giovedì 8 dicembre 2011

ma dai......http://www.youtube.com/watch?v=-BLdH4mUsXA&feature=player_embedded#!

Ici, dal Pdl a Fli: “Paghi anche la Chiesa”
Radicali: I convitti sono alberghi 

Mario Staderini è riuscito a testimoniare con dei video come le strutture adibite a ospitare esclusivamente sacerdoti o studenti universitari funzionano come degli hotel e sono aperti a tutti. Nel 2005 l’Anci aveva stimato in più di 400 milioni di euro il mancato introito per queste esenzioni, cifra che, alla luce della rivalutazione del 60% degli estimi catastali, sfiora oggi i 700 milioni di euro
Far pagare alla Chiesa l’Ici sugli immobili che non sono utilizzati a fini di culto ma per attività economiche. Contro i privilegi del Vaticano scampati alla manovra lacrime e sangue di Mario Monti, si scaglia un numero sempre maggiore di forze politiche. E se i Radicali e alcuni deputati di Futuro e Libertà invocano un intervento, Gabriella Giammanco del Pdl ha compiuto un passo in più, proponendo direttamente al ministro Elsa Fornero l’introduzione dell’Ici vaticana. Anche il coordinatore del partito, Denis Verdini, si è detto d’accordo a rivedere i privilegi riconosciuti alle proprietà della Chiesa. Mentre Antonio di Pietro annuncia che presenterà “un emendamento per eliminare questa ingiustizia”, ha detto il leader dell’Idv. “Sarebbe giusto far pagare le tasse alla Chiesa per gli immobili che adopera non a scopo di culto, ma per fini commerciali”.

L’ipotesi di lasciare l’esenzione solo sui locali adibiti alle attività di culto, beneficenza e carità è condivisa anche dal leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. “I locali che sono adibiti ad attività commerciali è giusto che siano tassati”. Come distinguerli e individuarli? I Radicali sono entrati in possesso dell’elenco dei beni di proprietà della Chiesa, scoprendo che i convitti riservati a ospitare sacerdoti in realtà sono dei veri e propri alberghi. Mario Staderini, segretario dei Radicali, è riuscito a testimoniare con alcuni video come queste strutture destinate a esclusivo utilizzo della Chiesa siano in realtà aperti a tutti: una camera può essere affittata anche per dei mesi. Infatti grazie alle norme attuali, un pensionato religioso che fa pagare una retta di 600 euro al mese ad uno studente per una camera oggi non paga l’Ici. Lo stesso dicasi per le case per ferie che si comportano di fatto come degli alberghi. Nel 2005 l’Anci aveva stimato in più di 400 milioni di euro il mancato introito per queste esenzioni, cifra che, alla luce della rivalutazione del 60% degli estimi catastali, sfiora oggi i 700 milioni di euro.

Inoltre si configura, secondo le testimonianze raccolte dai Radicali,una grande area di elusione, che si verifica ogni volta che quello stesso pensionato accoglie oltre agli studenti anche turisti e lavoratori, oppure quando una struttura riservata al clero affitta camere anche a privati. Solo a Roma il sindaco Gianni Alemanno ha recuperato in un anno oltre 10 milioni di euro di Ici non pagata grazie ad alcuni accertamenti effettuati.

La stampa cattolica sta difendendo le esenzioni scagliandosi in particolare contro il sito www.vaticanopagatu.org e negando che la Chiesa goda di privilegi così diffusi “come si vuol far credere” in queste “campagne col trucco”, titola Famiglia Cristiana. Immediata (e ironica) la risposta dei gestori del sito: “Davvero una storica testata come Famiglia cristiana può pensare che gli italiani vogliono tagliare i privilegi vaticani a causa della campagna della nostra pagina facebook? Se 158 mila persone aderiscono alla nostra richiesta, cioè che anche il Vaticano paghi i sacrifici della manovra finanziaria, è perchè tanta gente vive tutti i giorni, nelle proprie città, gli infiniti favori e i privilegi di cui godono gli enti ecclesiastici. Piuttosto che pensare a noi, farebbero bene a prendere ad esempio dalla Chiesa ortodossa, che in Grecia ha detto di essere pronta a cedere parte del suo vasto patrimonio immobiliare per aiutare il paese a contrastare la grave crisi economica. Noi invece gli chiediamo solo di pagare le tasse”.

Anche il Radicale Staderini ha ribattuto a Famiglia Cristiana. “Ora che non sono solo i Radicali a chiedere l’abolizione dell’esenzione Ici per le attività commerciali degli enti ecclesiastici, dalla stampa cattolica tornano anatemi e fatwe dopo che questa estate mi avevano persino dato del massone”, commenta Staderini. “È inutile che il direttore di Avvenire e Famiglia Cristiana ripetano che vogliamo tagliare i fondi alle parrocchie o alla Caritas. Al contrario, chiediamo l’eliminazione dei privilegi fiscali garantiti alle strutture ecclesiastiche che fanno business, ad esempio nel settore turistico o ricettivo”.
 
----------- 

IL CASO

La Ue indaga sugli Ebook
Rischio cartello anti-concorrenti

Bruxelles apre un'indagine formale per valutare l'esistenza di accordi tra cinque editori di libri elettronici per restringere il mercato. Accertamenti anche su Apple

ROMA - Ebook e Apple nel mirino di Bruxelles: la Commissione Ue ha aperto un'indagine formale per valutare se cinque case editrici tra cui Hachette, Harper e Penguin, in accordo con Apple, abbiano stretto accordi anti-concorrenziali che hanno avuto un impatto sul mercato europeo dei libri elettronici.

A comunicarlo è una nota dell'Unione. L'indagine avviata oggi avviene in seguito alle ispezioni a sorpresa effettuate dai servizi di Bruxelles in molte sedi di case editrici di Ebook. All'indagine Ue si è affiancata anche quella degli uffici del commercio britannico.

Sono cinque le case editrici coinvolte nell'inchiesta: Hachette Livre (Francia), Harper Collins e Simon & Schuster (Usa), Penguin (Gran Bretagna), Verlagsgruppe Georg von Holzbrinck (Germania). I servizi antitrust della Ue, si legge nella nota, esamineranno in particolare se queste case editrici hanno stipulato accordi illegali o hanno ingaggiato altre pratiche con l'obiettivo di restringere la concorrenza in Europa.

La Commissione indagherà anche sull'accordo stretto tra questo cinque editori e commercianti per la vendita di libri elettronici.
 
(06 dicembre 2011)

------------------ 

Ci sono Bahrain e Usa
Tornano anche i test

LONDRA (Inghilterra), 7 dicembre 2011

La Fia, riunitasi a Nuova Delhi, ha formalizzato il calendario della prossima stagione: le due tappe che erano a rischio sono invece regolarmente in programma. Ammesse anche tre giornate di lavoro extra


Il GP del Bahrain resta in calendario. Ap
Il GP del Bahrain resta in calendario. Ap
Il GP degli Stati Uniti e il GP del Bahrain rimangono nel calendario del Mondiale 2012, almeno per ora. Lo riferisce la Bbc, facendo riferimento alle decisioni del Consiglio Mondiale della Federazione internazionale dell'automobile riunitosi a Nuova Delhi. Il regolare svolgimento del GP in programma a Austin, in Texas, era stato messo in discussione nelle ultime settimane per i ritardi nella realizzazione del circuito e per il braccio di ferro tra gli organizzatori della gara e la società proprietaria dell'impianto. Il GP del Bahrain, invece, nel 2011 è stato cancellato per l'instabile situazione interna del paese. La stagione, che comprenderà 20 gare, si aprirà il 18 marzo in Australia e terminerà il 25 novembre in Brasile. Il GP del Bahrain è in programma il 22 aprile, quello degli Stati Uniti il 18 novembre. La tappa italiana, a Monza, è fissata per il 9 settembre.
Gazzetta TV
 
test e gomme — Novità importanti anche per quanto riguarda i test, da tempo vietati. Il Consiglio Mondiale della Federazione ha alleggerito il regolamento su questo punto approvando una sessione di test articolata su 3 giornate (sulla reintroduzione dei test a stagione iniziata la Ferrari ha sempre spinto molto). Il Consiglio, inoltre, ha deciso che le monoposto non potranno prendere parte alle prove invernali se prima non avranno superato tutti i crash test. Capitolo gomme: i piloti potranno utilizzare tutti i set di pneumatici a partire dall'inizio delle prove libere. Prima della modifica regolamentare, era consentito l'impiego di 3 set. Novità anche sullo svolgimento delle gare. In regime di Safety car, ad esempio, i piloti doppiati potranno recuperare il giro e collocarsi in fondo al gruppo. In questo modo, i leader potranno ripartire senza essere ostacolati dalle monoposto più lente. La durata totale di ogni GP non potrà superare le 4 ore.
le date — Questo il calendario ufficiale confermato dal Consiglio Mondiale della Fia:
18 marzo - GP Australia (Melbourne)
25 marzo - GP Malesia (Sepang)
15 aprile - GP Cina (Shanghai)
22 aprile - GP Bahrain (Sakhir)
13 maggio - GP Spagna (Barcellona)
27 maggio - GP Monaco (Montecarlo)
10 giugno - GP Canada (Montreal)
24 giugno - GP Europa (Valencia)
8 luglio - GP Gran Bretagna (Silverstone)
22 luglio - GP Germania (Hockenheim)
29 luglio - GP Ungheria (Budapest)
2 settembre - GP Belgio (Spa-Francorchamps)
9 settembre - GP Italia (Monza)
23 settembre - GP Singapore (Marina Bay)
7 ottobre - GP Giappone (Suzuka)
14 ottobre - GP Corea del Sud (Yeongam)
28 ottobre - GP India (Nuova Delhi)
4 novembre - GP Abu Dhabi (Yas Marina)
18 novembre - GP Usa (Austin)
25 novembre - GP Brasile (Interlagos).
Gasport© RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 2 dicembre 2011

dai dai.....

Yahoo!, si stringe per vendita
Oltre a Microsoft anche i cinesi

Il consorzio formato da Blackstone e Bain (con Alibaba e Softbank) sta preparando un'offerta di acquisto con una valutazione complessiva di 25 miliardi di dollari. Cinque in più del gruppo del quale fa parte Microsoft, che penserebbe anche a una soluzione alternativa e autonoma

NEW YORK - Si stringono i tempi per le prime offerte e mai come adesso uno dei motori più prestigiosi del web, Yahoo! 1, è vicino a cambiare proprietà. L'ultima in ordine di tempo è del consorzio formato da Blackstone e Bain, che sta preparando un'offerta di acquisto per il portale Internet che verrebbe valutato 25 miliardi di dollari. Nel consorzio ci sarebbero anche partner asiatici come la cinese Alibaba e la giapponese Softbank. L'intesa, secondo quanto rivelano fonti ben informata, non è ancora stata finalizzata. Alibaba sarebbe soprattutto interessata a rilevare la partecipazione del 40% che detiene Yahoo!. Indiscrezioni che hanno lanciato il titolo del portale: +7 per cento nell'after hours. Secondo Bloomberg, che cita fonti vicine al dossier, secondo cui l'offerta potrebbe valutare Yahoo! oltre 20 dollari ad azione.

Un'altra proposta è quella del consorzio guidato dalla Silver Lake, nel quale sarebbero incluse anche Andreessen Horowitz e Microsoft. Nello specifico, Silver Lake avrebbe proposto a Yahoo una cifra pari a 16,60 dollari per azione, con una valutazione complessiva di poco superiore ai 20 miliardi di dollari, circa il 6% in più rispetto all’attuale quotazione del titolo sul listino della Borsa di New York. Benché partecipe di tale iniziativa, Microsoft starebbe tuttavia valutando anche strade alternative per garantirsi una posizione
di primo piano nel segmento della ricerca del gruppo prossimo al passaggio di testimone. Un'ulteriore offerta sarebbe giunta da TGP Capital, ma in questo caso non sono al momento note le cifre dell’eventuale affare.

Microsoft torna alla carica dopo le vicende del 2008, quando l'azienda di Redmond offrì per il motore fondato nel 1995 da David Filo e Jerry Young una cifra di poco superiore ai 44 miliardi di dollari. Ma dalla dirigenza di allora arrivò un rifiuto, per quanto contrastato. Ai tempi provò l'acquisizione anche Google, ma fu stoppato dall'antitrust americano. Il rifiuto di Yahoo! a Microsoft, allora, costò nei fatti il posto a Jerry Young che fu costretto a dimettersi travolto dalle critiche degli azionisti favorevoli a una vendita a Microsoft. Da allora il motore di ricerca ha perso molto del suo patrimonio in termini di audience e valore di mercato accumulato nei primi anni dello sviluppo del web: attualmente vanta 700 milioni di utenti e un giro di affari annuo che si aggira sui 2 miliardi di dollari. Ma al di là di questo, resta sostanzialmente intatto il valore strategico dell'azienda di Sunnyvale: rappresenta la possibilità, per i big del web, di poter provare a contrastare l'egemonia di Google nel ricchissimo mercato della pubblicità online. (01 dicembre 2011)
 
----------------- 
 
Pensioni e Imu, ma anche il reddito minimo
I partiti aspettano il pacchetto Monti 

Manovra: Pd pronto a votare tutto, il Pdl quasi. Btp alle aziende al posto dei crediti vantati verso lo Stato. In Europa torniamo in seconda fila: lunedì Merkel e Sarkozy si vedono per riscrivere i trattati
I partiti non vogliono saperne niente, sono pronti a votare il “pacchetto Monti” così come sarà presentato lunedì al Consiglio dei ministri. Il premier Mario Monti sta lavorando agli ultimi dettagli e conta, ancora una volta, sulla pressione esterna dell’Europa e dei mercati perché anche le misure più dure passino senza troppa opposizione. Ieri il presidente Nicolas Sarkozy, in un discorso molto atteso, da Tolone ha annunciato: “Lunedì riceverò la cancelliera Angela Merkel, insieme faremo proposte franco-tedesche per garantire il futuro dell’Europa”.

Il direttorio a tre, inaugurato a Strasburgo appena una settimana fa, torna già a due, senza l’Italia. Ma forse è normale così, ognuno deve fare la sua parte in vista del Consiglio europeo dell’ 8-9 dicembre quando i leader dell’eurozona cercheranno di presentare qualche misura risolutiva, perchè “l’Europa rischia di essere spazzata via”, dice Sarkozy. Oggi toccherà alla Merkel presentare davanti al Parlamento le sue idee sull’euro e rispondere alla proposta di Sarkozy: le decisioni sul futuro europeo si devono prendere “a maggioranza qualificata”, la Germania non può pretendere di avere sempre diritto di veto sulle decisioni che riguardano il destino dell’euro.

SUBITO LE PENSIONI. Il ruolo dell’Italia, tornata a quella seconda fila cui la confina il suo debito al 120 per cento del Pil, è fare i “compiti a casa”, come la Merkel ha definito il risanamento di Monti. La manovra, ormai è chiaro, dovrà contenere una correzione di bilancio di circa 15 miliardi e probabilmente altri cinque miliardi di misure per la crescita. Domenica Monti incontrerà sindacati e imprese. Difficile che l’impianto generale possa essere stravolto a poche ore dalla presentazione.

La riforma delle pensioni, ieri il ministro Elsa Fornero l’ha confermato, ci sarà: subito il passaggio al sistema che calcola la pensione sui contributi versati e non sulla retribuzione, anche per chi era fuori dall’ombrello della riforma Dini (una quota della pensione sarà calcolata sulla retribuzione, un’altra sui contributi), poi un aumento dell’età per le pensioni di anzianità, possibilmente con il sistema delle quote per non irritare la Cgil che non vuole sia toccata la soglia dei 40 anni di contributi. Più difficile che passi il temuto blocco dell’indicizzazione delle pensioni medio basse, un mancato aumento che costerebbe parecchio ai pensionati.

BOT E BTP ALLE AZIENDE. Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera sta lavorando alle misure per la crescita. In un incontro con le imprese ha annunciato una riforma concreta: pagare subito con titoli di debito pubblico i fornitori della pubblica amministrazione che da anni attendono il dovuto. Btp e Bot al posto di crediti che ormai anche le banche si rifiutano di anticipare, visto che lo Stato paga con anni di ritardo e ormai ha accumulato debiti verso i fornitori per oltre 60 miliardi, secondo le stime di Confindustria. Certo, questo debito pubblico finora mascherato andrà nel conto generale e non sarà un bel vedere. Ma almeno le imprese potranno vendere subito i Btp sul mercato e in molte eviteranno di fallire.

Sempre con le imprese Passera ha discusso anche l’abbassamento per la soglia del contante: si potrà pagare con banconote fino a 500 euro (dai 2500 attuali), ma si potrebbe scendere addirittura a 100. Il Pdl dovrà digerire un’imposta sulla casa, non come ritorno dell’Ici ma dentro l’Imu, l’Imposta municipale unica. Per tacitare le critiche da sinistra, invece, basterebbe il “reddito minimo garantito” ventilato ieri dalla Fornero, un progetto che anche nelle sue forme minimaliste costa almeno 4 miliardi di euro.

PARTITI AMMUTOLITI. Mentre Monti e i suoi “tecnici” lavorano, fanno e disfanno ipotesi, in questa strana sospensione della politica i partiti tacciono, stanno a guardare. I paletti sono minimi e pure modificabili. Se il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani ribadisce che “chi ha di più, deve pagare di più”, Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, sbandiera sostegno incondizionato, chiedendo attenzione alla famiglia. Sulla carta, il Pdl non vuole né l’Ici né la patrimoniale. Ma, come ha ammesso lo stesso Berlusconi non più di 2 giorni fa, è pronto a discutere dell’Imu. E sulla patrimoniale il no è più formale che sostanziale.

Quindi Monti arriverà lunedì con un pacchetto praticamente blindato. Una soluzione che in fondo va bene ai partiti: non sono previsti vertici ufficiali, e probabilmente nemmeno incontri formali con i leader. Si parla invece di “contatti”: telefonate, messaggi, messi viaggiatori. Così è più facile scaricare la responsabilità e non assumersi la paternità dei provvedimenti. E anche lasciare ai gruppi parlamentari la possibilità di intervenire.

TUTTO PRIMA DI NATALE. La manovra arriverà in commissione Bilancio alla Camera martedì prossimo, il 13 andrà in Aula per arrivare al voto a Montecitorio il 17 e in Senato prima di Natale. “I saldi devono essere quelli stabiliti, all’interno di quelli magari si potrà proporre qualche aggiustamento”, spiega il neo-Sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento che in un Transatlantico semi-deserto è assediato dai giornalisti. La posizione più complicata al solito è quella del Pd, stretto tra un appoggio a Monti fuori discussione e le pressioni dei sindacati. Spiega il sondaggista Nicola Piepoli: “La reazione dell’elettorato? Per ora è largamente favorevole all’esecutivo, ma bisognerà vedere dopo lunedì con le misure”.

Sulle pensioni, il punto più critico, Bersani si è limitato a chiedere “ascolto”. Sul contributivo pro-rata a partire dal 2011 sono d’accordo anime diversissime tra loro, come quella più radicale rappresentata dall’ex ministro Cesare Damiano e quella liberal di Enrico Morando. Ma il partito è paralizzato: ieri c’è stata una riunione delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato con il responsabile economico, Stefano Fassina, che in queste ultime settimane si è fatto la fama di barricadero (ieri Susanna Camusso, Cgil, l’ha abbracciato: “Siamo rimasti solo io e te”), con una posizione attendista. “Aspettiamo lunedì”.
 
------------ 
 
Napoli, il ministro dell’Ambiente Clini
“Sui rifiuti non escludo intervento esercito” 

"La situazione è di nuovo al limite", ha detto paventando la possibilità di ricorrere al "contributo delle forze armate" e annunciando l'incontro sabato prossimo con Caldoro, De Magistris e Cesaro. “Né commissari, né esercito”, risponde Palazzo San Giacomo: "Mi sembra strano che si torni improvvisamente a parlare di rischio emergenza proprio quando è andata deserta la gara per il termovalorizzatore di Napoli Est"
Il ministro dell'Ambiente Corrado Clini
Con la prospettiva di un nuovo riacutizzarsi dell’emergenza rifiuti a Napoli torna in campo l’ipotesi esercito. E A ipotizzare un nuovo ricorso alle forze armate è stato il ministro dell’Ambiente Corrado Clini.

“La situazione di Napoli è di nuovo al limite”, ha detto Clini intervenendo in Commissione alla Camera, paventando la possibilità di ricorrere al “contributo di esercito e forze dell’ordine per situazioni come quella di Napoli” e annunciando che sabato prossimo sarà in città per incontrare il governatore della Campania Stefano Caldoro, il sindaco Luigi De Magistris e il presidente della Provincia Luigi Cesaro per fare il punto della situazione. “Forse – ha detto Clini in audizione – è il caso di mettersi a ragionare sulle opzioni tecnologiche e ambientali che funzionano in altre regioni e Paesi, come la differenziata e i termovalorizzatori”.

Il ricorso dello Stato all’esercito per risolvere il problema spazzatura non sarebbe una prima volta. Sin da quando è esplosa l’emergenza, nel 1994, l’esercito ha fatto la sua comparsa per le vie di Napoli ora con compiti di presidio delle discariche ora con funzioni di raccolta o di scorta ai camion. Ma è nel 2008 che l’intervento dell’esercito a Napoli e provincia è stato disciplinato per legge col decreto 29/2008. Allora il commissario all’emergenza era Guido Bertolaso, ma già con il suo predecessore Gianni De Gennaro un’ordinanza ne dispose l’utilizzo a presidio delle discariche ricoprendo un ruolo strategico nella gestione di alcune strutture tecniche.

“Né commissari, né esercito”, è la posizione di Palazzo San Giacomo, affidata alle parole del vicesindaco di Napoli con delega all’Ambiente Tommaso Sodano. Col ministro sabato si parlerà del termovalorizzatore da realizzare a Napoli Est sul quale è netta la posizione contraria del Comune di Napoli: “Non lo vogliamo”.

“La Campania, secondo i dati del ministero dell’Ambiente, è terza in Italia per quantità di rifiuti bruciati – ha affermato Sodano – Perché invece di parlare di termovalorizzatori non si parla degli impianti di compostaggio?”. “Al ministro – spiega Sodano – sabato diremo che il Comune punta alla differenziata, che è partita, sui siti di stoccaggio, ne abbiamo realizzati tre in 4 mesi, e sulle navi da spedire in Olanda che partiranno prima di Natale”. “In passato sono state esperienze fallimentari che hanno alimentato solo il sistema affaristico della camorra e della malapolitica – ha affermato – Mi sembra strano che si torni improvvisamente a parlare di rischio emergenza proprio quando è andata deserta la gara per il termovalorizzatore di Napoli Est. E’ inutile agitare lo spettro dell’emergenza”. “Il rischio emergenza – ha precisato – era noto anche da prima, ed è sempre dietro l’angolo”. Invece di parlare di inceneritori, il vicesindaco invita a parlare di impianti di compostaggio: “Perchè non si parla degli impianti di compostaggio? E’ questo che diremo anche all’Europa”.

“La questione della raccolta dei rifiuti non è competenza della Regione, non entriamo nel merito delle scelte – ha commentato Giovanni Romano, assessore all’Ambiente della Regione Campania. Apprezziamo, però, l’indirizzo di Clini che punta alla realizzazione dell’impiantistica”.

Ieri intanto agli angoli delle strade, in città, sono ricomparsi, dopo un po’ che non si vedevano, cumuli di sacchetti. Stavolta, però, la mancanza di raccolta è stata causata da uno sciopero, a livello nazionale, indetto dai sindacati del settore perché il contratto nazionale non è stato rinnovato.
 
 
--------------- 

Rossi: "Chiuso un 2011 disastroso
Dobbiamo migliorare, come l'Inter"

MONZA, 25 novembre 2011

Valentino tra i protagonisti del Monza rally show: "E' un bel modo di finire l'anno peggiore della mia carriera. Un regalo da Babbo Natale? Una GP 2012 competitiva"

E' un Valentino Rossi sorridente e rilassato, come poche volte quest'anno, quello che sale nell'abitacolo della Ford Fiesta Wrc per l’edizione 2011 del Monza Rally Show, tradizionale appuntamento conclusivo della stagione agonistica dell’autodromo brianzolo. Via le tensioni della MotoGp, via le preoccupazioni dei test 2012. Qui, dove Vale ha già vinto due volte, ci sono gli inseparabili Uccio e Davide Brivio, anche loro in gara con altrettanti equipaggi griffati “46”. Protettivi, certo, ma non troppo, perché oggi il Dottor Rossi si diverte. “E' un bel modo di finire l'anno – sorride – quello che forse, anzi sicuramente è stato il peggiore della mia carriera. Il regalo che vorrei da Babbo Natale? Una GP 2012 competitiva”.
Gazzetta TV
 
come l'inter — “Abbiamo una moto molto diversa – continua Rossi – vorrei vedere i progressi già da febbraio. Speriamo di essere più veloci e competitivi, il fatto che non ci siano più limiti alle prove è giusto e ci aiuta”. Intanto c'è il rally, con una sfida speciale al “Cannibale” Loeb. “Lui ha vinto 8 Mondiali di fila, cosa vuoi dirgli? Correre con lui per me è già un onore e un modo divertente per chiudere un 2011 dal bilancio disastroso”. La ricetta, insomma, è ripartire da zero, un po' come la sua Inter con i tanti cambi d'allenatore: “Sono contento che si sia qualificata in Champions, però il girone non era difficile. Devo dire che negli ultimi tempi non gioca bene, se vuol competere col Milan deve migliorare”.
in pista per sic — Un’edizione del Rally particolare, quella di quest’anno, la prima senza Marco Simoncelli, che nel 2010 proprio qua non s'era fatto mancare niente con l'incidente e l'incendio nel Master Show conclusivo. “Proprio così, eravamo stati noi a tirarlo dentro – conclude Valentino - ricordo ancora quando papà Graziano gli ha fatto provare le prime auto. Era diventato pure veloce”. “Sic non c'è, ma c'è” dicono tutti, come testimoniano i moltissimi “Ciao Sic” attaccati sulle auto e la sua Honda numero 58 esposta al centro del paddock. Accanto alla moto, un pannello raccoglierà il saluto dei tifosi che passeranno dall'autodromo fino a domenica. A Simoncelli, inoltre, è dedicato il Master Show, la prova più spettacolare del Monza Rally Show, che si disputerà domenica dalle ore 13.30.
Gazzetta TV
 
donne, motori e vip — Chi cerca i contenuti agonistici, non rimarrà deluso. Al via del Monza Rally 2011, infatti, ci sono i vincitori di 8 Mondiali rally, 5 Europei, 1 titolo IRC, 11 tricolori, 10 Mondiali moto e 3 ventiquattrore di Le Mans. Stelle assolute come Sébastien Loeb e Valentino Rossi, Dindo Capello e Dani Sordo, più l'esordiente Andrea Dovizioso e i piloti di Moto 2 Andrea Iannone e Claudio Corti. A bordo anche tanti vip come il cantante Cesare Cremonini, Capitan Ventosa, l'ex ciclista Claudio Chiappucci, la consigliera regionale lombarda Nicole Minetti e la conduttrice tv Sara Ventura. A far da apripista, per la prima volta in Italia, la vettura Nascar di Max Papis.
dal nostro inviato
Claudio Lenzi

mercoledì 30 novembre 2011

già....

Corruzione, ‘ndrangheta, rifiuti e grandi opere: il sistema Lombardia è sempre più nero 

L'arresto del vicepresidente del consiglio regionale Nicoli Cristiani e l'operazione contro il clan Valle-Lampada. Sono solo le ultime inchieste che svelano intrecci tra criminalità, politica e affari nella regione della ex "capitale morale"
Arresti per corruzione e arresti per mafia. Che scattano lo stesso giorno a Milano e a Brescia. Due inchieste distinte nei fatti, ma intimamente connesse nelle logiche di funzionamento del sistema Lombardia. Che ne esce a pezzi, sempre più “nero”, sempre meno “diverso” da quello di altre regioni accusate di essere intrise di malaffare. Vent’anni dopo Mani pulite, le tante inchieste sulla ‘ndrangheta trapiantata al nord e sui suoi rapporti politici completano un quadro ormai lontano anni luce dalla retorica di Milano “capitale morale”.

L’operazione della Direzione distrettuale antimafia diretta da Ilda Boccassini porta in carcere due imprenditori calabresi da tempo trasferiti a Milano, Francesco e Giulio Giuseppe Lampada. Le società di quest’ultimo, attive tra l’altro nel settore dei videopoker, hanno sede in via Melzi D’Eril a Milano, di fianco all’Arco della Pace. I Lampada sono legati alla famiglia Valle, di origine reggina ma stabilitasi da decenni nel milanese, già oggetto di diversi procedimenti per associazione mafiosa e usura. Francesco Lampada è il marito di Maria Valle, nipote del patriarca Francesco, anche lei finita oggi ai domiciliari.

I Lampada vantano un rapporto saldo con Armando Vagliati, consigliere comunale del Pdl a Milano. Un legame già emerso in passato e pienamente confermato da quest’ultima indagine. Vagliati – non indagato – ha anche introdotto Giulio Giuseppe Lampada a una festa elettorale dell’ex sindaco Letizia Moratti a La Banque, discoteca milanese di grido. E Leonardo Valle, altro figlio di Francesco, nel 2009 si candidò (senza successo) alle elzioni comunali di Cologno Monzese, in una lista “riformista” alleata con il Pd, con l’appoggio del medico calabrese Vincenzo Giglio, anche lui arrestato oggi insieme al cugino e omonimo giudice del Tribunale di Reggio Calabria.

La strategia dell’approccio alla politica è a tutto campo. E’ sempre Giulio Lampada, come emerge dalle carte dell’inchiesta, a organizzare nell’aprile 2008 una serata elettorale a Roma dove l’ospite d’onore è il candidato sindaco (poi vincente) Gianni Alemanno, già ministro per An. La festa si svolge al Café de Paris, che poi sarà sequestrato perché riconducibile al clan Alvaro di Sinopoli. A officiare l’incontro, il consigliere regionale calabrese Francesco Morelli, arrestato dalla Dda di Milano, anche lui della Destra sociale e in strettissimi rapporti con Alemanno.

L’inchiesta di Brescia ha invece portato all’arresto di Franco Nicoli Crsitiani, vicepresidente del consiglio regionale lombardo e a suo tempo fondatore di Forza Italia a Brescia. Insomma, un pezzo grosso della politica regionale, assessore all’Ambiente per due legislature nelle giunte guidate da Roberto Formigoni. La Procura lo accusa di corruzione nell’ambito della gestione illecita dei rifiuti. I carabinieri, quando si sono presentati nella sua casa di Mompiano per arrestarlo, hanno trovato 100 mila euro in biglietti da 500, divisi in due buste. Con lui è finito in carcere Giuseppe Rotondaro, coordinatore dello staff dell’Agenzia regionale per l’ambiente.

La presunta tangente è maturata secondo l’accusa nella gestione di alcune cave, settore da tempo nel mirino degli investigatori. Sono finite sotto sequestro la cava di Cappella Cantone (Cremona) destinata a una discarica di amianto, e un impianto per il trattamento di rifiuti a Calcinate (Bergamo). Ma i sequestri hanno toccato anche una delle più importanti opere pubbliche attualmente in costruzione in Lombardia, l’autostrada Brescia-Bergamo-Milano, detta Brebemi, opera i cui costi sono raddoppiati da 880 milioni a 1,6 miliardi di euro: i sigilli sono stati messi ai cantieri di Cassano d’Adda (Milano) e Fara Olivana(Bergamo). Sotto l’asfalto della grande opera sarebbero finiti appunto rifiuti speciali che avrebbero dovuto essere smaltiti altrimenti.

Di ‘ndrangheta nell’inchiesta bergamasca non si parla, ma le misure cautelari hanno colpito anche Pierluca Locatelli, imprenditore del settore, la moglie Aurietta Pace Rocca, e due dipendenti della società. La Locatelli di Grumello Monte in provincia di Bergamo, però, era già stata coinvolta nel 2009 in un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Protagonisti i fratelli Marcello e Romualdo Paparo, originari di Isola di Capo Rizzuto (Crotone), a capo di un solido gruppo imprenditoriale basato nell’hinterland nord milanese. La Locatelli faceva lavorare nei cantieri della Tav, altra grande opera pubblica, l’azienda di movimenti terra dei Paparo, la P&p. Non in Calabria ma in Lombardia, tra Pioltello e Pozzuolo Martesana.

La sentenza di primo grado ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa per i fratelli Paparo, condannati però per possesso di armi (Marcello anche per aver ordinato il brutale pestaggio di un dipendente ribelle). Prosciolti per prescrizione altri dipendenti della Locatelli. Agli atti restano comunque le intercettazioni telefoniche in cui questi ultimi spiegano, loro ai calabresi, come aggirare “la famosa legge antimafia” e il limite del 2 per cento nei subappalti delle opere pubbliche. Per ingannare eventuali controlli di polizia sarebbe bastato “schiaffare” sui camion delle P&p “due targette Locatelli”. E il subappalto sarebbe sparito d’incanto.
 
----------- 

Bernie "spegne" l'Europa
"Il futuro dei GP è altrove"

LONDRA (Inghilterra), 29 novembre 2011

In un'intervista a Marca, Ecclestone azzera il Vecchio Continente per la F.1 che verrà: "È un'entità che appartiene al passato, le resteranno 5 gare. I posti nuovi saranno Russia, Sudafrica, Messico"


Bernie Ecclestone, patron della F.1. Ap
Bernie Ecclestone, patron della F.1. Ap
L'Europa è il passato, il futuro della F.1 è altrove. Secondo Bernie Ecclestone il grande circus della massima categoria motoristica sarà sempre più proiettato verso nuove frontiere. "Sicuramente la Russia, c'è un contratto. Forse il Sudafrica. Il Messico... Il mio problema è che credo che l'Europa sia finita comunque. Sarà un bel posto per il turismo ma poco altro. L'Europa è qualcosa che appartiene al passato" dice a chiare lettere Ecclestone in un'intervista al quotidiano spagnolo Marca. "Io penso che nei prossimi anni all'Europa resteranno cinque gare" aggiunge il n.1 della Fom.
eravamo dei pazzi — E a chi fa notare che l'Europa è l'anima della F.1, Ecclestone ribatte: "Era solita esserlo...". Il Mondiale ha già esplorato nuovi territori come l'India, la Corea del Sud o Singapore e 'Big Berniè è molto soddisfatto di come è andata. "Sì, sono molto contento. Mai avremmo pensato di avere la Corea in calendario - sottolinea - quando decidemmo di andare in Cina la gente diceva che eravamo pazzi, invece funziona" fa notare. La Spagna è l'unico paese europeo che ospita due gare del Mondiale, a Montmelò e Valencia. Ma probabilmente in futuro non sarà più così. "Non lo so, vedremo. Ma penso di no. Per Barcellona è difficile far quadrare i conti" spiega Ecclestone.
Gasport© RIPRODUZIONE RISERVATA

-------------

TELEFONIA

Cambiare gestore ma non il numero
per l'Authority devono bastare 24 ore

Il Garante per le telecomunicazioni recepisce le indicazioni dell'Unione Europea. Il presidente Calabrò: "Con le nuove regole più tutele per i consumatori sia sotto il profilo della certezza che della rapidità". Le nuove regole in vigore entro tre mesi

ROMA  - Chi vorrà cambiare gestore di telefonia mobile mantenendo il vecchio numero potrà farlo in un solo giorno lavorativo. Lo ha stabilito, secondo quanto riferisce l'Ansa, l'Autorità per le telecomunicazioni in una riunione della Commissione infrastrutture e reti, che ha approvato un regolamento in materia.

Le disposizioni riprendono quanto stabilito nella primavera scorsa dall'Unione Europea con la definizione dei nuovi diritti per chi usa servizi internet e telefonici. Un insieme di regole conosciute come "Telecoms Package" che copre un ambito molto ampio ma indicava in particolare la necessità di abbassare dagli attuali tre (per il cellulare) o cinque (per il fisso di casa) ad un solo giorno il tempo necessario per cambiare operatore con portabilità del numero.

In una nota, l'Autorità spiega che "si tratta di un ulteriore passo del percorso già intrapreso con le regole adottate nel 2008 che avevano portato alla riduzione a tre giorni del tempo occorrente per ottenere la portabilità del numero, regole accompagnate da una serie di meccanismi che hanno drasticamente ridotto i casi di ritardo nella prestazione".

"Con le nuove regole - continua Calabrò - che entreranno in vigore entro tre mesi (un intervallo tecnico necessario per l'adeguamento delle procedure da parte degli operatori),
tale periodo si riduce ulteriormente ad un solo giorno".

Il Garante per le telecomunicazioni ricorda poi che "sono ora previsti indennizzi in caso di ritardi, che i clienti avranno diritto di ottenere dal nuovo operatore presso cui il numero è portato, con una semplice richiesta effettuata con mezzi non onerosi (ad esempio una telefonata al call center, una mail). Con queste nuove regole aumenta ancora il grado di apertura del mercato italiano dei servizi mobili, già caratterizzato da una notevolissima dinamica, agevolata dalla possibilità per gli utenti di cambiare facilmente operatore per aderire alle offerte più vantaggiose".

Accogliendo la richiesta degli operatori, informa ancora il comunicato, "l'Autorità ha deciso l'immediata apertura di un tavolo di confronto sui fenomeni speculativi di gestore (sim young) e di morosità persistente".

"Il provvedimento adottato oggi - precisa il presidente Corrado Calabrò - non potrà che aumentare ulteriormente le cifre relative ai soggetti che cambiano il gestore, rafforzando il primato che il nostro paese già vanta in Europa. Il nuovo quadro regolamentare assicura ai consumatori una garanzia in più sia sotto il profilo della certezza che della rapidità, oltre a maggiori tutele in caso di disservizi in materia di portabilità".

L'Authority è stata chiamata di recente ad occuparsi di questo problema in seguito a un esposto di Vodafone contro Fastweb.
(30 novembre 2011)

lunedì 28 novembre 2011

hahahahah

Css: "Niente cellulari ai bambini"Applicare principio precauzione

Per il Consiglio superiore, nonostante non sia stato finora dimostrato alcun rapporto di causalità tra l'esposizione a radio frequenze e le patologie tumorali, è necessario educare i più piccoli a un utilizzo non indiscriminato ma appropriato, quindi limitato alle situazioni di vera necessità, del telefonino

ROMA - Nell'utilizzo dei telefoni cellulari va applicato, soprattutto per i bambini, il "principio di precauzione, che significa anche l'educazione a un utilizzo non indiscriminato, ma appropriato, quindi limitato alle situazioni di vera necessità, del cellulare". Lo afferma il Consiglio superiore di Sanità (Css) in un parere.

INCHIESTE: Pericolo cellulari 1

Il Consiglio superiore di sanità ha affrontato la questione dei rischi potenziali di uno smodato uso di telefoni cellulari nella seduta del 15 novembre. "In linea con gli studi dell'Agenzia internazionale della ricerca sul cancro (Iarc) e in accordo con l'Istituto superiore di sanità, il Consiglio superiore rileva che non è stato finora dimostrato alcun rapporto di causalità tra l'esposizione a radio frequenze e le patologie tumorali, si legge in una nota del ministero della Salute.

Tuttavia le conoscenze scientifiche oggi non consentono di escludere l'esistenza di causalità quando si fa un uso molto intenso del telefono cellulare. Il Ministero della Salute avvierà una campagna di informazione sulla base delle ultime relazioni degli organismi tecnico-scientifici per sensibilizzare proprio a tale uso appropriato", conclude la nota.

Sulla questione Umberto Veronesi è meno allarmista:"Non credo che i cellulari facciano molto male, possono dare un lieve aumento della temperatura a una piccola parte dell'apparato cerebrale, ma senza effetti importanti". E per quanto riguarda i tumori ha aggiunto: "E' una cosa che dicono, ma che si dice da 15 anni. Di ricerche ce ne sono mille...", ha concluso Veronesi.

(28 novembre 2011)
 
------------------ 
 
Referendum sull’acqua: volontà popolare imprigionata nei cavilli giuridici dei gestori 

Subito dopo l'esito della consultazione popolare del 12 e 13 giugno scorsi, l'Acea ha chiesto rassicurazioni sul mantenimento degli accordi stipulati a Giulio Napolitano, avvocato, esperto del settore e figlio del Presidente della Repubblica. Secondo il parere legale, l'esito dei quesiti non sarebbe sufficiente a intaccare gli interessi delle società idriche. Ecco perché
Il Sì all’acqua pubblica uscito dalle urne lo scorso giugno rischia di vedere i suoi effetti allontanarsi nel tempo, imprigionando la volontà popolare nelle pastoie giuridiche della giustizia amministrativa. E’ questa la tattica che i gestori privati dell’acqua hanno messo in campo subito dopo il voto dei ventisette milioni di italiani il 12 e 13 giugno scorsi, preparando le battaglie legali che potranno affollare i Tribunali nei prossimi mesi.

La mossa avviata da Acea - primo operatore idrico, società quotata in Borsa – che ha chiesto ad un giurista esperto quali armi tecniche utilizzare per contrastare la volontà dei cittadini italiani, è arrivata all’indomani del voto, dopo un Consiglio di amministrazione dove predominavano le facce cupe. Un parere contenuto in un documento di sedici pagine – che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare – con la pesante firma dell’avvocato Giulio Napolitano, ordinario di diritto pubblico a Roma Tre, uno dei due figli del Presidente della Repubblica – che gira dallo scorso giugno riservatamente tra i gestori dell’acqua, citato nei Consigli di amministrazione di tante Spa che si occupano di risorse idriche. Un dossier articolato, inviato a Renato Conti, manager della multinazionale romana, a capo della Direzione funzione legale, quando nelle piazze ancora si festeggiava la vittoria dei Sì.

Due i quesiti che Acea ha posto poche ore dopo il risultato del referendum: “Conoscere il nuovo assetto normativo dei servizi pubblici locali, verificando la legittimità delle convenzioni” e “un parere in merito alla nuova disciplina delle tariffa”, chiedendo lumi sulla “legittimità e validità degli atti stipulati”. In altre parole Acea voleva essere rassicurata dalla voce autorevole di Giulio Napolitano sul mantenimento di quelle condizioni di gestione dell’acqua contestate da tanti comitati che avevano portato milioni di italiani ad esprimere il loro voto per una gestione pubblica del servizio idrico integrato.

L’importanza del documento – di per se assolutamente legittimo – sta nella data, il 24 giugno 2011. L’interpretazione giuridica contenuta anticipa le tesi sostenute poi in tutta Italia dalle Autorità d’Ambito, che fino ad oggi hanno negato la riduzione delle bollette dopo l’abrogazione referendaria del 7% di profitto garantito.

Chi pensava che con il referendum si potesse tornare alla gestione pubblica dell’acqua, secondo Giulio Napolitano si deve mettere l’anima in pace: con il risultato del voto “in nessun modo (…) è possibile trarre indicazioni prescrittive in ordine ad un ipotetico ritorno a forme di gestione integralmente pubblica dei servizi idrici”. Nulla da fare – almeno nell’immediato – anche per il secondo quesito, quello che ha eliminato il profitto garantito, considerato dai gestori privati dell’acqua come una vera e propria bomba atomica in grado di eliminare ogni convenienza nel business degli acquedotti.

“La valutazione dell’effettivo impatto dell’abrogazione referendaria – si legge nel parere inviato ad Acea – è resa più complessa (…) dal decreto legge 70/2011″, ovvero dalla norma del governo Berlusconi che ha creato l’Agenzia di vigilanza delle risorse idriche. Secondo Giulio Napolitano toccherà proprio a questo organismo modificare la tariffa, come poi hanno sostenuto i gestori in tutta Italia. Peccato che questo nuovo organismo non è stato creato fino ad oggi. E, secondo il documento, le conferenze dei sindaci non hanno nessun potere per cambiare immediatamente la tariffa, perché questa operazione non terrebbe conto del “costo finanziario della fornitura del servizio”. Una tesi che avrà un particolare successo, partendo dalla Puglia - che non ha abrogato il 7% ritenendolo, appunto, un costo finanziario – fino all’ultimo documento di fine ottobre della commissione di vigilanza delle risorse idriche.

Ma c’è di più, una sorta di cavallo di Troia che potrebbe garantire alle società private dell’acqua di mantenere inalterati i dividendi dopo il referendum: “Tutti gli investimenti già effettuati dal gestore – spiega Napolitano -, anche laddove le opere non siano completate, dovranno continuare a essere coperti e remunerati in base alla tariffa a suo tempo fissata dall’Autorità d’Ambito“. In altre parole, se l’investimento del gestore è ammortizzato anche sui prossimi anni, il 7% di remunerazione del capitale rimane, con buona pace del referendum.

Per capire l’importanza di questo punto occorre guardare da vicino i conti di Acea, scoprendo gli incredibili meccanismi – permessi da quella legge poi abrogata – che hanno portato a utili milionari. Quando Acea ha iniziato a gestire, ad esempio, l’acqua nella provincia di Roma, ha stimato il proprio valore – e quindi la base per il calcolo del profitto del 7% – in 894,34 milioni di euro. Una cifra che viene sommata, anno dopo anno, all’ammortamento degli investimenti, facendo così crescere esponenzialmente la remunerazione, che, dopo le tasse, finisce nei dividendi per gli azionisti (oltre al Comune di Roma, che detiene il 51%, il gruppo Caltagirone, la Suez e tanti altri investitori privati). Quel valore iniziale doveva essere confermato da una perizia fatta dalla conferenza dei sindaci, atto che, però, non è mai stato realizzato, come ha ammesso la stessa segreteria tecnica operativa. Questo meccanismo ha garantito ad Acea, per la sola gestione dell’acqua nella provincia di Roma, dal 2003 al 2008, 404 milioni di euro di remunerazione del capitale investito, una cifra che ha alimentato i conti – non sempre rosei – della holding romana. Ora è probabile che Acea consideri quella cifra iniziale – che valuta il suo valore basandosi su criteri come il posizionamento sul mercato e il management – come un investimento avvenuto prima del referendum, e quindi, secondo il parere chiesto al giurista, intoccabile.

La battaglia che i comitati hanno annunciato sotto il nome di “obbedienza civile” si preannuncia, dunque, campale. La difesa del voto dovrà passare per i meandri giuridici pronti a bloccare quella piccola rivoluzione di giugno che punta a difendere i beni comuni.
 
-------------- 
 
Giornalisti e hacker si uniscono per ripensare il futuro dell’informazione
“Vi sentite più giornalisti o hacker?”. Joanna Geary, editor per lo sviluppo digitale (digital development editor) del Guardian, lo chiede ai partecipanti dell’incontro londinese di Hacks Hackers, il meetup che riunisce cronisti appassionati di nuove tecnologie e sviluppatori web. Contaminazione e discussione delle nuove frontiere dell’informazione sono l’obiettivo che li fa incontrare una volta al mese in un pub della City. Una birra in mano mentre ascoltano gli interventi, si conoscono e magari decidono di avviare nuove start up.

Nato oltreoceano nel 2009 su iniziativa di Burt Herman, ex corrispondente della Associated Press, Aron Pilhofer del New York Times e Rich Gordon della Medill School of Journalism presso la Northwestern University, Hacks Hackers voleva creare “un network di persone che conciliassero le finalità del giornalismo con l’innovazione della Rete”. Da San Francisco i meetup si sono diffusi a New York, Boston e Austin fino a estendersi in America Latina e in Europa. Per ora solo a Londra, Birmingham e Bruxelles.

“Organizziamo un incontro al mese ma vorremmo farne di più”, spiega Joanna, responsabile della sezione londinese. “Tanti quotidiani, testate di new media e sviluppatori chiedono di entrare in partnership con Hacks Hackers, aperto a chi vuole condividere idee e spunti”. I meetup nella capitale inglese, attraverso il dialogo tra cronisti e informatici, hanno prodotto l’avvio di alcune start up. Complice un clima liberale che unisce creatività e concorrenza. “Londra sta vivendo un momento molto interessante per chi ha progetti per il web”, prosegue. “Abbiamo rinominato la parte est della città ‘Silicon roundabout‘, che riprende la valle californiana dell’innovazione, perché lì sono nate alcune imprese tech di successo.

E anche il governo inglese e l’Europa le stanno sostenendo con numerosi finanziamenti”. Punti di partenza che incoraggiano il desiderio di trasformare la teoria in pratica. “Oltre alle nuove imprese online, alcuni sviluppatori che hanno partecipato a Hacks Hackers sono stati coinvolti in progetti di consulenza, training e web security per giornalisti, anche se la reciproca comprensione tra le due categorie non è sempre facile”. In che senso? “Gli informatici credono che i cronisti siano poco accurati, ma chi vive nel mondo dei media conosce la serietà con cui operano tanti professionisti. Dall’altra parte chi scrive ritiene i tecnici web maghi in grado di risolvere qualsiasi problema con uno schiocco di dita. Ma non capiscono che a volte la soluzione, anche se appare semplice, tecnicamente richiede tempo e fatica”.

Tra gli argomenti di dibattito tra le due categorie, l’uso dei social media è centrale. “Agli incontri attiriamo i fan e non gli scettici e nel mondo dell’informazione stiamo scoprendo il loro ruolo nel giornalismo investigativo”. Al Guardian, ad esempio, è stata cruciale la partecipazione dei lettori per capire la dinamica e chi fosse il responsabile della fine di Ian Tomlinson, l’edicolante morto nel 2009 a Londra durante le proteste del G20. Dalle prime analisi sembrava fosse caduto a terra stroncato da un infarto. Paul Lewis, il cronista che ha seguito il fatto, aveva lanciato su Twitter una discussione intorno al caso, che pareva controverso. Gli hanno risposto 17 testimoni e il giornale è entrato in possesso in esclusiva di un video che documentava il pestaggio da parte di un poliziotto, Simon Harwood. Da lì si sono aperte le indagini e l’agente sarà processato il prossimo giugno. “Paul non conosceva i suoi informatori online”, puntualizza Joanna. “Non gli hanno rovinato la storia. Hanno solo consegnato uno scoop al Guardian”.

Esempi e casi di studio di cui si discute ai meetup e che pongono il mondo dei media davanti al bisogno di confronto con le community di lettori. Ma che nel nostro paese non sono ancora arrivati. “Sarebbe un’ottima idea organizzare Hacks Hackers anche in Italia, magari a Milano”, osserva Joanna. Come fare? “Semplice. Basta scrivere a Burt e seguire le istruzioni sul sito http://hackshackers.com/chapters/meetups/. E poi bisogna cominciare”.

sabato 26 novembre 2011

ahahahahaha

Bollette alle stelle, 2400 euro a famiglia
Confartigianato lancia l'allarme

A far esplodere il costo energetico, aumentato del 26,5% negli ultimi 12 mesi, l'aumento del prezzo del petrolio attestato a settembre a 108,56 dollari al barile, +143% rispetto all'anno precedente. Ripercussioni sui prezzi dei carburanti, dei trasporti e del gas

ROMA - La bolletta energetica pesa come un macigno sulle tasche degli italiani. La Confartigianato calcola che a settembre il caro-energia ha toccato la cifra-record di 61,9 miliardi, pari al 3,91% sul Pil. In pratica, dice la confederazione, ogni famiglia paga una bolletta di 2.458 euro all'anno.
A far esplodere il costo energetico, aumentato del 26,5% negli ultimi 12 mesi, ha contribuito l'aumento del prezzo del petrolio attestato a settembre a 108,56 dollari al barile (+143% rispetto a marzo 2009).

Inevitabili le ripercussioni sui prezzi dei carburanti, dei trasporti e del gas. E l'Italia - dice la Confartigianato - fa registrare aumenti ben superiori a quelli medi europei.
Infatti, tra ottobre 2010 e ottobre 2011, in Italia il prezzo del gas è aumentato del 12,2%, mentre nell'area Euro la crescita si è fermata al 10,1%. Ad allontanarci dai prezzi medi registrati in Europa è anche l'aumento del prezzo di carburanti e lubrificanti: tra ottobre 2010 e ottobre 2011 la variazione è stata del 17,4%, vale a dire 3,3 punti in più rispetto al 14,1% dell'area Euro.

In particolare, da novembre 2010 ad oggi, la benzina senza piombo ha fatto registrare un rincaro del 15,3%, mentre il prezzo del gasolio auto è salito, nello stesso periodo, del 22,1%.
Differenze fra Italia ed Eurozona anche per il capitolo trasporti: negli ultimi 12 mesi - segnala ancora l'ufficio studi della Confartigianato - i prezzi in Italia hanno mostrato un'impennata del 7,7%, vale a dire 3,2 punti in più rispetto all'aumento del 4,5% dell'area Euro. (26 novembre 2011)
 
---------------- 
 
Sottosegretari a Giustizia e Telecomunicazioni
In pole position i nomi cari a Berlusconi 

A via Arenula potrebbe arrivare Giovanni Ferrara, il procuratore capo di Roma che non prese le distanze da Achille Toro; per il neo ministro Passera, invece, ecco Roberto Viola o Vincenzo Zeno Zancovich: il primo fu intercettato dalla Procura di Trani nella vicenda Annozero, il secondo è l'estensore della legge che salvò Rete4
Giovanni Ferrara, capo della Procura di Roma
Giustizia e Telecomunicazioni: i ministeri chiave per Silvio Berlusconi, le forche caudine per il governo Monti, le scelte più significative per dimostrare la discontinuità con il passato. E il toto-nomine dei sottosegretari dimostra che tutto procede senza grandi mutamenti di direzione. Il principale candidato, come sottosegretario al ministero di Giustizia, è Giovanni Ferrara (Unicost): il capo della Procura di Roma – battezzata da tempo immemorabile il “porto delle nebbie” – non pare un uomo di vera rottura con il passato. Di vera e propria continuità, invece, si può parlare per il ministero delle Telecomunicazioni dove, tra i principali candidati, troviamo il direttore generale dell’Agcom, Roberto Viola, e l’estensore della legge Gasparri, Vincenzo Zeno Zancovich.

Viola – senza sapere di essere intercettato – parlava amabilmente con Giancarlo Innocenzi, all’epoca commissario dell’Agcom, delle strategie per zittire Santoro. Nessuna reazione alle invettive che Innocenzi, imbeccato da Berlusconi, portava contro Annozero: eppure, l’autorità garante per telecomunicazioni, ha il compito di proteggere il pluralismo dell’informazione. A giudicare dalle telefonate, Viola preferiva schierarsi con Innocenzi, quindi con Berlusconi. Il 29 novembre 2009 – quindi appena due anni fa – Innocenzi lo chiama per lamentarsi che “il presidente è inferocito, ovviamente perché gli hanno comunicato che Santoro fa il processo Mills… e allora a questo punto lui mi ha detto ‘spiegami che cazzo ci state a fare lì’….”.

Sul “che cazzo ci state a fare lì”, cioè nell’Agcom, Viola non batte ciglio. Il vero problema è che Annozero sta preparando una puntata sul caso Mills, quindi su un’inchiesta che riguarda Berlusconi, e questo non va bene. Infatti, pochi giorni dopo, valuterà con Innocenzi una ‘strategia’. Viola commenta – sempre parlando con Innocenzi – che con il “codice dei processi, Santoro ci si è pulito una cosa che manco te posso dire per rispetto”. E aggiunge: “Avremmo messo a punto una strategia, adesso la cosa più urgente e importante è che si faccia il comitato di vigilanza, perché poi è quello che andrà, diciamo, il dossier che prepariamo…”. Viola non è stato neanche indagato, nell’inchiesta della Procura di Trani, ma queste conversazioni non hanno soltanto un valore penale: il loro tenore è politico.

Con Viola sottosegretario alle Telecomunicazioni, Silvio Berlusconi non trova un uomo ostile ma, al contrario, un funzionario che s’è già dimostrato collaborativo e sensibile ai suoi problemi. Se la scelta dovesse cadere su Vincenzo Zeno Zancovich, poi, il ministero più caro a Berlusconi parrebbe davvero blindato nella direzione che più gradisce: in perfetta sintonia con i suoi affari. Sintonia legislativa, visto che il professor Zancovich, docente universitario di Diritto comparato alla Roma Tre, è lo stesso Zancovich estensore della legge Gasparri. La legge del 2003 che salvò Rete 4 dal satellite, nonostante una sentenza della Consulta, e incentivò la pubblicità televisiva – tanto preziosa per l’ex premier – a discapito della pubblicità destinata alla carta stampata. Il pluralismo televisivo congegnato da Zancovich, infine, non pare abbia portato rivali in casa Mediaset che, ora come allora, è rimasta a godere della sua posizione dominante.

Per quanto riguarda Giovanni Ferrara, invece, bisogna ricordare che la sua procura non s’è distinta per grandi indagini sui politici romani. In tanti lo descrivono come un gentiluomo, un capo mai arrogante, ma sempre attento agli equilibri. A volte fin troppo: non prese una posizione dura nei riguardi del suo “braccio destro”, il procuratore aggiunto Achille Toro, poi condannato dalla procura di Perugia per rivelazione del segreto d’ufficio. Eppure Toro spifferava segreti alla “cricca” legata a Diego Anemone, Guido Bertolaso e altri compagnucci d’appalti. E proprio su quest’inchiesta, che nacque a Firenze, nel febbraio 2010 Ferrara attaccò la procura toscana perché, a suo dire, non aveva rispettato le regole sulla competenza. Poi ingranò la retromarcia, dichiarò che non v’era alcuno “scontro” tra le due procure, ma da Toro non prese le distanze, continuando a usare una grande cautela nei toni, persino di fronte alla scoperta d’aver avuto al suo fianco una “talpa”.
 
------------- 

Pirateria, l'Europa vieta i filtri
"Contrari alle leggi della Ue"

Storica decisione della Corte di giustizia europea: non possono essere rivolte ingiunzioni per oscurare a titolo preventivo siti che contengano materiale che viola il copyright. Esultano le associazioni di consumatori e provider di ALESSANDRO LONGO

BRUXELLES - Non si possono imporre filtri al web per impedire agli utenti di scaricare file pirata, perché questa pratica è contraria al diritto comunitario. L'ha stabilito oggi la Corte di giustizia europea, con una sentenza 1 che gli esperti definiscono "storica": avrà un grosso impatto sul modo con cui, anche in Italia, viene protetto il diritto d'autore su Internet.

La Corte si è pronunciata su un caso che contrapponeva il provider belga Scarlet e la Sabam (la Siae belga). La Sabam aveva ottenuto da un giudice che il provider impedisse di usare programmi peer-to-peer per scaricare opere protette. La Scarlet si è rivolta però alla Corte d'appello di Bruxelles, che ha poi portato il caso alla Corte di giustizia.

VIDEO Ernesto Assante: "Cosa cambia per gli utenti" 2 (devi essere fan di Repubblica.it su Facebook per vedere questo contenuto)
Di qui la sentenza, che ora peserà non solo sul caso Scarlet ma in tutta l'Europa: "Il diritto dell'Unione vieta che sia rivolta a un fornitore di accesso ad Internet un'ingiunzione per predisporre un sistema di filtraggio di tutte le comunicazioni elettroniche che transitano per i suoi servizi, applicabile indistintamente a tutta la sua clientela,
a titolo preventivo, a sue spese esclusive e senza limiti nel tempo".

Il motivo è che quest'ingiunzione violerebbe il diritto dei provider a non farsi sceriffi del web e a non sorvegliarlo a caccia di reati. Ma violerebbe anche "la libertà d'impresa, il diritto alla tutela dei dati personali e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni, dall'altro". Sarebbe insomma il classico caso in cui in nome del copyright si vorrebbero fare storture ai danni di altri diritti.

Quelli del cittadino, soprattutto. Ma anche dei provider, che per rispettare l'ingiunzione sarebbero costretti a adottare un costoso sistema di filtraggio. "E' una vittoria per i diritti dei cittadini di internet", afferma Fulvio Sarzana, avvocato, leader del movimento "Sito non raggiungibile 3" per l'affermazione dei diritti fondamentali su internet. "Per l'industria del copyright diventerà impossibile, anche su richiesta di un giudice, ottenere i nomi di chi scarica file pirata, per esempio", spiega Sarzana. "E' quello che Fapav (Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva) aveva tentato di fare 4 in Italia".

5
"La sentenza impedirà ai giudici nostrani filtri per bloccare e tracciare gli utenti che scaricano o condividono file protetti da diritto d'autore", aggiunge. "La sentenza avrà un impatto enorme sulla tutela del diritto d'autore online, in Europa", conferma Innocenzo Genna, esperto di policy comunitarie in ambito informatico. "Bloccherà tutte le misure anti pirateria che poggiano su tecnologie di filtraggio, in Italia, Irlanda, Regno Unito e altri Paesi. A rischio adesso anche l'Hadopi francese 6", continua.

Ottimista invece Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione dell'industria musicale italiana) secondo il quale "la sentenza impedisce solo il filtraggio preventivo e quindi autorizza a bloccare specifiche attività illegali su Internet". Sulla stessa linea Marco Polillo, presidente di Confindustria Cultura, secondo il quale "la sentenza conferma  in maniera chiarissima che, ai fini del contrasto della pirateria online, l'Autorità Giudiziaria e gli Organi amministrativi di vigilanza, dopo aver accertato gli illeciti, possono ordinare provvedimenti di inibizione all'accesso attraverso il coinvolgimento degli intermediari".

Si pensa per esempio all'oscuramento di siti web o alla rimozione di link da cui scaricare file pirata. L'ultima vicenda, a proposito, è il sequestro di Italianshare, un network con cinque siti e 550mila utenti mensili italiani. I provider nostrani ritengono illecito però anche questo tipo di filtro e per la prima volta pochi giorni fa hanno ottenuto ragione 7 da un tribunale. Allo stesso modo si stanno ora opponendo anche al sequestro di Italianshare.

La prossima grande battaglia è alle porte: tra pochi giorni Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) varerà una delibera 8 per la riforma della tutela del copyright online. Le lobby del diritto d'autore le chiedono di facilitare l'oscuramento di siti web, come risulta da una lettera che le ha inviato Confindustria Cultura nei giorni scorsi. Si oppongono a questa misura invece le associazioni dei consumatori e politici bipartisan. L'attuale bozza della delibera non prevede oscuramenti ma la facoltà di Agcom di multare fino a 250 mila euro i gestori di siti che violano il diritto d'autore.
 
(24 novembre 2011)