martedì 16 agosto 2011

hahahahahahha

MOBILE

Android, iPhone, Windows
scontro a tre nell'era "post-pc"

L'acquisto di Motorola da parte di Google apre nuovi scenari sul mercato delle piattaforme mobili. I grandi giocatori in campo ora sono tre, con Apple e Microsoft-Nokia. Tutti in grado di competere su hardware e software. Ecco cosa offrono (e non offrono) i tre sistemi
di TIZIANO TONIUTTI

ROMA - "Difendere l'ecosistema di Android". Questo il mantra ripetuto da Google dopo l'acquisto miliardario di Motorola Mobility 1, una mossa inattesa che di fatto è un contrattacco alle azioni legali di Apple e Microsoft nel tempestoso - e pescoso - mare della tecnologia mobile. Tradotto in parole comprensibili, la "difesa dell'ecosistema di Android" significa l'acquisto degli oltre 17000 brevetti di Motorola, più altri 7500 al vaglio dell'approvazione. E quindi, costruire attorno alla piattaforma mobile di Google un cordone sanitario di depositi legali, riconosciuti e inattaccabili da esterni. Un segnale di cosa conta davvero nell'economia dell'era "post-pc", in cui il computer esce dallo chassis per entrare in innumerevoli altri dispositivi. E le occasioni per le citazioni in tribunale 2 si moltiplicano.

I tre in campo. Negli ultimi tempi, non sono mancati altri colpi spettacolari: l'avvicinamento a Nokia da parte di Microsoft è un altro passo verso il percorso comune ai grandi "player" del mercato, che punta a un focus globale su cosa si produce e passa attraverso l'aggregazione delle risorse. Google-Motorola-Android, Microsoft-Windows Phone-Nokia e Apple-iOs-Mac sono tre aziende complete, in grado di produrre il proprio "ecosistema operativo" e l'hardware per farlo funzionare. Con alcune differenze chiave: Android rimane libero, chiunque potrà produrre dispositivi con l'Os di Google. Windows Phone è l'ultimo arrivato, l'ultima versione "Mango" migliora e corregge molti aspetti dell'Os, ed è un prodotto licenziabile a terzi. Apple mantiene il suo sistema "chiuso", che però è il più apprezzato dagli utenti e quello che offre di più in termini di esperienza utente. E che per questo ha un prezzo premium. E poi c'è il quarto incomodo, Rim, con la linea BlackBerry. L'azienda canadese ha appena rinnovato il parco smartphone e ha un tablet, il Playbook, che funziona con un sistema operativo proprietario ma potrà a breve far girare applicazioni Android sotto emulazione.

Sistemi a confronto. Naturalmente alla fine è tutta questione di preferenze personali. Chi sceglie Android lo fa perché la flessibilità di quel sistema permette operazioni precluse agli utenti di iOs, così come chi sceglie iOs non ha necessità particolari di interfacciarsi col mondo Windows. E ancora, l'utente Microsoft troverà in Windows Phone l'ambiente digitale mobile ideale e nativo per quell'ecosistema. Ma ci sono differenze quantitative e qualitative, che gli sviluppatori di sistemi operativi lavorano per colmare e ampliare. E' nelle prossime versioni che le differenze emergeranno ancora più che oggi. E fuori dalla scatola, appena comprato, Apple iOs 5 sarà in assoluto la piattaforma più completa: sistema di notifiche, navigazione a schede, capacità di editing multimediale, disponibilità di contenuti e applicazioni, funzionamento intuitivo: al momento con il sistema mobile di Apple è quello meglio equipaggiato, ospite di un hardware con molte eccellenze e qualche pecca. Ma è un sistema chiuso, che non permette all'utente di modificarne più di tanto il funzionamento. Questo garantisce la stabilità, ma scontenta chi vuole mettere le mani nel vano motore del sistema operativo.

Android. La piattaforma Google invece sembra fatta proprio per questo: è estremamente modificabile e adattabile, e i produttori che lo adottano spesso ne forniscono una versione fatta su misura per l'hardware che lo ospita. In questo senso, i dispositivi Google-Motorola che verranno definiranno uno standard de facto su come dovrà essere l'ambiente Android. Un paradigma che avvicina Google ad Apple, pur mantenendo l'apertura di base, e con un numero di applicazioni in crescita costante.

Windows Phone Mango.  Microsoft e Nokia intanto preparano un'invasione di dispositivi basati su Windows Phone "Mango". I primi dovrebbero essere mostrati alla Nokia World Conference a fine settembre. "Mango" è un ambiente particolarmente ben riuscito e potrebbe riservare sorprese sul mercato, soprattutto se abbinato a prezzi interessanti. L'integrazione con Office e il già interessante catalogo di applicazioni mettono la piattaforma Microsoft nelle condizioni di competere agevolmente con Apple e Android. L'elemento che spicca è l'altissimo livello qualitativo di tutti e i tre i sistemi operativi. Che unito alla rapida obsolescenza dei prezzi di listino dell'hardware, potrebbe portare più che a una competizione sfrenata ad una pacifica convivenza, nelle tasche degli utenti.
(16 agosto 2011)
 
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Prodi: “Toccato il fondo, il Paese va in rovina
La salvezza della democrazia? Le ricevute” 

"L'ipotesi di un governissimo? Irrealizzabile, non reggerebbe neppure un giorno". L'ex presidente del consiglio parla anche dell'euro: "La moneta unica è una garanzia. Le dichiarazione della Germania su una paventata uscita sono un modo per rafforzarla"
La democrazia si difende con le ricevute, soprattutto con quelle elettroniche che lasciano la tracciabilità. Se non si fa questo il Paese sarà sempre disastrato a causa dell’evasione fiscale”. È un velato pessimismo quello dell’ex Presidente del Consiglio, Romano Prodi, che intervistato a Radio 24 dopo il varo della manovra economica d’emergenza degli scorsi giorni da parte del governo Berlusconi, traccia un quadro severo di questo esecutivo, dipinto come diviso e sempre in preda a lotte intestine. “In questa maggioranza ognuno ha la sua tesi e ognuno ha un’opinione diversa, ognuno mette un pezzo di veto e quel che ci rimane è un pezzettino di decisione che non può risanare un Paese”.

Poi guai a fare un parallelo tra l’eurotassa applicata dal primo governo Prodi per centrare l’obiettivo della moneta unica e l’attuale contributo di solidarietà che colpirà i redditi della classe media italiana. “La nostra di allora era una gara per la promozione, per entrare nel club dell’euro”, e il governo “lavorava insieme in modo collettivo. Ricordo lunghe discussioni con Ciampi, Napolitano, Andreatta. Facevamo simulazioni con i funzionari. Qui ognuno ha una sua tesi e le sue opinioni”.
Per Prodi insomma il problema italiano è tutto politico e si annida nella crisi di questo esecutivo. La ragione principale dell’attacco all’Italia sta nella spaccatura nel governo, nella lotta continua tra Berlusconi e i suoi. I mercati, secondo il professore bolognese, sono sensibili alla politica debole, all’insicurezza dei governi. “L’elemento scatenante per la crisi è stato quello di avere dei dissidi nel governo. Magari la crisi sarebbe arrivata due mesi dopo, ma la speculazione spara sulla Croce Rossa e l’Italia è molto debole, anche perché non ha una politica europea completa”. L’ex premier scarica anche Giulio Tremonti: “Per un periodo aveva una propria autorità, ma nelle ultime settimane si è indebolita ed è lì che le agenzie di rating hanno iniziato a sparare sulla Croce rossa”.
Ma non è solo la maggioranza a soffrire. Del resto nelle scorse settimane l’ex presidente della Commissione europea aveva parlato anche della crisi etica che attanaglia tutta la politica italiana: “Ho sostenuto da mesi che forse bisognava toccare il fondo per risorgere. Ci siamo arrivati”.

Quale la soluzione? Qualche tempo fa Prodi aveva fatto capire che ipotesi di “unità nazionale” non erano praticabili: “Non si può cambiare un governo durante una crisi come quella attuale se non c’è una chiara alternativa. Un eventuale governissimo durerebbe un giorno”.

Un concetto che Prodi, nonostante l’avversione a Berlusconi, aveva ripetuto tanto da mandare il suo ex ministro Giulio Santagata a dire che “andare al voto adesso sarebbe demenziale. Ogni vuoto sarebbe pericolosissimo. Piuttosto bisogna creare un’alternativa forte, non d’emergenza”.

Ma il problema più grande per Prodi è quello della evasione fiscale. “Non possiamo andare avanti in questo modo, il Paese andrà alla rovina. Obbligare a tenere bene la contabilità non è comunista”, ha detto ancora all’emittente radiofonica Radio 24. Anche perché, secondo l’ex presidente, “se non si colpisce l’evasione fra tre anni siamo daccapo”.
Un’ultima frecciata dall’appenino reggiano Prodi la riserva proprio alle agenzie di rating: “Sono come Qui Quo Qua, vanno d’accordo tra loro. Sono tutte americane e si mettono d’accordo. Non c’è niente da fare, istintivamente rispondono a stimoli politici. Ci vogliono agenzie europee, cinesi, indiane”.

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MARE DEL NORD

Continua la fuoriuscita di petrolio
"Peggior incidente nell'area dal 2000"

Non si ferma la perdita dalla piattaforma Gannet Alpha, al largo delle coste scozzesi. Gli esperti: situazione grave. La Shell ammette di non essere riuscita a fermare il flusso, ma assicura: sta calando

ROMA - Cresce la paura per la perdita di petrolio nel mare del nord 1, al largo delle coste scozzesi: la fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma Gannet Alpha, a 180 chilometri da Aberdeen, sulla costa orientale della Scozia, non si è fermata. Lo annuncia la Shell, senza fornire altri dettagli, nè fare alcuna previsione su quando sarà in grado di fermare la perdita.

Dopo giorni di silenzio e scarsa informazione, ieri il colosso anglo-olandese aveva stimato la perdita in 200 tonnellate di greggio, circa 1.300 barili: secondo gli esperti si tratta dell'incidente più grave nell'area dal 2000. Il colosso anglo-olandese ammette che si tratta di una fuoriuscita "significativa", ma che andrebbe rallentando: la stima di oggi è che la quantità di petrolio riversata in mare sia scesa a 5 barili al giorno.

Secondo la Bbc ci sarebbe una seconda falla da cui fuoriesce il greggio, non ancora individuta con precisione. "Abbiamo un sistema sottomarino molto complesso, e la perdita si trova in una posizione difficile con molta vegetazione marina", ha detto il responsabile Shell per l'esplorazione in Europa, Glen Cayley. Le squadre di sommozzatori sono al lavoro per individuare il punto della perdita.

 
(16 agosto 2011)

domenica 14 agosto 2011

mha.................

IL CASO

Nord Corea, le spie finanziate
con i soldi dei giochi online

La nuova frontiera dello spionaggio di Pyongyang: arrestati cinque agenti che operavano in Rete per recuperare e smerciare valuta e beni virtuali. Con introiti per almeno sei milioni di dollari. E la Blizzard si piega al mercato: con soldi reali si potranno comprare beni virtuali di JAIME D'ALESSANDRO

ROMA - Un esercito di agenti nordcoreani sono stati sguinzagliati sul web. Ma le direttive di Pyongyang, stavolta, non sono quelle di attaccare qualche sito capitalista o di paralizzare la rete bancaria dei cugini del sud. Gli hacker del Korea Computer Center, istituto per la ricerca avanzata nato nel 1990, devono invece raccogliere valuta straniera, attraverso i giochi di ruolo di massa online e il commercio di beni virtuali.

Questi videogame compongono una vasta costellazione di mondi fantasy o fantascientifici frequentati giorno e notte da decine di milioni di persone. Molte delle quali sono disposte a pagare in dollari ed euro per un'armatura rara, una spada introvabile o semplicemente per ottenere senza sforzi montagne di monete digitali da spendere per il proprio equipaggiamento. 

E' così, per la prima volta, la polizia della Corea del Sud ha arrestato cinque persone con l'accusa di lavorare e generare profitti per i servizi segreti del Nord in videogame come Lineage o World of Warcraft 1. I cinque, tutti sudcoreani eccetto un cinese, sarebbero stati assoldati da un gruppo di 30 ingegneri e informatici di alto livello di Pyongyang, tutti usciti dall'Università Kim Il-sung e dall'università della tecnologia Kim Chaek, per smerciare valuta falsa virtuale fabbricata in Nord Corea. Una frode che ha portato a risultati interessanti: sei milioni di dollari, veri, incassati in due anni.

Non solo: stando al Korea Times, un ufficiale delle forze dell'ordine di Seul ha sostenuto che gli hacker nordcoreani, tramite i loro emissari, sono riusciti a installare in più di dodicimila computer software per rubare oggetti di gioco all'insaputa degli utenti. L'operazione sarebbe stata progettata dall'Office 39, dipartimento governativo agli ordini di Kim Jong-Il per la raccolta di valuta straniera attraverso mezzi illeciti. Incluso il traffico di droga.   

Secondo la valutazione della Banca Mondiale, la compravendita di beni virtuali nel 2009 ha generato tre miliardi di dollari. Ma c'è chi si spinge oltre. Come Julian Dibbell 2, giornalista americano che per un anno intero ha vissuto solo dei guadagni fatti in Rete nei mondi virtuali.

Nel suo libro Play Money, Dibbell ha sostenuto che circa centomila persone in Cina lavorano in questo campo. Sono i cosiddetti "gold farmer", raccoglitori d'oro (virtuale), forza lavoro di un mercato nero capace di rivaleggiare con il prodotto interno lordo dell'Albania e che supera di poco i 10 miliardi di dollari l'anno. Sono persone che passano dodici ore al giorno davanti al monitor, scorrazzando nei giochi in cerca di materie prime da convertire in soldi virtuali e poi da rivendere ai ricchi giocatori occidentali.

Diecimila di questi gold farmer, secondo la polizia sudcoreana, sarebbero al soldo di Pyongyang da almeno due o tre anni. L'Economist ha calcolato che ognuno di loro invia mensilmente 500 dollari al regime di Kim Jong-Il, dunque cinque milioni di dollari in totale. Cifra inverosimile, anche se Scott Hartsman, produttore del gioco di ruolo di massa Rift, qualche giorno fa ha sostenuto che questo giro d'affari è molto più ampio di quel che si crede in genere. Perché vanno calcolati anche i furti e le truffe 3. Hartsman purtroppo però non ha fornito cifre.

L'ultima mossa della Blizzard, la stessa di World of Warcraft che con i suoi 11 milioni di utenti è il gioco di massa online più frequentato al mondo, sembra però dimostrare questa tesi. Almeno in parte. Nel suo nuovo videogame in uscita entro fine anno, Diablo III, ci sarà infatti un sistema di conversione di beni virtuali in valuta reale.

La Blizzard - a differenza della Sony Online che dal 2005 ha aperto la sua Station Exchange per titoli come Everquest II e Star Wars Galaxies - in passato aveva sempre combattuto il fenomeno dei gold farmer cacciando quei giocatori che venivano colti in fragrante a smerciare i beni raccolti nel gioco. Evidentemente però il fenomeno è incontrollabile. Meglio quindi renderlo legale, rendendo felice il Caro Leader e i suoi hacker.   
(12 agosto 2011)
 
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Manovra, si allarga la fronda anti-Tremonti
Nove deputati Pdl: “Faremo emendamenti”

Napolitano emana a tempo di record il decreto. Il premier insiste sulla reazione positiva dei leader europei a quanto fatto dal governo italiano. Ma la strada è in salita. Non solo per la condanna di opposizioni e Cgil, ma soprattutto per la pioggia di critiche provenienti dall'interno del partito di maggioranza. E anche la Lega mostra le sue spaccature
Il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha emanato a tempo di record il decreto approvato ieri pomeriggio dal Consiglio dei ministri “nello spirito del giro d’orizzonte compiuto nei giorni scorsi sui gravi rischi per l’Italia determinati dalle tensioni sui mercati internazionali”.  Insomma, un’urgenza motivata dal Quirinale come necessaria per scampare agli strali della Banca centrale europea pur restando “fermo il dovere di un confronto aperto in Parlamento e sul piano sociale, attento alle proposte avanzate con la responsabilità che l’attuale delicato momento richiede”, come si apprende dagli stessi ambienti del Colle. Una vittoria per Silvio Berlusconi che, appena terminata la conferenza stampa di oggi per illustrare la manovra “per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”, si è intrattenuto con i giornalisti per far sapere quanto i leader europei apprezzino le misure anticrisi italiane: “Ho avuto contatti con gli altri leader dell’Unione europea stamattina, una lunghissima telefonata con la signora Angela Merkel. Ho parlato con il presidente della Bce, Trichet, e ho in programma altre telefonate tra stasera e domani”. Telefonate, ovviamente, “di forte apprezzamento”. Come quella che il Cavaliere spiega di aver avuto con il Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy subito dopo il vertice: “Nel corso della lunga e cordiale telefonata il presidente Berlusconi ha aggiornato il presidente Van Rompuy sui dettagli della manovra finanziaria approvata ieri dal Consiglio dei ministri – si legge in una nota della presidenza del Consiglio – “Il presidente Van Rompuy ha rivolto parole di forte apprezzamento per l’azione di rigore messa in atto dal Governo italiano”.

Eppure, la strada della manovra appare in salita. Non solo per le condanne da parte dell’opposizione e della Cgil che, per bocca del segretario Susanna Camusso bolla le misure come “profondamente ingiuste”, quanto piuttosto per la pioggia di critiche proveniente dall’interno del Pdl.

Partiti in quattro due giorni fa, diventano nove i parlamentari Pdl che animano la fronda contro Giulio Tremonti e la manovra fresca di varo in Cdm. Antonio Martino, Giuseppe Moles, Giancarlo Mazzuca, Santo Versace, Alessio Bonciani e Deborah Bergamini si aggiungono a Guido Crosetto, Isabella Bertolini e Giorgio Stracquadanio – che già avevano avvisato: “Il nostro voto non è scontato” dopo la presentazione della bozza da parte del ministro dell’Economia – nel dire che “non abbiamo sbagliato nel giudicare deludente l’intervento del ministro dell’Economia. Il decreto legge presentato dal governo è poco convincente per due ragioni fondamentali: non affronta seriamente i problemi strutturali che hanno portato la spesa pubblica al 52% del Pil e il debito pubblico a dimensioni insostenibili; e aumenta le tasse sul reddito già troppo elevate”.

“Il presidente del Consiglio, il leader politico che per primo ha proposto un coerente programma liberale, sostiene, a ragione, di avere il cuore che gronda di sangue. Eppure – proseguono i 9 parlamentari Pdl – non è affatto impossibile almeno emendare il decreto per rafforzare e rendere più certe le misure riformatrici, come ad esempio quelle relative alla privatizzazione dei servizi locali, ed evitare un per niente inevitabile aumento delle tasse”. “Per rispetto della parola data agli elettori, per rispetto delle nostre convinzioni, per la certezza data dall’esperienza che più tasse vogliono dire meno lavoro e meno sviluppo, abbiamo deciso – annunciano – di presentare una serie di emendamenti che sostituiscano le maggiori tasse con migliori riforme, che riducano l’impatto depressivo sull’economia, che riducano la spesa pubblica in rapporto al Pil. Le nostre saranno proposte concrete, misurabili e diverse tra loro, di modo che il Parlamento possa discutere e scegliere quelle che riterrà migliori”.

Del resto, il 26 giugno intervistato dall’Ansa, il sottosegretario alla Difesa Crosetto si era già scagliato contro le bozze della manovra economica: “Andrebbero analizzate da uno psichiatra” e dimostrano che Tremonti vuole solo “trovare il modo di far saltare banco e governo”, aveva detto Crosetto all’indirizzo del titolare di via XX settembre. Il deputato del Pdl si era detto “stufo” di “sentire pontificare una persona che predica benissimo e razzola malissimo” visto che “l’unico ministero che non ha subito tagli alla spesa corrente, ma anzi l’ha aumentata, è il suo”.

E al coro di proteste interne si aggiunge anche il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro: “La manovra varata del governo è obbligatoria e non era facile ma ci sarebbe voluto più coraggio perché sulla previdenza bisognava osare di più e si poteva intervenire aumentando, almeno di un punto, l’Iva. In sede di conversione mi auguro possano esserci interventi migliorativi perché – sottolinea il governatore – il rischio di rottura della tenuta sociale è reale con i tagli ai trasferimenti che penalizzano le fasce sociali più deboli e quindi penalizzano il Sud. Anche sugli enti locali una maggiore dose di coraggio avrebbe prodotto effetti migliori. Il tetto di 300 mila abitanti per la soppressione delle province poteva essere innalzato a 500 mila e quello dei comuni a 2000 abitanti . Così come è giusto prevedere l’accorpamento delle Regioni.

Come Caldoro, anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia chiede di “sfruttare il passaggio parlamentare per riformare le pensioni di anzianità e fare un “piccolo aumento dell’Iva”. Lo chiede la leader degli industriali in un’intervista al direttore del Sole 24 Ore in edicola domani.”Faccio una proposta a maggioranza e opposizione – spiega Marcegaglia – il decreto verrà discusso in Parlamento, si sfrutti questo passaggio per modificare il punto essenziale di questa manovra unendo insieme rigore e sviluppo: si riformino le pensioni di anzianità. In questo modo si recuperano in modo strutturale risorse fino a 7 miliardi di euro in due anni e si può ridurre il prelievo di solidarietà sul ceto medio, che rischia di avere una funzione depressiva superiore al previsto dare una spinta allo sviluppo, a partire dalle infrastrutture”. “Si può fare anche di più – avverte poi la presidente di Confindustria – con un piccolo aumento dell’Iva, anche un solo punto, che può valere fino a 6,5 miliardi di euro, si recuperano altre risorse strutturali per ridurre le tasse sul lavoro, in primis quelle che riguardano i giovani”.

Non manca infine la polemica interna alla Lega Nord. “Quei tagli sa farli anche un bimbo”, ha commentato Flavio Tosi in un’intervista al Corriere della Sera che uscirà domani riferendosi alla manovra che tanto ha impegnato il suo collega di partito nonché ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli. La risposta arriva a stretto giro di posta: “Se qualcuno vuole fare il primo della classe, la porta è sempre aperta”, ha detto Calderoli all’Adnkronos criticando chi “nella Lega e nel governo” ha manifestato perplessità sulla manovra attraverso interviste. Ma il sindaco leghista di Verona dà voce ai ‘maldipancia’ della base del Carroccio facendo però arrabbiare non poco i dirigenti ‘lumbard’ che difendondo quelle “scelte sofferte e difficili” fatte – spiega sempre Calderoli – “restando al governo, pur di tutelare i cittadini dal rischio di perdere la pensione o di andare in banca e trovare i risparmi dimezzati”. “Chi fa dei distinguo dalla linea del movimento, linea dettata da Umberto Bossi, si mette da solo fuori linea”, tuona Calderoli. Il ministro, che è anche coordinatore delle segreterie del Carroccio, non cita mai Tosi, ma il riferimento al sindaco scaligero appare esplicito: “Vedo che c’è chi fa affermazioni sui giornali – spiega – pensando di essere stato eletto per la propria bravura non perché appartenente al movimento”.  Nel partito si fa notare che l’irritazione è rivolta anche ad altri esponenti locali (“dal consigliere comunale in su”, dice Calderoli): un riferimento alle parole del presidente della provincia di Sondrio che ha criticato il taglio del suo ente prima di scoprire che proprio un intervento leghista (la manina salva Sondrio) nel testo l’ha salvato dalla scomparsa.

In ogni caso, nel partito fondato da Umberto Bossi si notano segni di scollamento. Il “sacrificio” della manovra sembra costare caro ai ‘lumbard’, alle prese da mesi con forti tensioni interne. Tensioni acuite da provvedimenti che toccano soprattutto le casse degli enti locali e di quegli amministratori che sono la base dei dirigenti della Lega. Tra questi, in forte crescita di popolarità tra i leghisti, c’è proprio Tosi che inoltre è sempre nelle prime posizioni nel gradimento dei cittadini nella classifica dei sindaci. Indicato da tempo nell’orbita del ministro Roberto Maroni, il primo cittadino veronese si è lasciato andare a dichiarazioni ‘non ortodosse’, criticando “una manovra fatta male” che “è incapace di tagliare gli sprechi così come di rilanciare l’economia”. La sua voce suona isolata ma nel partito molti amministratori locali, delusi per le misure che dissanguano le casse dei loro enti, la pensano come lui.

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IL CASO

Ecologia valore economico
Vi spieghiamo quanto vale

Il NatCap, un progetto delle università di Standford e Minnesota in collaborazione con Wwf e Nature Conservancy, cerca di monetizzare la salvaguardia ambientale

di CRISTINA NADOTTI
IN TERMINI estetici una foresta ha più valore, almeno agli occhi di chi ama la bellezza, di un terreno agricolo. E se il valore non fosse soltanto teorico, ma quantificabile, e si potesse monetizzare un ecosistema come si fa per i beni e i servizi? C'è chi questi calcoli li sta facendo, ha già raggiunto delle cifre affidabili e sta mettendo a punto un sistema sempre più efficace per aiutare imprese e governi a capire se disboscare un dato tratto di terreno, magari per costruirci sopra, sia davvero la scelta economicamente più vantaggiosa.

Il sistema si chiama Natural Capital Project, "NatCap", in breve, ed è stato avviato nel 2006 dalle università di Stanford e Minnesota insieme con due tra le maggiori organizzazioni per la salvaguardia dell'ambiente, il Wwf e Nature Conservancy. L'anima di questo progetto è Gretchen Daily, una biologa di Stanford emigrata negli Stati Uniti dalla Germania, dove ha vissuto nell'ex Ddr e toccato con mano i disastri ambientali degli anni dell'industrializzazione ad ogni costo.

La storia della monetizzazione della salvaguardia ambientale va di pari passo con la storia professionale della dottoressa Daily. La biologa ha avuto la possibilità di studiare dal 1991 un ecosistema ricco come quello del Costa Rica, dove ha condotto un progetto, insieme al  governo locale, di finanziamento ai proprietari terrieri perché preservassero la foresta pluviale piuttosto che abbatterla. Osservare gli effetti avuti dal mantenimento della foresta pluviale, a paragone con le aree nelle quali è stata abbattuta, ha consentito a Daily e al Costarica di verificare i benefici venuti all'economia locale in termini di protezione dalle inondazioni, impollinazione dei raccolti e qualità dell'aria. Al momento, questi benefici non sono ancora valutati economicamente, non hanno un prezzo di mercato, ma secondo la dottoressa Daily è giusto e finanziariamente proficuo assegnarglielo, come si fa per i servizi.

"Fino a oggi - ha dichiarato al New York Times la biologa - una foresta viene valutata in termini di quantità di legname o cellulosa, cioè si calcola da cosa e quanto si può guadagnare abbattendola. Ma esiste un valore economico anche nel lasciarla intatta insieme al suo ecosistema ed è quel valore che vogliamo quantificare".

Per farle ciò sono necessari nuovi strumenti, capaci di convincere un mercato della possibilità di trarre profitto nell'investire in "ecosistemi". Uno di questi strumenti è un software, chiamato InVest (cioè "Integrated Valuation of Ecosystem Services and Trade-off", "valutazione integrata dello scambio e dei servizi dell'ecosistema") in grado di individuare e valutare i beni ambientali e i servizi che essi possono rendere (per esempio, la prevenzione di inondazioni come nel caso delle foreste di mangrovie). Non sono soltanto i partner di NatCap a credere nellla possibilità di creare e usare a fini economici questi strumenti. Il software InVest presto sarà portato sulla piattaforma di Google Earth, grazie alla collaborazione con Google.org, il braccio filantropico di Google.

Ci vorrà qualche tempo perché NatCap diventi una realtà economica, ma i primi passi sono già stati fatti e il progetto collabora con governi in America Latina, Africa, Asia. In Cina, per esempio, NatCap sta lavorando con il governo in un progetto ambizioso di riqualificazione e protezione del "capitale naturale". Dopo le alluvioni causate nel 1998 dalla deforestazione, Pechino sta investendo 100milioni di dollari per riconvertire vaste aree di terreni agricoli in foreste. Il software InVest verrà messo alla prova per quantificare in termini economici il valore che verrà alla riqualificazione ambientale, considerando per esempio che la foresta servirà a controllare le inondazioni, fornirà nuove possibilità di irrigazione, darà riserve di acqua potabile, produrrà energia idroelettrica, accrescerà la biodiversità e stabilizzerà il clima.

Quando si parla di esigenze economiche i governi sono sempre più rapidi nelle risposte, perciò riuscire ad esprimere in valuta i benefici della natura potrebbe dare un impulso enorme alla salvaguardia degli ecosistemi. C'è il solo dubbio che guardare alla natura in maniera tanto pratica, e da un punto di vista prettamente antropocentrico, possa far dimenticare che una foresta o una spiaggia hanno un valore estetico in sé, separato da ogni valutazione economica.
(11 agosto 2011)

mercoledì 10 agosto 2011

hahahhahaha

Debito, la Francia teme di finire nel mirino
E Sarkozy rientra a Parigi
Ieri sembrava ritornata la calma sui mercati. Ma fino a quando? Chi sarà il prossimo bersaglio delle agenzie di rating? E la prossima vittima degli speculatori? Negli ultimi giorni corrono voci sempre più insistenti sulla debolezza di uno dei «grandi» d’Europa, all’apparenza virtuoso. La Francia di Nicolas Sarkozy.

Il presidente proprio stamani ha interrotto le sue vacanze nella dimora dei Bruni-Tedeschi sulle coste del Mediterraneo, per recarsi a Parigi. Ha convocato subito una riunione d’emergenza con alcuni ministri. E dire che il debito del Paese è classificato dalla temibile Standard & Poor’s con la tripla A, lo stesso rating sottratto venerdì scorso agli Stati Uniti. Insomma, il massimo dei voti. I rumors, però, di un possibile declassamento girano da tempo. La quota del debito pubblico sul Pil (Prodotto interno lordo) resta dignitosa, soprattutto se comparata a quella dell’Italia: l’85,4% nel primo trimestre dell’anno, comunque già 2,2 punti percentuali in più rispetto al trimestre precedente. Ma sul fronte del deficit le cose vanno decisamente peggio. La Francia presenta la situazione più traballante del ristretto club degli Stati dell’eurozona che possono vantare la tripla A (Germania, Paesi Bassi, Austria, Finlandia e Lussemburgo): il deficit rappresentava ancora il 7,1% del Pil a fine 2010. Se tutto va bene passerà al 5,5% alla fine di quest’anno (contro il 3,7% degli olandesi o il 2% dei tedeschi), per poi scendere al 4,6 nel 2012 e al 3 nel 2013.

Per centrare questi obiettivi, però, occorre innanzitutto una crescita economica accettabile. Venerdì usciranno i dati relativi al secondo trimestre 2011, ma la Banca centrale già stima un magro balzo in avanti del Pil dello 0,2%. In Francia, dove l’industria manifatturiera è ormai solo l’ombra di quello che era, manca il doping dell’export di una Germania o della stessa Italia. E così il deficit del commercio estero lievita, mentre la competitività del made in France arranca. Ritornando poi al deficit pubblico, va detto che il disavanzo primario al netto degli interessi sui titoli di Stato dovrebbe arrivare al 3,1% del Pil a fine 2011 contro addirittura un avanzo dello 0,4% della Germania.

Significa che Sarkozy spende ancora troppo. E che bisogna tagliare. Proprio alla fine dell’incontro che si è svolto d’urgenza oggi all’Eliseo è stato annunicato che nuove misure di rigore per le casse pubbliche saranno annunciate il prossimo 24 agosto. Bisogna fare in fretta, perché, se la situazione del budget non rientra nei ranghi, S&P potrebbe declassare e il costo del debito crescere ulteriormente. Ieri Valérie Pécresse, ministro del Bilancio, lo aveva già anticipato: «La Francia compirà ancora degli sforzi, se necessario, per risanare le finanze pubbliche». Per calmare le acque è intervenuto pure Moritz Kraemer, responsabile dei rating europei di Standard & Poor’s : «Per la tripla A della Francia abbiamo una «prospettiva stabile» – ha sottolineato – e quindi non prevediamo di cambiare il rating da qui a due anni».

Non tutti, però, gli credono. «E’ risaputo che la Francia, rispetto agli altri Paesi con lo stesso voto, non è una vera tripla A», ha sostenuto Paul Donovan, economista della banca Ubs. «Più le tensioni salgono sui mercati, più il rating di Parigi è minacciato», si legge in un comunicato della società britannica di consulenza in investimenti finanziari Bbh. Preoccupata si è dimostrata pure Credit Suisse, che in un report ha sottolineato che «la solidità di Parigi è un tema importante nel contesto europeo, dato che al momento attuale sono sostanzialmente la Francia e la Germania i Paesi che finanziano i bond del resto della regione». Insomma, se salta Parigi, come si fa?

Altra spina nel fianco del Paese è rappresentata dalle banche. Sono colossi a livello europeo, che hanno investito a destra e manca. E che ora si ritrovano sul gobbone pericolose esposizioni nei confronti della Grecia e ormai anche dell’Italia (soprattutto per Bnp Paribas, che controlla Bnl). Nei giorni scorsi giravano voci insistenti su un possible piano di salvataggio del Governo a favore di Société Générale, il secondo colosso francese del credito, che però ha smentito. Ma la situazione resta tesa. Per questo Sarkozy ha abbandonato la Costa azzurra. Da lì comunque aveva gestito la crisi dello scorso fine settimana, riuscendo a convincere la Merkel a fare pressione sulla Bundesbank per sbloccare l’acquisto di Btp italiani da parte della Bce. Anche l’Italia, alla fine, come farebbe con una Francia più debole, bocciata da Standard & Poor’s ?
 
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Anonymous contro Facebook
giallo sull'attacco annunciato

Un video anticipa un'azione del gruppo contro il social network per il prossimo autunno: "Per proteggere la libertà". Ma la Rete e gli esperti non sono convinti: "Il messaggio non è autentico". E su Twitter aumentano i dubbi di TIZIANO TONIUTTI

ROMA - Gira da qualche giorno in Rete un annuncio: il gruppo hacker Anonymous attaccherà Facebook il prossimo 5 novembre, una data non casuale: nel 1605 l'attivista inglese Guy Fawkes tentò di far saltare il Parlamento di Londra. Il volto di Guy Fawkes è diventato poi la maschera del protagonista di V for Vendetta, una delle immagini più importanti nell'iconografia hacker.

De-facebook. Secondo FacebookOp, il gruppo hacker che ha annunciato l'azione, i motivi dell'attacco sarebbero squisitamente politici. Nel video su Youtube in cui viene presentato l'attacco, si parla di "uccidere Facebook per proteggere la libertà di informazione. Tutto quello che c'è sul social network rimane là, nonostante le vostre preferenze di sicurezza, e cancellare l'account è inutile: anche se lo fate, tutti i vostri dati restano raggiungibili".

Eliminare un account è di fatto impossibile, dicono gli hacker. Così, "il social network che tanto adorate verrà distrutto". Un messaggio piuttosto pesante che cozza un po' con l'immagine idealista ma anche costruttiva di Anonymous. E che infatti ha instillato più di qualche dubbio nel popolo della Rete.

Un falso? Sulla bacheca Twitter di Anonops, le operazioni di Anonymous, ci sono messaggi contrastanti. In uno si dice che l'attacco è il progetto di "un piccolo gruppo", le cui azioni "non necessariamente riflettono quelle del collettivo mondiale Anonymous".

In un altro c'è scritto chiaramente che Anonymous non ha nulla a che vedere con questo annuncio e che lo stile del gruppo è un altro, con tanto di avviso ai media a non cadere in inganno. E del resto non c'è da nessuna parte su Twitter o altrove un link "ufficiale" al video di FacebookOp, realizzato peraltro con uno standard qualitativo inferiore a quello tipico di Anonymous.

A gettare dubbi c'è anche un "tweet" di Eugene Kaspersky, il creatore del popolare antivirus: "E' molto probabilmente un falso. I nomi che usano sono strani, e nei loro messaggi ci sono link a siti che ospitano delle pubblicità". Questo secondo particolare in effetti è in totale contrasto con lo spirito del gruppo.

Senza contare la stranezza principale: un attacco hacker non viene mai annunciato. In questo caso invece ci sarebbe addirittura una data comunicata con mesi d'anticipo. Ci sarebbe tutto il tempo necessario per il destinatario per verificare e rafforzare le difese. A meno che non ci sia una quinta colonna hacker all'interno del social network.
(10 agosto 2011)
 
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Lorenzo e la missione Brno
"Ridurre il distacco da Stoner"

MILANO, 10 agosto 2011

Lo spagnolo della Yamaha: "Voglio iniziare al meglio la seconda parte della stagione e recuperare i 20 punti di ritardo da Casey. Questa pista mi piace e voglio sfruttarla"

La Yamaha sbarca a Brno e rilancia la sfida alla Honda. Dopo la pausa estiva il Motomondiale riparte dalla Repubblica Ceca, dove l'anno scorso Jorge Lorenzo conquistò 25 punti che lo avvicinarono al primo titolo iridato in carriera nella MotoGP. Quest'anno l'obiettivo dello spagnolo è quello di "cercare di ridurre il gap da Casey Stoner". Il pilota della Honda guida la classifica con 20 punti di vantaggio sul maiorchino, quando mancano otto gare alla fine. "A Brno ho vinto l'anno scorso ed è un circuito che mi piace. Spero di iniziare la seconda parte della stagione nel modo migliore e se possibile salire sul podio", prosegue il pilota della Yamaha, che lavora anche sulla moto del prossimo anno. "Lunedì proveremo la 1000cc, sará il primo contatto con la futura Yamaha e non vedo l'ora", spiega il campione del mondo.
Gazzetta TV
 
BUONI RICORDI — Anche Ben Spies ha buoni ricordi sul tracciato ceco: lo statunitense vanta una vittoria a Brno in Superbike e l'anno scorso sfiorò la prima pole in carriera in MotoGP. "Ho voglia di tornare in pista e in particolar modo a Brno, un tracciato che mi piace. L'anno scorso ho sfiorato la pole e credo che avrei potuto conquistare il podio se non avessi sofferto con il grip alla fine della gara», osserva Spies
Gasport© RIPRODUZIONE RISERVATA
 
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Mangiare e non inquinare
ecco il menu a impatto zero

Avere tacchino e tonno a tavola è più "ecologico" che cibarsi di bistecche e salmone. Così una dieta intelligente abbatte le emissioni. E il Pianeta ringrazia  di MAURIZIO RICCI

DALLA LISTA per il supermercato cancellate, nell'ordine: costolette d'agnello, bistecca e hamburger, mozzarella e parmigiano, prosciutto e salmone (almeno quello che i portafogli normali si possono permettere: d'allevamento). Scrivete, invece: tacchino, pollo, tonno, uova. Questo, almeno, se avete a cuore il problema dell'effetto serra e le sorti del pianeta.

L'elenco, infatti, non ha nulla a che vedere con le meraviglie della dieta mediterranea (che sono, comunque, un beneficio collaterale) ed è stilato in base alle emissioni di anidride carbonica dei relativi allevamenti. È la "Guida del carnivoro al cambiamento climatico", preparata dall'Environmental Working Group, un'organizzazione ambientalista americana, sommando le emissioni nell'intera fase produttiva della carne: dal mangime al trasporto al supermercato.

Pecore, bovini (nella doppia veste di fettine e derivati del latte), maiali e salmoni hanno un impatto climatico superiore a quello dei polli. Nutrirli, allevarli, macellarli e venderli richiede pesticidi, fertilizzanti chimici, combustibile, mangimi e acqua.

Per agnelli, manzi e vacche, tutti ruminanti, bisogna anche aggiungere il metano che producono sia la loro digestione che il letame. Il metano è un gas serra più potente dell'anidride carbonica. Si disperde nel giro di 12 anni, mentre la CO2 continua ad agire per un paio di secoli. Fino a che resta nell'atmosfera, però, riscalda il pianeta fino a 25 volte di più dell'anidride carbonica.

L'Ewg ha in mente, soprattutto, i consumatori americani, i maggiori divoratori di bistecche e hamburger del pianeta: mangiano quasi il doppio di carne degli europei. Ma il problema è ormai mondiale: fra il 1971 e il 2010, la popolazione globale è aumentata dell'81 per cento, ma il consumo di carne è triplicato, grazie alla dieta più ricca che reclamano le classi medie in espansione dei paesi emergenti, cinesi in testa.

A questo ritmo, il consumo di carne raddoppierebbe ancora, entro il 2050, aumentando la pressione dell'effetto serra. Tutti vegetariani, allora? E vegetariani integralisti, per di più, capaci di rinunciare anche allo stracchino e allo yogurt? L'Ewg non si fa illusioni. Del resto, la "Guida" è destinata a chi vuole continuare a mangiare carne.

L'appello, dunque, è ad una sorta di reintroduzione del "venerdì di magro". Un giorno alla settimana senza fettina. I benefici, in termini di emissioni di gas serra, assicura la Guida, sarebbero immediati.

Mangiare un hamburger in meno a settimana, per un anno, infatti, calcolato in CO2, corrisponde a 500 chilometri in meno della vostra auto. O, anche, ad asciugare la biancheria al sole, almeno una volta su due, invece che nell'asciugatrice.

Ma, se dalla carne macinata saliamo a tagli più pregiati, i benefici si moltiplicano. Per una famiglia di quattro persone, rinunciare a carne e formaggio una volta a settimana, per un anno, equivale ad azzerare le emissioni della loro auto per cinque settimane. Se la carne a cui rinunciano è la bistecca, le emissioni risparmiate sono quelle di tre mesi in macchina. Se, poi, fosse l'intera popolazione americana a fare a meno di carne e formaggio per un giorno a settimana, il risparmio equivarrebbe alla CO2 emessa guidando per 150 miliardi di chilometri. Come togliere dalla strada, per un anno, 7,6 milioni di automobili.

Lo studio dell'Environmental Working Group si basa esclusivamente sul confronto fra quantità di carne ed emissioni di gas serra e questo spiega alcune sorprese nei risultati. L'abbacchio capeggia la lista, nonostante non sia una carne particolarmente diffusa, perché la quantità di carne che si ricava da un agnello è poca rispetto all'animale, relativamente a quanto avviene con un vitello.

Un discorso analogo vale per il salmone di cui, soprattutto se affumicato e confezionato, si utilizza solo il filetto. D'altro canto, l'invito a mangiare, invece, tonno, fa a pugni con l'allarme degli ambientalisti per il pericolo di estinzione di un pesce sovrapescato: forse lo si può sostituire con gli sgombri.

Ma, per rasserenare i complessi di colpa degli ambientalisti amanti delle bistecche, l'avvertenza più importante è che i calcoli dell'Ewg fanno riferimento agli Stati Uniti e ai metodi di allevamento americani e, in generale, di buona parte dell'Occidente. Cioè agli allevamenti intensivi e industriali, quelli con gli animali confinati nelle stalle e allevati a ritmi accelerati, grazie ad un mangime fatto non d'erba, ma di cereali.

Nella catena produttiva, è nelle coltivazioni di queste granaglie (soia e granturco, in particolare) che incidono, in termini di emissioni, pesticidi, fertilizzanti, gasolio per i trattori e il trasporto. È una quantità enorme di cereali: oltre 600 milioni di tonnellate vengono destinati, ogni anno, all'alimentazione dei bovini nelle stalle.

Il fenomeno riguarda, quasi esclusivamente, i paesi industrializzati. Due terzi di quei 600 milioni di tonnellate di mangime vanno, infatti, nelle stalle dei paesi ricchi. L'America, soprattutto, che ne consuma un quarto, 150 milioni di tonnellate di soia e granturco per il suo bestiame. Con gli allevamenti industriali si ottiene più carne, ma, in termini generali, l'uso dei cereali come mangime è inefficiente: con quei 600 milioni di tonnellate di cereali, perfettamente idonei all'uso umano, si potrebbero sfamare un miliardo e mezzo di persone.

Metà dei bovini del mondo, peraltro, vive fuori dalle stalle: l'allevamento all'aperto, a base di erba, su appezzamenti, normalmente, poco adatti alla coltivazione, taglia tutta la fase delle emissioni di gas serra, legata alla produzione dei cereali. In più, al contrario dei mangimi a base di soia o granturco, invece di sottrarre cibo all'uomo, ne aggiunge: il bovino allevato all'aperto trasforma in proteine mangiabili l'erba, che noi non possiamo mangiare.

I vantaggi non si fermano qui e riguardano direttamente le emissioni di CO2. Un recente rapporto dell'Union of Concerned Scientists sottolinea che i pascoli sottraggono anidride carbonica dall'atmosfera e la immagazzinano nel suolo, al ritmo di una tonnellata di anidride carbonica per ettaro. Il pascolo risulta tanto più efficace, sotto questo profilo, quanto più è ricco di piante leguminose, che migliorano la qualità dei foraggi e diminuiscono le emissioni di metano.

Secondo il rapporto, una corretta gestione dei pascoli le può ridurre fino al 30 per cento. È l'alternativa suggerita dall'Environmental Working Group ai carnivori impenitenti. Bistecche e formaggi ottenuti in questo modo costano - è vero - di più. Probabilmente, quello che il vostro portafoglio ha risparmiato con il venerdì di magro.
(04 agosto 2011)

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Alonso: "Mondiale possibile
Ma soltanto se Vettel sbaglia"

Madonna di Campiglio (Tn), 6 agosto 2011

Lo spagnolo della Ferrari a Madonna di Campiglio: "Lotterò per il titolo fino alla fine. Stimo Hamilton, nel 2007 ebbi problemi in McLaren, ma non fu colpa di Lewis. Vorrebbe guidare la Rossa? Come tutti"


Fernando Alonso a Madonna di Campiglio. Afp
Fernando Alonso a Madonna di Campiglio. Afp
"Hamilton è un pilota bravissimo, ha tutto il mio rispetto". Fernando Alonso, a Madonna di Campiglio in occasione della seconda giornata di Wrooom Summer 2011, risponde così ai complimenti che lo stesso pilota britannico della McLaren aveva rivolto allo spagnolo della Ferrari, archiviando gli screzi passati. "Io nel 2007 ho avuto un anno non buono, non per colpa sua - afferma a Sky Alonso -. Vuole venire in Ferrari? Tutti vogliono correre sulla Rossa e lui non è diverso dagli altri". Parlando della sua esperienza a Maranello, Alonso dice: "Sono in un momento importante della vita, ho molta esperienza, sono nel miglior posto possibile e cinque anni davanti a me in cui spero arrivino molti titoli".
speranze mondiali — A cominciare magari dal Mondiale in corso, che è lontanissimo, ma non ancora chiuso. I recenti passi avanti della Ferrari obbligano tutti all'interno del team di Maranello a crederci fino alla fine, almeno fino a quando la matematica permetterà di sperare. "Noi ci proveremo e speriamo anche in qualche errore di Vettel - spiega Alonso -. Le prossime gare sono molto interessanti. A Spa non ho vinto mai, a Monza spero di ripetere il feeling della passata stagione, a Singapore sarà una suggestiva gara notturna, forse la vittoria in questi circuiti rende più felice rispetto ad altri posti. Abu Dhabi? È sempre andato un po' tutto storto, ma se facciamo una bella gara lì possiamo mettere la croce".
seconda famiglia — Alonso si è goduto una giornata un po' diversa dalle altre: "Eventi come questi sono speciali, perché ci consentono di stare insieme per una volta lontani dalla frenesia della pista e del lavoro in fabbrica - ha detto nell'incontro con la stampa -. Veniamo anche all'inizio di gennaio e poi ci sono state altre occasioni, più private, in cui sto insieme ad ingegneri e meccanici. E' un bel modo di approfondire la conoscenza reciproca e di trovare il giusto affiatamento, come una seconda famiglia. Credo che siano anche cose come queste che rendono la Ferrari una squadra speciale, diversa da tutte le altre".
Gasport© RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 1 agosto 2011

già.....

Default Usa, Obama trova la quadra
“Un compromesso necessario” 

L'accordo prevede un pacchetto di tagli alla spesa per almeno 2400 miliardi nei prossimi 10 anni, una Commissione capace di offrire un piano di riduzione del debito entro il Giorno del Ringraziamento (23 novembre) e due diverse fasi di innalzamento del tetto del debito
C’è l’accordo sul debito USA. Lo ha annunciato Barack Obama, secondo cui l’intesa mette fine alla “crisi che Washington ha imposto all’America” ed evita un default che avrebbe avuto un impatto “devastante”. Il presidente, che ha ringraziato gli americani per aver fatto pressione sui parlamentari con e-mail, telefonate, messaggi Twitter, ha detto che “questo non è l’accordo che avrei voluto. Ma è il compromesso di cui abbiamo bisogno per ridurre il deficit”. Obama è parso particolarmente soddisfatto. L’intesa lo mette infatti al riparo da pericolose turbolenze dell’economia in tempi di campagna presidenziale. Mentre il presidente parlava dalla Casa Bianca, Harry Reid, leader democratico del Senato, e lo speaker repubblicano della Camera John Boehner cercavano già di “vendere” l’intesa ai deputati e senatori più riottosi. Incontri con i rispettivi gruppi parlamentari sono in programma lunedì mattina, in modo da arrivare a un voto positivo prima della mezzanotte del 2 agosto, quando è previsto il temuto default del governo federale.

L’accordo prevede un pacchetto di tagli alla spesa per almeno 2400 miliardi nei prossimi 10 anni, una Commissione capace di offrire un piano di riduzione del debito entro il Giorno del Ringraziamento (23 novembre) e due diverse fasi di innalzamento del tetto del debito. In un primo tempo il tetto verrà alzato di 900 miliardi (ma 400 miliardi verranno aggiunti immediatamente, per evitare il default), con tagli alla spesa per 917 miliardi. Una seconda fase prevede un ulteriore espansione del debito, per una cifra compresa tra i 1200 e i 1500 miliardi di dollari. Entrambe le fasi sono soggette al giudizio del Congresso, e alla possibilità che Obama, in caso di voto contrario, possa esercitare il potere di veto.

Una Commissione del Congresso – composta da sei democratici e sei repubblicani – dovrà nel frattempo identificare una serie di risparmi per 1500 miliardi. Nel caso non venisse trovato un accordo, scatteranno tagli automatici al bilancio del Pentagono e al Medicare (si tratta di una norma “capestro”, che dovrebbe costringere le parti a un accordo, visto l’interesse dei repubblicani a mantenere il budget della Difesa, e dei democratici a garantire la spesa sanitaria).

L’annuncio dell’intesa conclude giorni di intensi negoziati, veti contrapposti, appelli e allarmi da parte della comunità economica su un possibile fallimento “del sistema America”. A questo punto tutta l’attenzione è puntata sul Congresso, dove bisogna trovare i voti necessari a far passare il testo sottoscritto da Casa Bianca e leader democratici e repubblicani. Non è un’impresa facile. In entrambi i partiti l’insoddisfazione è palese. I repubblicani più conservatori, quelli vicini al Tea Party, restano ideologicamente contrari all’innalzamento del tetto del debito, e sono insoddisfatti per l’assenza, nell’accordo, di una clausola specifica che preveda un emendamento alla Costituzione sul pareggio di bilancio. Boehner ha cercato di presentare l’intesa come una “vittoria per i repubblicani, che sono riusciti a cambiare i termini del dibattito e a introdurre tagli consistenti alla spesa”. Ma l’insoddisfazione, tra le fila dei conservatori, resta palpabile.

Stesso discorso per i democratici più progressisti, soprattutto quelli della Camera, insoddisfatti per una manovra fortemente restrittiva, che porta la “spesa discrezionale” al livello più basso dai tempi di Dwight Eisenhower, e che non prevede il promesso aumento delle tasse per le fasce più abbienti. L’insoddisfazione dei liberal è stato espressa con forza da Nancy Pelosi, capogruppo democratico alla Camera, che non ha esplicitamente appoggiato la manovra. “Esaminerò la proposta legislativa col mio gruppo parlamentare, per vedere quale livello di sostegno possiamo raggiungere”, ha detto la Pelosi, alimentando l’incertezza. Il furore della sinistra del partito è in queste ore alimentato dal rifiuto della Casa Bianca di accompagnare i tagli a un programma ampio di stimoli economici ed investimenti nell’occupazione. Una scelta che potrebbe scontentare fasce preziose di elettorato democratico – donne, neri, giovani, ispanici – in vista delle presidenziali 2012.
 
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C'era una volta la mattanza
ora il tonno finisce nelle gabbie

In Sardegna sono sempre meno gli esemplari catturati con il metodo più cruento. Vengono catturati vivi e poi portati a Malta in enormi contenitori. Solo asl raggiungimento di un quintale di peso venagono macellati di PIER GIORGIO PINNA

CARLOFORTE - C'era una volta la mattanza. La rivoluzione italiana nella pesca al tonno è cominciata nel sud ovest della Sardegna. Tra Portoscuso e l'isola di Carloforte, dove le tecniche più cruente, dalla tradizione secolare, riguardano ormai solo poche centinaia di tonni. Gli altri esemplari, catturati quando hanno un peso di almeno trenta chili, vengono lasciati vivere e poi trasportati sino a Malta dentro a enormi gabbioni galleggianti trainati da rimorchiatori. Il viaggio, a una velocità di pochi nodi per non arrecare danni agli animali, può durare un mese. Una volta a destinazione, i tonni ingrassano in giganteschi vasconi protetti da reti grazie alle più moderne tecniche di bioallevamento marino. Quando raggiungono il quintale, sono pronti per essere macellati. E allora vengono imbarcati su speciali aerei e portati in Giappone, dove i consumatori dal palato più fine sono disposti a spendere al dettaglio sino a ottanta euro per un chilo di tonno rosso, contro i 7-8 pagati dai mediatori che riforniscono i grossisti di questo prodotto dalle qualità eccezionali, forse il migliore al mondo.

Ma al di là degli aspetti economici, il cambiamento al via in queste settimane è soprattutto storico, culturale. Quasi antropologico. Per la prima volta, infatti, in Italia si assiste a un mutamento radicale nelle secolari regole della pesca al tonno: un'epopea, quella della mattanza, che con le "camere della morte" ha ispirato narratori e registi.

Perché questa rivoluzione? E per quale motivo inizia in Sardegna? Il nuovo sistema è legato alle norme sul contingentamento della pesca imposte di recente a livello internazionale. In tutto il mondo, la pesca al tonno è regolata dalle quote, introdotte per evitare l'estinzione degli esemplari. Un sistema considerato però troppo rigido dai pescatori e che ha spinto gli stessi amministratori pubblici del Sulcis Iglesiente, nel sud della Sardegna, a rivolgersi al Tar: "Abbiamo presentato un ricorso contro i limiti fissati per gli operatori locali", spiega l'assessore al Turismo della provincia Carbonia-Iglesias, Marinella Grosso. Per il 2011, qui è vietato superare le 140 tonnellate di tonni pescati. Nel frattempo, gli operatori che sin dal tempo della dominazione spagnola si occupano di questo particolare comparto produttivo hanno anche iniziato a muoversi in altre direzioni, per evitare di chiudere la stagione in perdita. In primo luogo, hanno catturato diverse centinaia di tonni con le consuete mattanze, riducendole però a non più di sei-sette in tutto. Poi, hanno comprato altre venticinque tonnellate di quote messe a disposizione dal governo perché non utilizzate dai pescherecci che usano un altro particolare tipo di reti, dette "a circuizione". E, infine, hanno messo a punto il sistema di trasporto verso Malta che finora era stato sperimentato solo in Spagna.

Così, in queste settimane, i tonni per ora lasciati in vita vengono trasportati via mare, a sud. Sia perché a Malta esistono da tempo le gigantesche gabbie per farli ingrassare, sia perché in quelle acque operano cargo in grado di trasferire a tempo di record quest'eccezionale prodotto in Estremo Oriente. Il viaggio dalle tonnare sarde verso La Valletta finora riguarda quattromila esemplari, costantemente alimentati in acqua con speciali mangimi ecocompatibili. Le fasi di trasferimento vengono seguite con telecamere e interamente registrate.

Del sistema avviato in Sardegna si è interessata anche la tv di Stato della Corea del Sud, tra i principali paesi importatori di tonno rosso. Così, se non tutti a Carloforte e a Portoscuso sono ancora persuasi delle bontà dei nuovi metodi di pesca, molti altri hanno capito che questa è, in fondo, l'unica soluzione per continuare a far convivere due esigenze contrastanti: preservare i tonni e garantire la sopravvivenza di un settore chiave per l'economia della zona. 
(01 agosto 2011)
 
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Il clandestino delle stelle
Voyager 1 va nell'universo

Dopo trentaquattro anni la sonda sta lasciando il Sistema solare per la Via Lattea. Con sé porta il celebre "Disco d'oro", con la speranza che anche gli altri abitanti dell'Universo possano ascoltare Chuck Berry e Beethoven di VITTORIO ZUCCONI

Chissà se ha pianto questo bambino di 722 chili, quando è uscito dal grembo del Sole e ha cominciato la vita fra le stelle? Chissà se Voyager 1, il primo clandestino dell'Universo, ha avuto paura, se già sta provando nostalgia di quel pianetino e di quel sistema solare che ha abbandonato per emigrare e dove era stato concepito con amore e con trepidazione 33 anni, 10 mesi e 31 giorni or sono? Se anche stesse piangendo, naturalmente nessuno lo potrebbe sentire, nel vuoto che lo avvolge ora che ha bucato l'eliosfera, la sacca amniotica che lo ha avvolto per tutta la sua esistenza, ed è arrivato laddove nessun figlio degli uomini era mai arrivato nei 13 miliardi di anni dal Big Bang. Soltanto noi, qui nella casa dalla quale se ne andò, riusciamo ancora a percepire qualche vaghissimo segnale anche se impiega sedici ore per raggiungerci. Ma uno dei suoi genitori, Tom Krimigis, ancora lo segue e vorrebbe proteggerlo perché, come sappiamo, un figlio è per sempre e non si smette mai di essere padri e madri.

IL VIDEO CON IL CONTENUTO DEL "DISCO D'ORO"
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Si sa che ha lasciato il Sistema solare, questo angoletto di Universo del quale noi ci crediamo il centro, per avventurarsi dentro la Via Lattea, la nostra galassia, dentro la quale stiamo in proporzione come una moneta da dieci centesimi caduta nel territorio della Francia. Ha fatto sapere a casa, da bravo figlio, che attorno a lui è calata una quiete inattesa e gli ultimi soffi del "vento solare", degli elettroni e protoni emessi dal Sole, non lo raggiungono più. Non ha trovato turbolenze, vortici, brutte compagnie, l'atteso e teorico "shock" che era stato previsto, e continua a sgambettare alla velocità di tredici chilometri al secondo, 46mila chilometri all'ora. Potrebbe viaggiare per sempre, nel "sempre" della vita dell'Universo, anche dopo che il suo cuore nucleare al plutonio avrà smesso di battere nel 2020.

È un clandestino dell'Universo, il primo emigrato illegale sfuggito al Sole, che nessun'altra stella o galassia ha mai invitato. Perfetto simbolo delle perenni migrazioni di uomini e cose che l'umanità non cessa mai di compiere, indifferente a leggi, barriere, gravità. Tenta di portare con sé documenti che nel 1977, quando fu concepito e lanciato, fisici, matematici, filosofi della scienza, astrofisici come Carl Sagan, scrissero e immaginarono potessero essere comprensibili e decrittabili da creature intelligenti sparse fra i duecento miliardi di stelle. Potrebbero evitargli l'espulsione, la detenzione o la distruzione. È il "Disco d'oro", che sulle prime i progettisti non volevano perché temevano che potesse alterare gli equilibri sensibilissimi della sonda, ma dovettero accettare.

Porta le prime battute dei Concerti brandeburghesi di Bach, sublime esempio di matematica dell'anima, 115 suoni della Terra, vento, mare, uccelli, balene, messaggi dei tromboni politici del momento, il segretario generale dell'Onu Waldheim e il presidente americano Jimmy Carter, dei quali a un ascoltatore del quinto o sesto millennio non potrebbe importare di meno. I saluti di terricoli in 55 lingue diverse; grafici con i parametri che rappresentano il sistema solare; simboli di molecole. Il tutto è inciso su un disco microsolco di rame placcato in oro a 16 giri, come gli album dell'epoca degli Elvis o dei Led Zeppelin, che ormai anche qui sulla Terra sarebbe quasi impossibile da ascoltare, essendo il "16 giri" estinto come i mammuth. Per questo, il "Disco d'oro" è chiuso in un cofanetto sigillato, con testina e puntina incluse, nella speranza che un E. T. un po' arretrato possieda un vecchio giradischi. O che oltre la Via Lattea esista un sito come e-bay dove acquistare apparecchi usati.

Porta quindi nello spazio intergalattico il segno di un'epoca che non esiste più e ci appare lontanissima nello spazio e nel tempo, quanto lui. È l'ambasciatore di una Terra che, atomi e molecole ed equazioni a parte, non è più quella che lui lasciò. Anche i ragazzi di oggi, figuriamoci gli "alieni", faticherebbero a riconoscerla. Uomini e donne sono approssimativamente ancora quello che erano, qualche centimetro più alti nella media, grazie alla migliore alimentazione di tanti, e destinati a vivere un poco più a lungo, ma chi dovesse intercettare il clandestino delle stelle non lo saprà mai. Le immagini frontali di un maschio e di una femmina d'uomo, che erano state incise sui dischi inseriti nelle sonde Pioneer anch'esse destinate alle stelle, furono eliminate per le proteste dei puritani, indignati al pensiero che qualche inconcepibile creatura nell'universo potesse scandalizzarsi e pensar male di noi terrestri.

Ma le similitudini fra l'oggi e il '77 finiscono con l'anatomia umana. Quel 1977 era l'anno della morte di Elvis Presley e dell'insediamento alla Casa Bianca di Carter, della benzina (in America) a 25 centesimi di dollaro al litro, della pace fra Egitto e Israele, con il primo riconoscimento di uno Stato arabo al diritto israeliano di esistere come nazione sovrana. Era l'anno dell'inaugurazione dell'oleodotto dell'Alaska, quello che avrebbe dovuto soddisfare per sempre la fame di petrolio, del primo volo commerciale del Concorde, della prima risonanza magnetica sperimentata a Brooklyn, dell'ultima esecuzione con la ghigliottina in Francia e della prima esecuzione di un condannato in America, dopo la pausa imposta dalla Corte Suprema. A Sanremo conduceva Mike Bongiorno e vincevano gli Homo Sapiens con Bella da morire e a Roma governava Giulio Andreotti. Proprio nel 1977, Spielberg ci illuse con i suoi Incontri ravvicinati.

Il suo computer di bordo, che pure lo ha guidato in un viaggio interplanetario che ci ha regalato immagini meravigliose di Giove, Saturno e la prima foto cartolina del Sistema solare visto da fuori, inviata nel 1990, è un patetico processore con memoria da 68K, sessantottomila byte, quattro milioni di volte più piccola dei 256G, miliardi di byte dentro il minuscolo laptop sul quale sto scrivendo. Ma quella era la capacità dei personal computer che lanciarono la cyberivoluzione che oggi stiamo vivendo nella esplosione della Rete, era la memoria del Commodor Pet, commercializzato proprio nel 1977 o, nello stesso anno, dell'Apple II, l'antenato della dinastia degli Apple Macintosh. È archeologia del futuro, quella che il bambino ormai adulto e uscito dalla casa del Sole porta dentro di sé, nell'ipotesi neppure quantificabile che in un tempo lontano dai noi milioni di anni luce finisca nella rete di qualche pescatore interstellare. Ma se ascoltare il primo movimento dei Concerti brandeburghesi o il fruscio del vento in un bosco non dirà nulla agli ascoltatori di altri mondi, grazie a quell'ammasso di sofisticatissima e antiquata ferraglia che ora vaga tra le stelle, abbiamo finalmente la risposta all'interrogativo che ci tormenta dalla prima volta che il bisnonno scimmia si eresse sugli arti posteriori e alzò lo sguardo verso il cielo notturno. I viaggiatori interstellari esistono. Ed è lui. Io, robot.
(31 luglio 2011)

sabato 30 luglio 2011

ahahahahhah

Procreazione assistita, a Roma un centro all’avanguardia. Ma manca l’autorizzazione 

L'ospedale Sant'Andrea, dopo un'inaugurazione in pompa magna a inizio 2009, non ha mai iniziato a svolgere gli interventi con le tecniche più avanzate. La Regione Lazio, unica in Italia, non ha ancora rilasciato il nulla osta previsto dalla legge 40 per strutture di questo tipo
Avere un centro pubblico per la procreazione medicalmente assistita (pma) all’avanguardia e non poterlo utilizzare. Tutto perché si trova nell’unica regione italiana che ancora non ha emanato le autorizzazioni ai centri per l’applicazione di tecniche di pma come previsto dalla legge 40/2004. E’ questo lo strano caso del Centro per la fisiopatologia della riproduzione umana dell’ospedale S. Andrea di Roma-Università La Sapienza, inaugurato nel 2009 e sostanzialmente mai utilizzato al pieno delle sue possibilità.

Presentato in pompa magna il 28 gennaio 2009, alla presenza del rettore della Sapienza Luigi Frati, del preside della II Facoltà di Medicina della Sapienza Vincenzo Ziparo, e con la benedizione di Monsignor Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, doveva essere il centro pubblico di procreazione medicalmente assistita con i controfiocchi e all’avanguardia del Lazio, il primo in Italia dove poter effettuare la diagnosi pre-concepimento direttamente sull’ovocita. Una tecnica sviluppata nel nostro Paese proprio per superare il divieto imposto dalla legge 40 di fare la diagnosi pre-impianto sugli embrioni, e al tempo stesso offrire alle coppie questa possibilità, che non pone gli stessi problemi morali ed etici sollevati dalle gerarchie cattoliche sugli embrioni.

Ma l’attività del reparto è stata subito bloccata a causa di un esposto fatto ai Nas, si dice da un medico di un centro privato. Dopo i controlli, che non hanno rilevato alcuna irregolarità, si è atteso il nuovo via ufficiale da parte della Regione. Che però non è mai arrivato, nonostante i solleciti da parte dell’azienda ospedaliera, perché la Regione ha rimandato tutto a un tavolo tecnico per la valutazione generale dei centri per la procreazione, mai partito.

Risultato: il Centro non ha mai iniziato l’attività di procreazione medicalmente assistita con le tecniche della fecondazione in vitro e l’icsi (tecnica con cui lo spermatozoo viene iniettato direttamente all’interno dell’ovocita). Esegue solo gli interventi di I livello, come diagnosi e terapia per le patologie della sterilità. In altre parole un reparto nuovo di zecca e all’avanguardia è impiegato per altre funzioni, ma i costosi macchinari ad hoc, costati centinaia di migliaia di euro, sono inutilizzati o sottoulizzati da oltre due anni. Il massimo della beffa si è prodotto lo scorso marzo, quando il reparto è stato utilizzato sì, ma dagli attori della fiction ‘Don Matteo’ che l’hanno scelto come set cinematografico per girarvi delle scene.

Il Lazio, come detto, è l’unica Regione che ancora non ha emanato le autorizzazioni dei centri per l’applicazione di tecniche di pma sulla base della legge 40/2004. “Nel 2004 i presidenti delle Regioni hanno preso un accordo, non vincolante – spiega il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella – sui requisiti da stabilire e le conseguenti autorizzazioni ai centri di pma. Ma ogni Regione aveva poi ampia autonomia o di usare i requisiti previsti da questo accordo o di stabilirne altri con una propria delibera. La regione Lazio non l’ha mai fatto, anche se il presidente Polverini sta cercando di risolvere il problema”. Di fatto, quindi, i centri di procreazione assistita del Lazio hanno operato finora senza l’autorizzazione della Regione.

Gli altri centri, anche quelli privati nuovi, hanno continuato a operare fino a ora utilizzando quello che si potrebbe definire un meccanismo di ‘silenzio-assenso’. Dopo aver inviato la loro richiesta di autorizzazione e tutta la documentazione per dimostrare di essere in regola, non avendo ricevuto risposte contrarie dalla Regione, lo hanno interpretato come un sì ad operare. Ma i dirigenti del S. Andrea, essendo una struttura pubblica, e quindi finanziata con i soldi dei contribuenti, in una Regione tra l’altro sottoposta a piani di rientro, non hanno voluto prendersi questo rischio e hanno deciso di aspettare il via libera ufficiale dell’amministrazione regionale.

“Il problema – spiega Massimo Moscarini, direttore del dipartimento Ginecologia del S. Andrea, nonché direttore del centro – sta in parte nella Regione, che non forma la commissione né ha la competenza su materie così tecniche. Senza contare che certo non è una delle sue priorità in questo momento. E soprattutto nessuno ha interesse a far funzionare, e bene, un centro pubblico”. Sui 53 centri di procreazione medicalmente assistita presenti nel Lazio, solo 7 sono pubblici e poi ce ne sono altri 4 privati convenzionati. “Ma molte delle strutture pubbliche – continua Moscarini – funzionano poco, nel senso che non offrono tutti i tipi di trattamenti, e hanno liste d’attesa lunghe. Quindi o si va dai privati, o in altre regioni. Io per esempio mando molte mie pazienti ai centri convenzionati della Toscana”.

Nel frattempo il ministero della Salute ha fatto sapere, per bocca del suo sottosegretario Roccella, “che la Regione si è impegnata a sbloccare la situazione entro l’estate”. Ma “sono anni che lo dicono”, chiosa amaro Moscarini. Bisogna dunque aspettare. Tanto per cambiare.
 
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SMARTPHONE

Smartphone, crollo di Nokia
Anche Samsung la sorpassa

La multinazionale finlandese perde sempre più terreno nel settore che aveva dominato per 15 anni. Sopravanzata da Apple e ora anche dal colosso coreano. Colpa del successo dell'iPhone e dell'ascesa di Android  di JAIME D'ALESSANDRO   

ROMA - Continua la discesa della Nokia, un tempo dominatrice assoluta del mercato dei cellulari e sinonimo di innovazione a affidabilità. Dopo il sorpasso da parte della Apple 1, prima in termini di utili poi di smartphone venduti, ora anche Samsung sembra averla sopravanzata. Parliamo ovviamente di cellulari evoluti, quelli stile iPhone per intenderci. Gli stessi che, stando alla società di ricerca International Data Corporation (Idc), cresceranno del 55 per cento entro la fine del 2011: oltre 472 milioni di dispositivi venduti contro i 305 dello scorso anno. Settore strategico quindi, perché rappresenta il segmento di maggior peso nella telefonia mobile del futuro.  

Ebbene, in questa guerra il colosso finlandese sta evidentemente perdendo una battaglia dopo l'altra. Strategy Analytics, altra firma nelle raccolta dati sulla tecnologia di consumo, parla di un mercato in mano alla Apple e al suo iPhone per il 19 per cento nel secondo quarto di quest'anno, rispetto al 14 dello stesso periodo del 2010. Samsung avrebbe invece fatto un vero e proprio balzo, passando dal 5 per cento al 18. Segue la Nokia, crollata dal 38 al 15 per cento, malgrado mantenga il primato fra i produttori di cellulari "normali" con il 25 per cento che era il 35 nel 2010. Merito, nel caso della Samsung, dell'adozione di Android di Google, sistema operativo che dal 2008 a oggi sta diventando lo standard di riferimento. 

VIDEO Il boom di Android 2

"Cambiano le abitudini dei consumatori", spiga Kevin Restivo della Idc. "Non si tratta più di telefonare e mandare messaggi, ma di dispositivi che permettono di navigare sul web, fare shopping, controllare la posta. E la loro crescita è impressiona in particolare nel mercati emergenti, dall'Asia all'America Latina, dove l'ascesa degli smartphone è solo all'inizio e dove il loro numero aumenterà in maniera esponenziale nel breve periodo". Tanto che si parla di poco meno di un miliardo di pezzi per il 2015.

Come spesso avviene a ogni rivoluzione tecnologica (basti pensare a quel che è accaduto nel campo dei televisori con l'avvento degli lcd che hanno segnato la fine del predominio della Sony) l'arrivo dell'iPhone e dei suoi cugini sta mutando radicalmente gli equilibri di questo settore. Con giganti ridotti al ruolo di comprimari (è già successo a Motorola) e cenerentole trasformate in star anche se a caro prezzo.

La Samsung ad esempio in termini di profitti netti è calata del 18 per cento, si legge sul Wall Street Journal, ma è riuscita a conquistare una fetta di mercato imponente con una politica sui prezzi molto aggressiva. Ufficialmente il numero di smartphone immessi sul mercato non è stato comunicato, ma stando alle stime si parla di 19.2 milioni di unità per la multinazionale coreana, contro i 20,3 di Apple e i 16,7 di Nokia. Strategy Analytics, si spinge oltre: Samsung avrebbe venduto fra i 18 e i 21 milioni di smartphone. Stima che, nella migliore delle ipotesi, farebbe dei coreani addirittura i leader di mercato, davanti alla compagnia di Steve Jobs.

A rovinare in parte la festa di Samsung e Android, ci pensa però una nota pubblicata dal sito Techcruch, voce di un certo peso in fatto di tecnologia. Fonti interne a vari produttori di cellulari dotati del sistema operativo marchiato Google, sostengono che il tasso di restituzione nei negozi sfiorerebbe per certi modelli il 40 per cento contro l'1,4 degli iPhone. La spiegazione? Essendo una piattaforma aperta e gratuita, non è sempre ottimizzata a dovere da chi costruisce gli smartphone, e il suo uso risulterebbe troppo complicato per tanti utenti.

Le stime però parlano chiaro. La Gartner, specializzata nell'analisi della telefonia mobile, prevede che Android raggiungerà il 38.5 per cento nel campo dei sistemi operativi per smartphone nel 2011 e il 48,5 nel 2012. Symbian della Nokia calerà dal 19,2 al 5,2 e una lieve discesa è in arrivo anche per iOs di Apple: dal 19,4 al 18,9 per cento. Qualche sorpresa potrebbe arrivare da Windows Mobile 7 di Microsoft, che la Nokia ha sposato 3 di recente dovendo però licenziare settemila persone per mantenere un certo grado di competitività. Oggi Windows Phone ha una quota di appena il 5,6 per cento, ma dovrebbe raddoppiare nel 2012 e raggiungere il 19,5 per cento nel 2015. Un'ultima chance per la multinazionale di Espoo, o qualcosa che le somiglia.
 
(29 luglio 2011)

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Tremonti, difesa imbarazzata
«Temevo di essere pedinato...»

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«Io prima di fare il ministro dichiaravo al fisco 5 milioni, 10 miliardi di vecchie lire all'anno. Devo dire che do in beneficenza più di quanto prendo come parlamentare. Non ho bisogno avere illeciti favori, di fregare i soldi agli italiani. Non ho casa a Roma non me ne frega niente, non faccio vita di salotti». Lo ha detto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, intervenendo a Uno mattina. «Forse avrei dovuto essere più attento, ma se devi lavorare in questo modo... Gestire il terzo debito ti impegna abbastanza. Ma se ci sono stati illeciti la magistratura procederà. Se ci sono stati appalti commissariamo tutto, abbiamo già commissariato una società e lo rifaremo se serve».

Errori si', illeciti mai. Cosi' Giulio Tremonti interviene sulla vicenda dell'affitto della casa messa a disposizione a Roma dal parlamentare Marco Milanese, che ha detto di aver ricevuto dal ministro dell'Economia pagamenti di 1.000 euro alla settimana in nero. E lo fa con una lettera al Corriere della Sera di replica all'editoriale di ieri di Sergio Romano.


''Signor direttore, ambasciatore Romano, rispondo in questo modo anche ad una legittima pubblica richiesta di chiarimento'', esordisce il responsabile del dicastero dell'Economia, il quale parlando dell'appartamento offertogli dall'ex consigliere indica che ''in contropartita della disponibilita' di cui sopra, basata su un accordo verbale revocabile a richiesta, come appunto poi e' stato, ho convenuto lo specifico conteggio di una somma a titolo di contributo, pagato via via per ciascuna settimana e calcolata in base alla mia tariffa giornaliera' di ospitalita' alberghiera''.


Tremonti aggiunge che ''all'inizio avevo pensato a un diverso contratto, che ho poi escluso per ragioni personali'', ''la ragione del tutto non era di convenienza economica ma di privacy''. ''Comunque nessun 'nero' e nessuna irregolarita' - sostiene -. Trattandosi di questo tipo di rapporto tra privati cittadini - argomenta - non era infatti dovuta l'emissione di fattura o vietata la forma di pagamento''.


Riguardo poi alla disponibilita' del contante, il ministro spiega di ricevere in contanti il suo compenso di ministro, pari a circa 2.390 euro al mese che, rispetto ai 4.000 euro dell'affitto mensile comporta una differenza di circa 1.600 euro, della quale puo' disporre perche' percepisce ''un reddito annuale molto elevato''.


''Pur avendo ora interrotto l'attivita' professionale, ho accumulato titolarita' di altri redditi - prosegue -. E' tutto tracciato e tracciabile''. ''Ho commesso illeciti? Per quanto mi riguarda sicuramente no. Ho fatto errori? Si' certamente'', sostiene il numero uno dell'Economia citando il fatto di non aver lasciato prima l'immobile. ''Con il 'senno di poi'- conclude Tremonti - ripeto, ho sbagliato''.

29 luglio 2011