodotto al momento del Big Bang, l'anti-elio, anche se non sono riusciti a imprigionarlo. Ora, sempre con l'esperimento Alpha, il Cern è riuscito a creare e intrappolare circa 300 atomi di anti-idrogeno per il tempo record di 1.000 secondi (oltre 16 minuti): 5.000 volte più a lungo rispetto al tempo ottenuto dallo stesso esperimento a novembre.

Il risultato, pubblicato nell'edizione online della rivista Nature Physics, permette finalmente di osservare in modo diretto il comportamento dell'antimateria e di verificare se, come prevedono le attuali teorie della fisica, si comporta in modo simmetrico ma opposto rispetto alla materia, come una sorta di "specchio di Alice". Diventa cioè possibile sapere se materia e antimateria obbediscono alle stesse leggi della fisica. "E' un tempo abbastanza lungo per poter cominciare a studiarle", ha osservato il coordinatore dell'esperimento, Jeffrey Hangst, dell'università danese di Aarhus.

Riuscire a intrappolare l'antimateria e a "tenerla ferma" in un tempo sufficiente per studiarla da vicino non è stato affatto semplice: una volta creati, gli atomi di anti-idrogeno sono stati "congelati" e tenuti lontani dalle pareti della "scatola" dell'apparato sperimentale grazie a una trappola fatta di campi elettrici e campi magnetici. Questa gabbia è assolutamente necessaria in quanto è sufficiente un minimo contatto fra materia e antimateria perché queste si distruggano reciprocamente.

"Congratulazioni all'esperimento Alpha" dalla ricercatrice italiana Gemma Testera, alla guida di un altro esperimento del Cern che sta studiando l'antimateria, chiamato Aegis e finanziato dall'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). "Aver catturato l'antimateria per un periodo così lungo è il punto di partenza per studiarne le proprietà", ha aggiunto commentando l'esperimento, del quale non fa parte nessun italiano. I risultati di queste osservazioni aiuteranno a comprendere meglio molti aspetti della cosmologia e le leggi fondamentali dell'universo. "Vogliamo studiare le proprietà della materia e dell'antimateria - ha detto ancora la ricercatrice - per verificare se si comportano o meno nello stesso modo. L'universo nel quale viviamo è fatto di materia e le attuali leggi della fisica suggeriscono che materia e antimateria sono simili".

Le teorie attuali suggeriscono che materia e antimateria sono state prodotte nella stessa quantità al momento del Big Bang e che si sono annichilite a vicenda. Tuttavia una parte di materia è sopravvissuta all'impatto ed è oggi alla base dell'universo che conosciamo. L'anti-idrogeno intrappolato al Cern adesso potrà aiutare a capire come mai la materia alla fine abbia vinto e che fine possa aver fatto l'antimateria.

Oltre ad Alpha, tre esperimenti del Cern puntano a "mettere alle strette" l'antimateria per rispondere alle domande fondamentali della fisica: l'esperimento Aegis, guidato come detto da Testera e finanziato dall'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn); Atrap (Antihydrogen Trap), a guida statunitense; Asacusa, coordinato dal Giappone. "Sono progetti fra loro in competizione scientifica, ma complementari", spiega Testera.

Obiettivo dell'esperimento Aegis è misurare gli effetti della forza di gravità sull'antimateria. Per riuscire in questo l'esperimento punta a produrre fasci di anti-idrogeno, seguendo la strada aperta dall'esperimento predecessore, Alpha. I primi dati potrebbero arrivare già in estate.

La 'trappola' per l'antimateria usata dall'esperimento Asacusa si chiama Cusp e funziona grazie a una combinazione di campi magnetici che costringono antiprotoni e positroni a stare insieme per formare atomi di anti-idrogeno. Gli anti-atomi così ottenuti vengono incanalati in un sorta di "corridoio" vuoto dove i piccoli fasci di anti-idrogeno creati in questo modo possono essere studiati "in volo".

Con un altro esperimento del Cern chiamato Athena, Atrap ha dimostrato la possibilità di produrre antiparticelle in grandi quantità, facendo il primo passo verso la possibilità di produrre, controllare e infine intrappolare un piccolo frammento dell'antimondo.

Tutti insieme, questi esperimenti contribuiranno a perfezionare le trappole magnetiche nelle quali, a temperature bassissime, diventerà possibile riuscire a rallentare a bloccare gli anti-atomi, fino a intrappolarli per alcune ore.
(05 giugno 2011)

venerdì 10 giugno 2011

già......

Referendum, la casta dice No
al quesito sull’acqua pubblica
“Facciamo fallire il referendum sull’acqua”, afferma il potente amministratore delegato di Acea spa Marco Staderini al convegno romano dal titolo “Un referendum che fa acqua”, all’interno della kermesse cittadina Roma Incontra. Big del mondo economico italiano, politici di primo piano e sindacati, radunati insieme all’Auditorium dell’Ara Pacis per dire No all’acqua pubblica a pochissimi giorni dalla votazione referendaria per l’abrogazione della legge Ronchi. Tutti riuniti per un sonoro ’Si’ alla gestione privata.

Tra le motivazioni dei relatori al convegno, che ha contato una platea scarsa, il bisogno di investimenti, la necessità di ammodernare la rete idrica troppo fatiscente e garantire efficienza al sistema. “La legge Ronchi non parla di privatizzazione, ma garantisce la concorrenza e le gare tra aziende pubbliche e private” sostiene il Ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, e aggiunge “dunque No e astensione sono voti legittimi”.

“Votiamo ‘No’ o ancora meglio asteniamoci per evitare che si raggiunga il quorum“, sostiene il giornalista economico Enrico Cisnetto, moderatore e organizzatore dell’evento. “Non credo nell’istituto referendario, non ha mai cambiato nulla”, tuona Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl.

Due no ai quesiti referendari sull’acqua arrivano anche da parte di Sergio Chiamparino presidente dell’Anci (Pd) ed ex sindaco di Torino, convinto che “le gare potranno migliorare la gestione anche pubblica dell’acqua”. Unica voce dissonante è quella del professore di economia pubblica all’Università di Udine Antonio Massarutto, autore del libro Privati dell’acqua? Tra bene comune e mercato. Il docente critica duramente la legge Ronchi, cogliendo forse di sorpresa la platea, viste le sue idee sulla necessità di monetizzare il bene acqua. “Immettere i privati nel mercato non garantisce efficienza – afferma – l’efficienza si ottiene solo se ci sono le regole” e aggiunge “l’Italia non è un esempio di trasparenza e limpidezza nelle gare“.

Un convegno che ha scatenato forti polemiche. Visto che la Provincia di Roma, per bocca dell’ufficio stampa del presidente Pd Nicola Zingaretti, ha fatto sapere di aver revocato il patrocinio alla manifestazione Roma incontra, organizzata da Enrico e Iole Cisnetto. Secondo il comitato “Due Sì per l’Acqua Bene Comune”, è di “estrema gravità, che una Pubblica amministrazione, abbia utilizzato fondi pubblici per fare di fatto propaganda elettorale”.

Anche il Comune di Roma, tramite il portavoce del sindaco Gianni Alemanno, ha chiarito di avere dato il patrocinio solo alla manifestazione Roma Incontra e non al dibattito sul referendum inserito solo in un secondo tempo nel calendario della serie di incontri. Anche se il sindaco di Roma era previsto intervenisse al convegno, ma, all’ultimo momento, non si è presentato.

di Buscemi, Feltri e Perluigi


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Rubbia: "Nucleare costa troppo
puntare su mix gas-geotermia"

Alla vigilia del referendum sull'atomo, parla il premio Nobel: "Guai a ignorare la lezione di Fukushima". Dal sottosuolo di Lazio, Toscana e Campania un potenziale pari a quattro impianti alimentati ad uranio

di ANTONIO CIANCIULLO
L'INTERVISTA
ROMA - "Fukushima ha rappresentato una grande sorpresa perché ha evidenziato uno scollamento tra le previsioni e i fatti. È stata una lezione ed è pericoloso non imparare dalle lezioni. Soprattutto per un paese come l'Italia che con il Giappone ha molti problemi in comune: non solo la sismicità ma anche gli tsunami prodotti da un terremoto, come l'onda gigante che ha distrutto Messina nel 1908. È ragionevole fare una centrale atomica in Sicilia?".

Carlo Rubbia, il Nobel che in Italia ha inventato il progetto pilota per il solare termodinamico, osserva il panorama energetico a tre mesi dall'inizio di un incidente nucleare che non si è ancora concluso.

Dopo Fukushima tutto il mondo s'interroga sul futuro del nucleare e paesi come la Germania e la Svizzera hanno deciso di uscire dal club dell'atomo. Il governo italiano invece vuole rientrare. Le sembra una buona scelta?
"Non si può rispondere con un sì o con un no. Bisogna esaminare i problemi partendo da una domanda fondamentale: quanti soldi ci vogliono e chi li mette. Si dice che una centrale nucleare costa 4-5 miliardi di euro. Ma senza calcolare gli oneri a monte e a valle, cioè le spese necessarie per l'arricchimento del combustibile e per la creazione di un deposito geologico per le scorie radioattive come quello che gli americani hanno cercato di fare, senza riuscirci ma spendendo 7 miliardi di dollari, a Yucca Mountain".

Insomma quanto costerebbe il piano italiano che punta ad arrivare al 25 per cento di elettricità dall'atomo?
"Per raggiungere un obiettivo del genere, e o si raggiunge un obiettivo del genere oppure è inutile cominciare perché si hanno solo i problemi senza i vantaggi, serviranno una ventina di centrali e quindi possiamo immaginare un costo diretto che si aggira sui 100 miliardi di euro. Il punto, come dicevo, è chi li mette sul tavolo".

In tutto il mondo i capitali privati tendono a tenersi lontani dal nucleare, li spaventa il rischio.
"Proprio così. Nei paesi che hanno scommesso sull'energia nucleare questa scelta è stata finanziata, in un modo o nell'altro, dallo Stato, spesso perché lo Stato era impegnato nella costruzione di bombe atomiche. Per questo le centrali francesi sono costate tre volte meno di quelle tedesche: buona parte degli investimenti strutturali erano a carico della force de frappe. Ora se in Italia ci sono - e sarebbe una novità - privati interessati a investire in questo settore, bene: si facciano avanti. Altrimenti bisogna dire con onestà che i soldi vanno presi dalle tasse".

La Germania ha deciso di chiudere le centrali nucleari perché considera più conveniente investire nelle fonti rinnovabili. Condivide il giudizio?
"Io ho parlato a lungo proprio con le persone che hanno preso questa decisione. È stato un passo importante perché il futuro è lì, ma bisogna tener presenti i tempi dell'operazione: le fonti rinnovabili per esprimere a pieno il loro potenziale, arrivando a sottrarre quote importanti ai combustibili fossili, hanno bisogno ancora di 10-15 anni. Quindi bisogna pensare a una transizione".

Per questo il centrodestra italiano parla di nucleare.
"Non diciamo sciocchezze, una centrale nucleare approvata oggi sarebbe pronta tra 10-15 anni, alla fine del periodo di transizione. Noi abbiamo bisogno di impianti con un basso impatto ambientale e tempi di costruzione rapidi. Penso a un mix in cui l'aumento di efficienza gioca un ruolo importante, sole e vento crescono e c'è spazio per due fonti che possono produrre subito a costi bassi".

Quali?
"Innanzitutto il gas, che è arrivato al 60 per cento di efficienza e produce una quantità di anidride carbonica due volte e mezza più bassa di quella del carbone: il chilowattora costa poco e le centrali si realizzano in tre anni. E poi c'è la geotermia che nel mondo già oggi dà un contributo pari a 5 centrali nucleari. L'Italia ha una potenzialità straordinaria nella zona compresa tra Toscana, Lazio e Campania, e la sfrutta in maniera molto parziale: si può fare di più a prezzi molto convenienti. Solo dal potenziale geotermico compreso in quest'area si può ottenere l'energia fornita dalle 4 centrali nucleari previste come primo step del piano nucleare. Subito e senza rischi".
(10 giugno 2011)
 
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Rossi: "Una giornata difficile
Male su bagnato e asciutto"

Valentino indietro dopo le libere di Silverstone: "Stiamo cercando la giusta messa a punto della moto, abbiamo gli stessi problemi con ogni tipo di condizione. Però, se Hayden va bene, vuol dire che la Ducati è buona"


Valentino Rossi, 32 anni, prima stagione alla Ducati. LaPresse
Valentino Rossi, 32 anni, prima stagione alla Ducati. LaPresse
SILVERSTONE, 10 giugno 2011 - Venerdì nero per Valentino Rossi a Silverstone, dove con la Ducati ha chiuso molto indietro le due sessioni di prove libere: 12° al mattino su asciutto, 9° al pomeriggio sul bagnato, in una giornata che ha visto volare la Honda di Casey Stoner, primo in entrambi i casi e sempre con Simoncelli 2°.
difficolta' — "Oggi è stata una giornata difficile. Il tempo è piuttosto brutto e noi stiamo cercando di trovare la messa a punto della moto - dice Rossi -. Facciamo fatica dove conosciamo la pista e qui, quindi, è peggio. Dobbiamo cercare il giusto bilanciamento della moto. Abbiamo gli stessi problemi sia sul bagnato sia sull'asciutto e quindi se li risolviamo per l'uno potrebbe tornare utile per l'altro". Il meteo prevede asciutto per le qualifiche e pioggia per la gara. Se Rossi ha avuto molti problemi a trovare il giusto setting, il suo compagno di squadra Nicky Hayden sembra sulla strada giusta, avendo ottenuto il 3° sul bagnato, seppure a 1"4 da Stoner, e il 4° su asciutto. "Nicky sta andando forte sia sull'asciutto sia sul bagnato - ha detto Vale - vuol dire che la moto è buona".
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giovedì 9 giugno 2011

hahahhahhah

Rossi e la "novità" Silverstone
"Lavoriamo per migliorarci"

Valentino affronta per la prima volta la pista inglese, l'anno scorso era infortunato: "Dovrò imparare in fretta, è un tracciato molto tecnico". Pedrosa non ci sarà: "Devo ancora recuperare dalla frattura alla clavicola". Spies con Yamaha fino al 2012. Stoner e Dovizioso visitano la sede della Red Bull di F.1 a Milton Keynes

Valentino Rossi, 32 anni. Epa
Valentino Rossi, 32 anni. Epa
SILVERSTONE (Gran Bretagna), 8 giugno 2011 - "Silverstone è una gran pista, difficile e molto veloce. Venerdì comincerò con un piccolo gap perchè purtroppo l'anno scorso non vi ho corso e quindi non ho mai girato con la MotoGP, ho fatto solo una ventina di giri con una 1198 da strada". Valentino Rossi, strano a dirsi, è un debuttante sul circuito inglese, visto che è solo dallo scorso anno nel calendario MotoGP e quando c'era stato il gran premio lui era infortunato. Un motivo di sfida ulteriore in vista della gara del weekend.
per migliorare — "Dovrò imparare bene e rapidamente la pista che è molto tecnica, con diversi punti ciechi dove le traiettorie sono molto importanti - prosegue Vale -. Una cosa che si aggiunge al lavoro sulle regolazioni della moto. Comunque vediamo, stiamo capendo sempre di più come agire sulla messa a punto della GP11 mentre, contemporaneamente, in Ducati continua il lavoro di sviluppo. Ci resta ancora da fare ma le aree su cui lavorare ci sono chiare e siamo tutti concentrati e determinati a migliorare".
Dani Pedrosa, 25 anni, pilota della Honda Hrc. Afp
Dani Pedrosa, 25 anni, pilota della Honda Hrc. Afp
forfeit pedrosa — Intanto, a Silverstone non correrà Dani Pedrosa, che deve ancora riprendersi dalla frattura alla clavicola riportata nell'incidente di Les Mans. Lo fa sapere la stessa Honda Hrc, specificando che la clavicola è stata fissata con una placca e viti molto più piccole di quelle utilizzate normalmente, che necessitanto di un tempo di recupero maggiore, per evitare complicazioni vascolari. Dani, d'accordo con i suoi medici, ha deciso di rimandare il ritorno in pista quando sarà al 100%: "Ho fatto tutto il possibile per rientrare a Silverstone - ha detto Dani -, ma le mie condizioni non sono adeguate per tornare con la garanzia di essere competitivo. Devo sentirmi in forma al 100% prima di tornare in moto, pronto per lottare per la vittoria, non voglio tornare solo per esserci".
rinnovo spies — Dopo il bel podio, il primo stagionale, conquistato domenica al Montmelò, Ben Spies ha rinnovato il suo accordo con la Yamaha. "Siamo felici che il nostro rapporto di lavoro possa proseguire anche per il 2012 - ha detto l'a.d. di Yamaha Lin Jarvis - e speriamo possa rimanere da noi ancora per molti anni. Ben Spies ha dimostrato di sapere competere ad alti livelli". Poi il pilota: "Sono davvero molto contento di rimanere nella famiglia Yamaha anche l'anno prossimo - ha detto Ben Spies -. Non posso fare altro che ringraziare il team che mi ha dato fiducia in passato e che continua a credere in me anche per il futuro".
Stoner, nell'abitacolo, e Dovizioso in visita alla Red Bull F.1.
Stoner, nell'abitacolo, e Dovizioso in visita alla Red Bull F.1.
stoner e dovi alla red bull f.1 — Approfittando della vicinanza con Silverstone, dove si corre domenica, i piloti della Honda Hrc, Casey Stoner e Andrea Dovizioso, hanno visitato oggi la sede della squadra Red Bull Racing F1 a Milton Keynes. “Una giornata straordinaria - ha detto Stoner -, è spettacolare conoscere quanta tecnologia è impiegata in F.1. La prova del simulatore Red Bull è stata speciale: mi ha impressionato sperimentare quanto tardi si frena con le F.1 rispetto alle MotoGP". Contento pure Dovizioso: "Un'esperienza speciale - dice Andrea - non si può immaginare quante persone lavorino dietro le quinte affinché tutto sia perfetto. Il test al simulatore è stato difficile, pensavo fosse più facile guidare. La frenata in ingresso curva è molto strana, è molto difficile abituarsi. Ho fatto solo 15 giri, ed ogni volta che cercavo di migliorarmi, mi rendevo conto che ero già oltre il mio limite. Mi piacerebbe girarci ancora per abituarmi meglio e vedere fin dove posso arrivare".
Gasport© RIPRODUZIONE RISERVATA
 
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Wimbledon, l'erba si fa dura
Nadal ancora favorito?

Ogni anno il passaggio al verde è meno traumatico: diminuiscono le discese a rete, premiati resistenza e fondocampo. Intanto uno studio rivela: le percentuali di gioco si sono avvicinate ovunque, il rapporto scambi/punti non è più molto diverso tra le varie superfici

Il nuovo campo numero 3 di Wimbledon. Ap
Il nuovo campo numero 3 di Wimbledon. Ap
MILANO, 8 giugno 2011 - Dal rosso al verde, dalla terra all’erba. Dieci anni fa, i tennisti facevano molta più fatica nella transizione che avviene questa settimana fra il gran finale sul rosso del Roland Garros, di domenica a Parigi, e Wimbledon che scatta il 20 giugno, a Londra. Perché davvero era come passare a un altro sport, tanto era diverso l’uno-due, servizio-risposta, cioé i colpi d’inizio game, fra le due superfici. Così come la tattica, tanto accurata sulla superficie più lenta, tanto più essenziale e veloce su quella più rapida. E come i movimenti, sui due campi, con la famosa scivolata, prima, e i passettini, con tanto di gommini sulla suola delle scarpe, poi. Le differenze sostanziali rimangono, come tenere le gambe sempre più piegate, sull’erba, rispetto alla terra, per contenere rimbalzi comunque più bassi.
COMUNE — Ma nella globalizzazione del mondo moderno è compresa anche l’omologazione delle superfici del tennis, come si è appena visto al Roland Garros, dove la terra rossa europea è sempre più simile alla terra verde americana (Har-Tru), e quindi sempre più dura e veloce, anche perché si sposa alla nuova pallina Babolat (più dura, piccola e compatta come un sasso) e al mix racchette-incordature sempre più reattive e leggere. Da qui, il gioco sempre più comune, a parte straordinarie eccezioni come Roger Federer e Francesca Schiavone. Gli accorgimenti maggiori, per rendere i campi in erba più duri e simili al cemento, sono due: l’erba viene tagliata leggermente più alta, la densità di fili per centimetro quadrato è sensibilmente diminuita ed stato radicalmente modificato il fondo del campo per rendere meno imprevedibile il rimbalzo e non costringere gli atleti a giocare il più possibile di volo, accorciare lo scambio al massimo, per catapultarsi a rete e siglare il punto.
Rafa Nadal, 25 anni, vincitore di Wimbledon 2010. Ansa
Rafa Nadal, 25 anni, vincitore di Wimbledon 2010. Ansa
studio — Secondo uno studio R.I.T.A. (di Luca Bottazzi e Carlo Rossi a San Donato Milanese), dal 2000, c’è una diminuzione degli scambi/punti che terminano entro i 5 secondi su tutte le superfici, mentre c’è un incremento in quelli che finiscono tra i 5-10"; entro i 10" si concludono l’80% dei punti sulle superfici rapide (erba/cemento) e il 70% sulla terra. Le percentuali di gioco si sono avvicinate ovunque. Al contrario nel passato, entro i 10" di gioco c’erano sostanziali differenze circa la conclusione degli scambi: terra = 78%, erba = 98%, cemento = 84%.
tradizione — A dispetto delle superfici più dure, che siano cemento (all’aperto ed indoor) e sintetiche (indoor), la terra rossa macchia comunque la stagione, oltre che nel clou aprile-maggio-giugno, anche a febbraio con la stagione in Sud America e dopo la lunga estate calda agosto-settembre, in America. Invece il momento dell’erba dura appena 5 settimane, malgrado sia la superficie-madre del tennis, tanto che il circolo più famoso, teatro del torneo più importante, Wimbledon (che si disputa dal 1877), si chiama All England Lawn Tennis and Croquet Club. Ma l’erba richiede una cura continua che stride con la manutenzione fin tropo facile dei campi sintetici o in cemento. E due dei tornei dello Slam, Us Open ed Australian Open hanno abbandonato l’erba per passare al cemento, tradendo le proprie origini e anche il senso stesso del tennis, un tempo votato all’attacco e alle discese a rete, oggi sempre più da fondocampo, e di resistenza.
Vincenzo Martucci© RIPRODUZIONE RISERVATA